Referendum sul taglio dei parlamentari, legge elettorale e possibili elezioni anticipate: speranze e paure dei partiti

A gennaio si dipanerà una matassa assai complicata fatta di scadenze e decisioni che diranno molto sul futuro prossimo dei vari partiti. Le date da tenere a mente sono quattro: 12 gennaio, 15 gennaio, 20 gennaio (o giù di lì) e 26 gennaio.

Referendum sul taglio dei parlamentari, legge elettorale e possibili elezioni anticipate: speranze e paure dei partiti

Sotto l’albero di Natale, la classe politica italiana trova una serie di ‘regali’, con annesse ‘sorprese’, assai gravide di conseguenze per la stabilità politica del governo e della legislatura, in previsione dell’arrivo dell’anno nuovo, il 2020. Sarà a gennaio, infatti, che si dipanerà una matassa assai complicata fatta di scadenze e decisioni che diranno molto (se non tutto) sul futuro prossimo dei vari partiti. Ma a chi conviene cosa? Prima di esaminare i vari vantaggi e svantaggi per ognuna delle principali forze politiche presenti oggi in Parlamento, bisogna fare un piccolo riassunto di quello che succederà a gennaio. Le date da tenere a mente, e segnare sul calendario, sono quattro: 12 gennaio, 15 gennaio, 20 gennaio (o giù di lì) e 26 gennaio.

Il referendum costituzionale confermativo, il 12 gennaio

Il 12 gennaio è il termine ultimo per il deposito, presso la Corte di Cassazione, delle firme necessarie alla richiesta di referendum confermativo del taglio dei parlamentari. Votato da tutti i partiti e diventato legge a fine ottobre, la legge costituzionale che riduce il numero dei parlamentari da 945 a 600 (400 deputati e 200 senatori) non è, però, passata con la maggioranza dei due terzi che era necessaria per evitare la richiesta referendaria. Da allora, sono iniziati a scorrere i tre mesi per verificare se, come prescrive la Costituzione, 500 mila elettori, cinque consigli regionali o un quinto dei membri di ogni Camera avessero raccolto le firme necessarie per chiedere un referendum che si chiama, ‘confermativo’, non richiede quorum di votanti e che si può tenere, a differenza del referendum abrogativo, in qualsiasi momento dell’anno, a prescindere dal fatto che si tengano o no elezioni politiche. Come si sa, 64 senatori di quasi tutti i gruppi politici (con l’eccezione di Fratelli d’Italia) hanno chiesto di indire referendum: non hanno ancora depositato le firme in Cassazione (hanno tempo, appunto, fino al 12 gennaio), ma le firme ci sono, ergo il referendum si farà. Quando? In una data compresa, per una serie di ragioni tecniche, tra fine aprile e fine giugno del 2020. A prescindere, ripetiamo, da eventuali elezioni politiche. Solo dopo la celebrazione del referendum, e dell’espressione della volontà popolare, si saprà se il prossimo Parlamento sarà composto da 945 membri (il numero attuale) o da 600 (il numero fissato dalla riforma). Prima (ma sarebbe decisamente meglio ‘dopo’…) la celebrazione del referendum, si può andare a votare, ma nel caso si votasse ‘prima’ il Parlamento da eleggere avrà, di certo, 945 membri. Invece, se le firme non fossero state raccolte, si sarebbe votato, per forza, con il numero ridotto. A chi conviene andare a votare con il numero ‘vecchio’ di parlamentari? E a chi con il numero ‘vecchio’? A chi conviene affrontare la campagna referendaria e a chi no?

Il referendum elettorale maggioritario, 15 gennaio

La seconda data da tenere a mente è quella del 15 gennaio, quando, presso la Corte costituzionale, si discuterà se il referendum elettorale (in questo caso abrogativo, dunque necessitante di quorum del 50,1% dei votanti per risultare valido) che punta a introdurre un sistema maggioritario secco (detto ‘all’inglese’) nel sistema elettorale italiano è valido o meno. Richiesto da cinque consigli regionali di marca centrodestra e formalmente scritto dal ‘tecnico’ leghista di leggi elettorali, Roberto Calderoli, il referendum (elettorale), ove la riforma del taglio dei parlamentari fosse diventata operativa solo pochi giorni prima (il 12 gennaio), difficilmente sarebbe stato dichiarato costituzionale e, dunque, non si sarebbe celebrato. Invece, grazie alla raccolta delle firme sul referendum (confermativo) sul taglio dei parlamentari che ha raggiunto il suo obiettivo, riprende quota e chanches di essere dichiarato ammissibile. Il motivo sta in una gabola molto tecnica, ma basti sapere che, grazie al tempo in più conquistato dal referendum (costituzionale) sul taglio dei parlamentari e ai tempi tecnici della delega governativa per ridisegnare i collegi elettorali (due mesi) la Consulta avrà meno motivazioni per bocciare la richiesta di referendum (elettorale) leghista. Infine, se si dovessero sciogliere le Camere, il referendum (elettorale) leghista, essendo abrogativo, verrebbe posticipato di un anno mentre quello sul taglio del numero dei parlamentari, essendo confermativo, si terrebbe comunque, nell’anno.

Il 20 gennaio, sarà pronta una nuova legge elettorale?

Il 20 gennaio, invece, o giù di lì, il Parlamento dovrà tirare le fila per decidere se verrà cambiata o meno la legge elettorale. Ove restasse in vigore la legge attuale, il Rosatellum, si voterebbe con questa per eventuali nuove elezioni politiche anticipate. Ove, invece, cambiasse, introducendo un sistema proporzionale (sia che sia ‘alla tedesca’ sia che sia ‘alla spagnola’) il governo avrà due mesi di tempo per la legge delega che dovrà adeguare i collegi alla nuova, per ora ipotetica, nuova legge elettorale. A quel punto, se si dovesse votare in via anticipata, si eleggeranno 945 parlamentari mentre, se prima si celebrerà il referendum e dovesse passare – come è probabile – il sì al taglio del numero dei parlamentari se ne eleggeranno 600, ma in entrambi i casi con una legge elettorale nuova di zecca. Cosa conviene ai vari partiti? Fare una legge elettorale nuova, e quale?, o invece tenersi l’attuale?

Le elezioni regionali, 26 gennaio

Infine, ecco l’ultimo appuntamento da segnare in agenda, le elezioni regionali del 26 gennaio in Emilia-Romagna e, anche, in Calabria. Come andranno? Chi ne trarrà giovamento, quali scossoni provocheranno alla legislatura?
Cerchiamo di rispondere alle varie domande in base alle diverse ‘convenienze’ dei partiti, in base alle quattro date.

Alla Lega conviene andare a votare subito e col Rosatellum

Andare a votare con il vecchio numero dei parlamentari conviene, sicuramente, alla Lega di Salvini. Già tre grillini sono passati, al Senato, nelle fila della Lega e si parla di altri sei o sette, capitanati dal leghista ‘in sonno’ Paragone, pronti a seguirli. Avere più seggi a disposizione da poter distribuire (945 invece di 600) vuol dire avere maggiore potere contrattuale per poter ‘ingolosire’ senatori grillini in rotta con la leadership di Di Maio e a rischio di non essere ricandidati a causa della ‘tagliola’ del doppio mandato. Inoltre, votare senza avere una nuova legge elettorale, quindi con il Rosatellum, consente a Salvini di fare il pieno nei collegi uninominali e costringere FdI e FI all’alleanza, garantendo loro una manciata di posti. Da questo punto di vista, la spada di Damocle del referendum Calderoli è utile: se venisse ammesso, il Parlamento difficilmente potrebbe licenziare una legge elettorale tutta orientata al proporzionale, un sistema che non aiuta, ma penalizza, la Lega, la quale sarebbe poi costretta a cercare faticose nuove alleanze nel nuovo Parlamento. A quel punto, una volta in sella, Salvini potrebbe anche fare il beau geste di dare indicazione di votare sì al referendum contro il taglio dei parlamentari. Un Parlamento a massiccia maggioranza di centrodestra gli assicurerebbe una navigazione sicura e gli darebbe la forza di risultare determinante anche nell’elezione del nuovo Capo dello Stato (2022). Viceversa, un prolungamento della legislatura e il probabile ‘cambio’ della legge elettorale sarebbe, per lui, uno smacco, quasi quanto una doppia sconfitta in Emilia e in Calabria. Il potere attrattivo della Lega diminuirebbe di molto, il governo Conte si rafforzerebbe e il probabile sì al taglio dei parlamentari farebbe perdere peso alle offerte leghiste ai dissidenti grillini di garantire loro un posto, dato il minor numero di parlamentari a disposizione. Una vera debacle.

Al Pd non conviene andare a votare subito

Al Pd, invece, conviene poco andare a votare con le vecchie regole. Zingaretti, certo, in caso di elezioni anticipate, avrebbe gruppi parlamentari più coesi e a lui fedeli, ma la sconfitta sarebbe praticamente certa. Inoltre, senza avere il tempo di cambiare la legge elettorale, votare con il Rosatellum vuol dire doversi alleare con i ‘parenti serpenti’ di Renzi e di Iv e con tutte le altre sigle minori per cercare di spuntare un pugno di eletti nei collegi uninominali in più. Al Pd, cioè, conviene poco un voto anticipato e senza cambiare la legge elettorale mentre, anche al prezzo di veder ridotto il numero dei parlamentari da eleggere, conviene cambiare la legge elettorale introducendo un sistema elettorale proporzionale dove il Pd non dovrebbe allearsi con nessuno o cedere seggi agli alleati minori. Per quanto riguarda il referendum sul taglio del numero dei parlamentari, a un partito che si fa vanto di essere ‘costituzionale’, cioè ligio alla Carta, trovarsi nel paradosso di eleggere un Parlamento con il numero vecchio di parlamentari e poi dover votare sì – come il Pd ha fatto nell’ultima lettura del referendum sul taglio alla Camera – al nuovo numero nel referendum sarebbe imbarazzante. Molto meglio dare una ‘registrata’ al governo Conte o aiutare a far nascere un nuovo governo di ‘responsabilità nazionale’ che correre al voto. Sempre che, ovviamente, il Pd vinca in Calabria e, soprattutto, tenga in pugno l’Emilia, due vittorie che darebbero nuova linfa alla segreteria di Zingaretti, reduce da una lunga serie di sconfitte. In caso contrario, infatti, cioè nel caso di una doppia sconfitta, anche nel Pd la tentazione di correre alle urne sarebbe alta.

Ai 5Stelle conviene rivendicare il ‘sì’ al taglio dei parlamentari

Ai 5Stelle conviene, ovviamente, portare avanti la legislatura fin dove possibile e, se possibile, fino al 2023, la sua scadenza naturale. I sondaggi sono quello che sono (pessimi) e votare con il Rosatellum vorrebbe dire, per l’M5S, perdere praticamente tutti i collegi, schiacciati come finirebbero tra centrodestra e centrosinistra. Una nuova legge elettorale proporzionale, specie se ‘alla tedesca’, cioè con sbarramento nazionale al 5%, sarebbe l’optimum. Senza elezioni anticipate, inoltre, il Movimento potrebbe cercare di risalire la china nei sondaggi conducendo una serrata battaglia per il ‘sì’ al referendum costituzionale (cioè per confermare il taglio dei parlamentari) e sfruttando così il sicuro sentimento anti-Casta dei cittadini che, di certo, non nutrono sentimenti ‘positivi’ verso chi propone di salvare i propri scranni. Le elezioni in Emilia e Calabria sono, invece, per l’M5S un test neutro: presentano liste e candidati deboli, sono privi di chanche e quotati bassi, ma molto meglio, anche per loro, che il Pd vinca nelle regioni. La sopravvivenza del governo e della legislatura sarebbe, così, assicurata: l’M5S potrebbe cercare di risalire la china.

A Italia Viva conviene andare a votare subito e col Rosatellum

A Italia Viva, il partito di Renzi, conviene molto di più il voto anticipato e l’attuale legge elettorale, il Rosatellum, che prevede uno sbarramento nazionale al 3%, ben più agevole di un sistema alla tedesca con sbarramento al 5% come, soprattutto, dell’altra ipotesi, il sistema spagnolo, che presenta soglie di sbarramento implicite, nelle piccole e medie circoscrizioni, molto alte e che ne falcidierebbe la rappresentanza, dati i sondaggi. Per Renzi, dunque, come per Salvini, le elezioni anticipate e l’attuale legge elettorale sarebbero il minore dei mali. Le elezioni regionali contano poco, per Iv: deve dimostrare di avere un peso nazionale. Al referendum sul taglio dei parlamentari, poi, Renzi di certo direbbe ai suoi di votare sì, dato che lui stesso, con la sua riforma, aveva proposto di tagliare di netto il numero dei senatori, ma a quel punto il saldo sarebbe a costo zero. Intanto, il nuovo Parlamento sarebbe stato eletto con le vecchie regole e la sopravvivenza di Iv sarebbe garantita.

Le diverse convenienze di Fratelli d’Italia, FI e LeU

A Fratelli d’Italia conviene, ovviamente, votare il prima possibile, dati i consensi sempre più alti di cui gode, oggi, il partito della Meloni. Al referendum costituzionale il voto sarebbe sicuramente per il sì al taglio dei parlamentari. Per quanto riguarda la legge elettorale, poco male: con i sondaggi attuali FdI passerebbe bene ogni sbarramento. A Forza Italia, infine, conviene che la legislatura non si sciolga e che venga varata una nuova legge elettorale di tipo proporzionale. I sondaggi buttano malissimo, per FI, e con elezioni ravvicinate dovrebbe mettersi nelle mani di Salvini, che garantirebbe un pugno scarso di seggi sicuri, mentre con elezioni a lungo termine può cercare di rifarsi. Al referendum sul taglio dei parlamentari, FI, inoltre, sarà in forte imbarazzo: la maggior parte dei senatori (41 su 64) che hanno firmato per ottenere il referendum ‘anti-taglio’ viene dalle loro fila, ma votare ‘no’ sarebbe impopolare. Anche a LeU, infine, conviene una nuova legge elettorale, di tipo proporzionale, il procastino sine die delle elezioni e il protrarsi di un governo in cui difficilmente rientrerebbe.