Sull’Ucraina fila tutto liscio o quasi, ma poi il premier annuncia la fiducia sul dl Concorrenza
Invece che sulla questione delle armi il premier si irridisce su un altro fronte. Circostanza assolutamente inaspettata
E’ il giorno in cui ti aspetti, se non la crisi di governo, almeno la sua ‘anticamera’ sulla ormai vexata quaestio delle armi all’Ucraine (quante? Di che tipo? Ne servono di nuove?) e invece ecco che il premier, Mario Draghi, si irrigidisce su tutt’altro fronte, la riforma della concorrenza, sulla quale il presidente del Consiglio convoca un cdm in fretta e furia, alle 18 della sera, e ‘comunica’ ai suoi ministri – i quali, basiti, non ne sapevano nulla, nessuno – che se non si sblocca lo stallo su un provvedimento che il premier ritiene cruciale per il Pnrr, è pronto a ricorrere all’arma della fiducia, che diventerebbe un vero e proprio, ma del tutto ‘nuovo’, test per la vita futura del governo.
Ma, a questo punto, meglio procedere con ordine e riannodare il filo della giornata, a partire dall’informativa urgente del premier sulla situazione in Ucraina.
Draghi parla, in una bella giornata di sole, alle Camere
Era una bella giornata di sole e, a Montecitorio, nessuno aveva intenzione di litigare, ma solo di goderselo appieno. Insomma, sembrava un giorno come tanti. Draghi ha annunciato che la rotta non cambia, sull’Ucraina, anche perché il governo intende "continuare a muoversi nel solco della risoluzione approvata dal Parlamento". Un voto delle Camere lo scorso 1 marzo che ha dato pieno mandato all'esecutivo. Il premier ha ringraziato il Parlamento, la maggioranza e pure la principale forza di opposizione (FdI) "per il sostegno al governo per affrontare la crisi. Nessuna ‘menzione speciale’ per nessun partito, figurarsi per l’M5s. La risoluzione del I marzo ha impegnato il governo a sostenere dal punto di vista militare" e anche "umanitario" Kiev e "tenere alta la pressione sulla Russia anche attraverso sanzioni e ha guidato in modo chiaro l'azione di governo e rafforzato la nostra posizione a livello internazionale", ricorda il presidente del Consiglio, che sottolinea: "Se oggi possiamo parlare di tentativo di dialogo è perché l'Ucraina è riuscita a difendersi in questi mesi di guerra. L'Italia continuerà a sostenere il governo ucraino negli sforzi per respingere l'invasione russa, in stretto coordinamento con i partner europei. Ne va della solidità del legame transatlantico, ma anche della lealtà all'Ue".
Le obiezioni a Draghi del ‘pacifista’ Salvini
Parole, pronunciate davanti al Parlamento, che sono una risposta alle fibrillazioni che da settimane scuotono la maggioranza, con il forte pressing proprio del M5s affinché Camera e Senato siano chiamate nuovamente a votare, soprattutto su un nuovo invio di armi. Peraltro, seppur con toni diversi e senza una richiesta esplicita di un voto in Aula, anche Matteo Salvini ribadisce il 'no' della Lega a un nuovo round di aiuti militari. Ma M5s a parte - e fatta eccezione per la Lega sul capitolo armi - tutte le altre forze politiche, compreso Fratelli d'Italia, si schierano al fianco del governo e apprezzano le parole di Draghi, sostenendo l'esecutivo nell'azione di lavorare alla ripresa del dialogo e dei negoziati, a partire dal principale ‘alleato’ del M5s alle amministrative come alle Politiche, il Pd di Enrico Letta, che alla pressante richiesta di Giuseppe Conte di un voto in Parlamento, replica: "Se ci sarà bisogno di ridiscutere e di votare noi non ci sottraiamo, non abbiamo paura. Per adesso ci sembra che il dibattito di oggi sia completo, che dia la giusta direzione e un forte segnale di unità del Paese". Infine il leader dem avverte proprio e soprattutto Conte: "Ciascun partito deve sapere che ogni divisione, ogni discussione, ogni distinguo ci rende più deboli”.
Pieno sostegno a Draghi viene ribadito anche da Italia viva. Salvini ringrazia Draghi per "le sue parole di pace". Ma, intervenendo in Aula, rimarca che "chi continua a parlare solo di armi non fa il bene dell'Ucraina e dell'Italia" perché "far cessare la guerra il prima possibile significa anche salvare posti di lavoro in Italia". Dunque, "a chi rinnova l'invito ainviare altre armi e dice che al massimo gli operai italiani tireranno la cinghia", parole pronunciate dal senatore di FdI Ignazio La Russa, "rispondo io non ci sto". Ma poi Salvini plaude a Draghi come “il più autorevole” per portare avanti “qualsiasi analisi di cessate il fuoco” e persino Giorgia Meloni giudica "sensata" la linea del governo sull'Ucraina, nonostanteuna "maggioranza arlecchina zeppa di contraddizioni e ambiguità".
L’informativa di Draghi fila via liscia, tranne per l’M5s
Ieri, insomma, di fronte all’informativa di Mario Draghi al Parlamento sulla guerra in Ucraina, all’apparenza tutto è filato liscio. L’informativa urgente non prevedeva la presentazione di risoluzioni o mozioni e, dunque, di un voto a seguire. I leader sono intervenuti più o meno tutti, ma smussando gli spigoli. Tutti tranne Conte, ovviamente, che non è presente in Parlamento e, quindi, non può mai tastarne il polso, ma ha pensato bene di mandare i suoi capigruppo a perorare la causa sua e pure del ‘pacifismo’.
Il problema sono sempre loro, i 5Stelle che si distinguono ogni volta dal resto delle forze politiche. I due capigruppo, prima al Senato e poi alla Camera, insistono sulla richiesta di un nuovo voto del Parlamento. Mariolina Castellone punta il dito contro una "maggioranza trasversale che non sempre si dimostra corretta", dice in Aula, ricordando proprio la 'sconfitta' subita ieri dai 5 stelle sulla presidenza della commissione Esteri. Quindi, la capogruppo M5s rivendica il sì del Movimento alla risoluzione votata lo scorso 1 marzo, relativa anche all'invio di armi, "adesso pero' dobbiamo insieme costruire la fase due", sottolinea, e per questo "riteniamo importante che lei presidente torni in Aula per costruire insieme questo nuovo passaggio e per avere un mandato forte e trasversale da parte di tutte le forzepolitiche". Concetto ribadito poi alla Camera dal capogruppo Davide Crippa, che sprona Draghi ad "avere coraggio". Il passaggio parlamentare "non mira a indebolire il governo", assicura, "ma ne vuole rafforzare e consolidare la linea politica e di indirizzo". Insomma, incalza Crippa, "chiediamo che l'Aula possa esprimersi presto con un voto. Il confronto parlamentare non è un ostacolo o un impedimento per il governo”. Sono parole sottili, sguscianti e che mirano a non alzare il livello di guardia dello scontro e fanno il paio con quelle (finte) di Conte del giorno prima (“Noi non vogliamo uscire dal governo, ma rafforzarlo”), ma la verità è che, di nuovo, Conte prepara la ‘trappola’.
Conte prepara la trappola sulle armi e sugli inceneritori
La verità è che, una volta ribadita la linea da Draghi (sulle forniture di armi abbiamo già votato, non servono altri voti, ma ce ne potrebbero essere altri, di invii di materiale bellico), persino il premier potrebbe essere ‘tentato’ dalla sfida al Parlamento per farsi dare un mandato pieno sulla guerra (e sulla pace) come in generale sulla politica estera. In vista del consiglio europeo straordinario di fine maggio o, più in generale, in vista di cambiamenti della situazione sul campo (nuovi scenari militari o vere trattative di pace). A quel punto scatterebbe la ‘trappola’ dei 5Stelle che, se uniti, potrebbero davvero fare male al governo perché, se venisse meno il loro supporto alla maggioranza e date le oscillazioni continue, sull’argomento, dello stesso Salvini – che ieri è tornato a far risuonare il “basta a nuove armi” – un voto parlamentare, con diverse mozioni contrapposte e votate in modo incrociato tra partiti della maggioranza e non potrebbe creare una situazione caotica assai singolare. Una mozione più ‘bellicista’ potrebbe prendere i voti di Pd-FdI-FI-Iv-Azione ma non quelli di M5s-Leu-ex M5s-SI (e, forse, anche della Lega), spaccando il Parlamento in due su un tema dirimente e decisivo come è oggi la politica estera. Draghi sarebbe costretto a salire al Colle e aprire la crisi…
Ma Conte e i 5Stelle sono pronti alla (sic) crisi di governo anche su un altro fronte. Se il governo dovesse decidere di porre la fiducia sul dl Aiuti sarebbe vista come una provocazione hanno deciso il presidente M5s Conte, i consiglieri 5 Stelle comunali e i parlamentari eletti a Roma.
Il Movimento 5 stelle spinge per stoppare l'inceneritore a Roma, senza voler invece intaccare il provvedimento riguardo ai poteri speciali per il sindaco Gualtieri. L'orientamento è quello di ripresentare la richiesta di modifica presentata in Consiglio dei ministri e di aprire un vero e proprio dibattito, coinvolgendo cittadini e studiosi, sulla questione. Il no all'inceneritore è netto anche se non è stato stabilito l'atteggiamento da assumere qualora l'esecutivo decidesse di blindare il dl aiuti che lo contiene. In quel caso l'orientamento è quello di coinvolgere i parlamentari e gli iscritti, ma il no alla fiducia è dato per certo. Sulla necessità di puntare sulle rinnovabili spinge anche Beppe Grillo che su questo ha sentito diversi parlamentari M5s. Il 'garante' del Movimento avrebbe insistito sulla necessità di una svolta 'verde', di insistere sulla strategia della tutela dell'ambiente e sulla necessità di aiutare le famiglie nella crisi energetica e occupazionale.
Insomma, se il governo andasse ‘sotto’ anche solo sul dl Aiuti il problema ci sarebbe, anche se non sarebbe grave come sulla politica estera. La strategia del Movimento resta quella di chiedere un voto in Aula in vista del prossimo Consiglio europeo, sull’Ucraina, o subito dopo, ma resta aperto il punto di un progressivo ‘disimpegno’ del M5s dal governo, magari sotto forma non di passaggio all’opposizione, ma di ‘appoggio esterno’. Il guaio è che anche la Lega potrebbe essere tentata dal farlo. E il Pd reggerebbe da solo insieme ai minori? Scenari e venti di crisi che, a vederli oggi, in una giornata romana di sole estivo, sembrano lunari, ma con Conte e i 5S mai dire mai.
La sfida del premier sulla riforma della concorrenza: “pronti a mettere la fiducia”. Tutti dicono di sì (per ora)
Ma, come dicevamo all’inizio, una giornata iniziata bene, si incattivisce alla fine. Draghi convoca, d’imperio, e in modo del tutto inaspettato un cdm per ‘comunicazioni urgenti’. Chiede, in buona sostanza, di mettere la questione di fiducia sulla riforma della concorrenza, per rompere lo stallo su un provvedimento cruciale per il Pnrr e arrivare alla sua approvazione entro maggio. La riunione è convocata con poco preavviso e tra la grande sorpresa dei ministri che non ne sapevano nulla. Ma dai ministri stessi, dopo otto minuti di Cdm, arriva il via libera al premier, tutti compresi (da Patuanelli per l’M5s a Giorgetti per la Lega, i più restii perché la riforma intacca i ‘privilegi’ dei balneari). A questo punto, è il messaggio che arriva da Palazzo Chigi, se si arriverà a un accordo in commissione si voterà sul testo frutto dell'intesa; altrimenti, la fiducia sarà sul testo base.
Lo stallo sulla riforma è finito al centro delle preoccupazioni del premier: non si possono ammettere più rinvii o si rischiano di perdere i miliardi del Pnrr. Ecco perché si è arrivati al Cdm d'urgenza, durante il quale - è emerso dai presenti - non sono comunque partite "ramanzine" o "strigliate" ma una secca comunicazione. Draghi aveva già espresso il suo punto di vista stamane, al termine dell'informativa sull'Ucraina, al capogruppo di FI, Paolo Barelli. Una lunga chiacchierata, durante la quale ha manifestato la sua preoccupazione sul ddl, che è ancora fermo in commissione Industria al Senato proprio a causa dell'impasse sull'art 2 che riguarda le concessioni balneari.
Sul tema delle spiagge, le polveri erano state accese in mattinata da una nota congiunta dei capigruppo al Senato di Fi e Lega, Anna Maria Bernini e Massimiliano Romeo, che di fatto frenavano sull'intesa di maggioranza: chiedevano “ulteriori approfondimenti” e una “ulteriore mediazione”.
Ma il tentativo di mediare è ormai in atto da settimane: aveva portato anche alla formulazione, da parte dei relatori, di un emendamento al dl Concorrenza, che prevedeva prima una mappatura completa delle coste italiane e quindi le gare, ma con la garanzia a chi già possiede la licenza di avere cinque anni per prepararsi e indennizzi maggiorati nel caso avessero dovuto passare la mano. Un testo che però non ha trovato sufficienti consensi, soprattutto per le polemiche legate al lasso di tempo concesso per arrivare alle gare e al fatto che il completamento della mappatura avrebbe potuto allungare ancor di più i tempi. Il Pd, ovviamente, approva, come pure Iv, Azione e gli altri gruppi minori. Silenzio di tomba, invece, da FI e Lega, che non si aspettavano di certo l’accelerazione del premier. Come pure non se l’aspettavano i 5Stelle, pronti a dare battaglia, come si è detto, su tutt’altro (armi e inceneritori). Draghi, dunque, ha ‘scartato di lato’ e imposto, ancora una volta, i suoi tempi e i suoi modi a dei partiti molto riottosi. Ma fino a quando avrà la forza di andare avanti in tal modo dato che le elezioni amministrative di giugno si avvicinano e anche la maturazione della pensione dei parlamentari di prima nomina, che scatterà il prossimo 24 settembre? Forse fino alla fine della legislatura, forse molto prima, a ottobre, quando M5s e Lega potrebbero decidere per un ‘appoggio esterno’ al governo che ne segnerebbe le ‘mani libere’, in Parlamento, ma che ne rappresenterebbe anche la fine.



di Ettore Maria Colombo














