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[Il retroscena] Strappo con l’Europa e poi al voto tra sette mesi. Ecco l’accordo segreto tra Salvini e Di Maio

Di Maio e Salvini promettono subito reddito di cittadinanza (a tempo, per due anni), flat tax, revisione della riforma delle pensioni Fornero e altre misure di spesa, ma sanno bene di non avere le coperture. Vogliono vincere le Amministrative di giugno sfruttando l’onda, sfidare la Ue sulla manovra ad ottobre e tornare a votare alle Europee, sfidandosi l’uno contro l’altro. “Abbiamo blocchi sociali differenti, sarà lo spareggio e l’opa finale su Pd e Fi”, rivela un dirigente pentastellato

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Sette mesi, era esattamente questo lo spazio temporale che il Quirinale aveva considerato come il minimo prima di tornare alle urne, mostrandosi  pronto ad “occupare” la vacanza di un esecutivo politico col suo “governo neutro” di tecnici e professori. Di fronte all’aut aut del Presidente, è scattata la risposta. Il “contratto di governo” che stanno scrivendo Luigi Di Maio e Matteo Salvini è così pieno di buoni - e soprattutto costosissimi propositi - che gli economisti pentastellati come quelli leghisti (tre piu tre i più famosi) hanno capito subito dove si andava a parare. “Sfruttiamo l’onda della novità come fece Matteo Renzi e stravinciamo il turno delle Amministrative di giugno; a ottobre l’Unione Europea ci boccia la manovra e salta tutto; si torna a votare con le Europee e lì ci sarà il ballottaggio tra  noi. Arrivandoci “per colpa” dell’Ue, e conducendo una campagna con questo refrain, ci mangiamo rispettivamente Pd e Fi. Chi vince governa cinque anni”, riassume uno dei loro. 

I segnali lanciati dal “tavolo per il contratto” aperto ieri alla Camera dei Deputati tra i due leader “promessi sposi” di governo vanno effettivamente in questa direzione. Nella prima nota scritta a quattro mani tra l’erede del movimento di Beppe Grillo e quello del partito di Umberto Bossi, si indicano infatti tra le priorità del nuovo esecutivo gialloverde “il reddito di cittadinanza” - che, su richiesta del Carroccio, avrà una durata massima di due anni e quindi diventerebbe una misura temporanea - e la flattax, cioè i due punti qualificanti del programma presentato alle elezioni del 4 marzo dai due partiti. Pentastellati e leghisti promettono di occuparsi subito anche di pensioni cancellando la legge costata le lacrime - e tanti insulti - a Elsa Fornero e di varare misure per il recupero dei debiti fiscali a vantaggio dei contribuenti in difficoltà. Ma all’ordine del giorno ci sono anche le misure per sperimentare i minibot, quelle sulla legittima difesa e quelle sul contrasto all'immigrazione clandestina, considerato che il centrodestra aveva promesso il “rimpatrio di tutti gli irregolari” presenti sul territorio italiano. 

Il costo di queste misure - considerate globalmente - è astronomico, e la copertura stimata - prendendo come riferimento la bozza di spending review scritta da Carlo Cottarelli nel 2013 - non è sufficiente nemmeno per finanziare uno solo dei provvedimenti annunciati. La cancellazione della legge Fornero, secondo i calcoli dell'Inps, costerebbe solo il primo anno 14 miliardi e 20 il secondo.  E con questa cifra si coprirebbe solo la spesa per tornare alle condizioni di accesso alla pensione antecedenti alla riforma, ma non si eviterebbe di abolire la soglia dei 67 anni per l’accesso alla pensione di vecchiaia previsto per il 2019, come invece era stato promesso dalla Lega.

Il reddito di cittadinanza, che secondo molti sarebbe la ragione del successo clamoroso del Movimento nelle regioni del Mezzogiorno, costerebbe secondo i promotori 15 miliardi ma “almeno il doppio” per Inps e Confindustria. La flat tax ha invece un costo differenziato in base all’aliquota scelta: al 23 percento comporterebbe una riduzione delle entrate di 40 miliardi all'anno; fissandola al 20 percento ne prevederebbe 63, mentre abbassandola al 15 percento si imporrebbero altre coperture fino a 102 miliardi. Queste spese straordinarie dovrebbero convivere con quelle derivanti da una serie di misure ordinarie come il finanziamento del rinnovo dei contratti pubblici per il 2019  - che costerà un miliardo - e, soprattutto, come segnala l’ex ministro del Lavoro dem Cesare Damiano, andrebbero decise “senza dimenticare che vanno trovati 12 miliardi di euro nel 2018 e 19 l'anno prossimo per non aumentare l’Iva”, ovvero per la famosa “sterilizzazione” delle clausole di salvaguardia. 

Ma chi glielo ha fatto fare, allora, di inserire tutti questi interventi all’interno del contratto? “Con il governo, lunedì, cominceremo una formidabile campagna elettorale permanente”, racconta un pentastellato vicinissimo al capo politico. I due runner della Terza Repubblica, del resto, finora hanno dimostrato che è quella - e non il governo - la cosa che viene loro meglio. Del resto, se Salvini conquisterà Palazzo Chigi, sarà proprio grazie alla campagna elettorale permanente continuata dopo il 4 marzo e ai successi in due regioni non proprio strategiche come il Molise e il Friuli. Anche per questo, il primo step della nuova maggioranza saranno le elezioni amministrative di giugno, un appuntamento importante per capire come gli italiani percepiscono questa strana alleanza. La scadenza è tutt’altro che trascurabile, dal momento che saranno chiamati al voto gli elettori di 772 comuni italiani, di cui 110 con più di 15.000 abitanti nei quali è prevista l’eventualità del ballottaggio,  e tra questi 20 capoluoghi di Provincia. Le liste stanno ormai per essere chiuse, dal momento che Marco Minniti ha fissato la data del voto per domenica 10 giugno.  Aumentare il numero dei sindaci sponsorizzati dai nuovi alleati di governo allungherebbe la vita della legislatura almeno fino ad ottobre, quando ci sarà da approvare la manovra economica che tanto preoccupava il Colle, pronto, nelle scorse settimane, a mettere in piedi “un governo del Presidente” pur di avere un esecutivo nel pieno delle funzioni pronto a scriverla. 

Con tutta questa carne al fuoco, è possibile scrivere una manovra che riesca a passare il vaglio delle autorità Ue? Vincenzo Spadafora, deputato pentastellato e ascoltatissimo consigliere di di Luigi Di Maio, si mostra molto rassicurante: “Se il prossimo governo rispetterà i parametri dell’Unione Europea sul rapporto deficit-Pil al 3 percento? Assolutamente sì”.  Difficile, però, che le cose possano andare davvero così. L’eventuale bocciatura di una manovra onerosa da parte delle autorità che M5S e leghisti vedono e descrivono come “il nemico” da anni sarebbe soltanto parte del piano, una “tempesta perfetta” per rompere il sodalizio di governo e riportare il Paese al voto per lo “spareggio” definitivo, con, un argomento in più, forse decisivo, da agitare contro Pd e Forza Italia, partiti europeisti. I due segretari avrebbero parlato del voto anticipato ad aprile anche nel corso di uno dei loro incontri. “Tra un anno, con quel voto, termineremo l’opa, ciascuno la sua, e imporremo un nuovo bipolarismo, torneremo l’uno contro l’altro”, riassume un dirigente grillino a conoscenza del piano.

Un professore-deputato della neo-maggioranza, riferendosi al futuro bipolarismo del sistema politico, ne fa anche una questione sociologica: “E’ indiscutibile che il mio partito e l’altro hanno blocchi sociali di riferimento molto diversi e addirittura opposti dal punto di vista della distribuzione territoriale ma anche della composizione”. Il piano così congegnato, dopo il passo indietro di Silvio Berlusconi, sembra avere davanti a sé soltanto un possibile ostacolo, il Quirinale. Il Capo dello Stato non ha intenzione di fare sconti: entro domenica vuole avere il nome del candidato premier e ha già fatto sapere che intende “analizzare” i profili delle personalità proposte per i ruoli più delicati come la guida dei ministeri “di peso”: Economia, Esteri, Welfare e Interno, per esempio.

Paolo Emilio Russodi Paolo Emilio Russo, giornalista parlamentare   
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