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Si aprono spiragli per Draghi e sono pesanti. I 5Stelle sul punto di una nuova scissione dei "governisti"

Alle comunicazioni del premier seguirà un (solenne) voto di fiducia che alle Camere sarà su "chiama" nominale. Pd leale al premier. Il centrodestra "di governo" depone le armi del voto anticipato

Ettore Maria Colombodi Ettore Maria Colombo   
Il premier Mario Draghi (Ansa)
Il premier Mario Draghi (Ansa)

Non conta se lo spiraglio sia più grande o più piccolo rispetto al fine settimana passato. Conta se lo spiraglio c’è ancora oppure no. E quando mancano quarantott’ore al “Giorno del Giudizio” del governo Draghi, con il suo discorso che terrà mercoledì davanti alle Camere, mentre l’assemblea dei parlamentari Cinquestelle è in seduta permanente, uno spiraglio per mantenere in vita l’esecutivo e ancorare la legislatura al 2023 c’è. Lo dicono alcuni segnali inequivocabili.

Comunicazioni fiduciarie

Il primo è l’esito della conferenza dei capigruppo di Montecitorio di ieri mattina, dov’è stato chiarito – anche dal presidente della Camera Roberto Fico – che il «format» della discussione parlamentare di mercoledì 20 luglio sarà quello delle «comunicazioni fiduciarie». Il presidente del Consiglio fa il suo intervento, si apre il dibattito, i parlamentari votano la fiducia per appello nominale. Un voto solenne, dunque, non semplici, banali, ‘comunicazioni’ del premier cui può seguire, come non seguire, un voto. Voto che viene detto ‘dal banco’, cioè elettronico, senza la solenne, decisiva, formalità della ‘chiama’ nominale che fa vedere a tutti, in diretta tv, chi pronuncia il suo fatidico ‘sì e chi invece dice ‘no’. Durante la riunione della conferenza dei Capigruppo alla Camera accade, quindi, un fatto non previsto, quantomeno non in questi tempi. Matura formalmente la prima presa di posizione formale di M5S e Pd da giovedì scorso, giorno della rottura, quando i 5S non votarono, al Senato, la fiducia al dl Aiuti, uscendo dall’Aula: le due forze politiche chiedono insieme di iniziare i lavori prima dalla Camera, dove l’aritmetica è più favorevole, e non dal Senato, dove si annidano le maggiori resistenze dei Cinquestelle rispetto al prosieguo dell’avventura nella maggioranza. Il capogruppo del M5S che sottoscrive l’iniziativa è il «governista» Davide Crippa, che infatti viene messo sotto accusa dai «ribelli» all’inizio dell’assemblea pentastellata. E anche se, alla fine, il Pd e Crippa perdono il braccio di ferro, perché Fico (vicino a Conte) gioca di sponda con la Casellati per far iniziare il dibattito al Senato, dove i 5Stelle hanno tolto la fiducia a Draghi, ma soprattutto dove, per la prima volta, il governo si presentò, un anno fa, per ottenere la fiducia (in gergo parlamentare, si chiama “principio della culla”: il governo torna, per la fiducia, nella prima Camera che l’ha data), conta molto di più il dato politico. L’asse Pd-5s ‘buoni’, cioè ‘governisti’, ‘draghisti’ o ‘colombe’ che si alleano per mettere i 5Stelle di Conte (e, forse, ancora di Beppe Grillo…), in un angolo e per svuotarli con quella che ormai diventata nota come l’“operazione svuotamento” che Di Maio, ma anche il Pd di Letta, stanno mettendo in campo per isolare i 5S e cacciarli all’opposizione.

Le previsioni

È anche la spia, forse definitiva, che anticipa la prossima scissione, con un ulteriore pezzo del gruppo parlamentare M5S pronto a votare la fiducia a prescindere dalle indicazioni del ‘capo politico’, cioè Giuseppe Conte. Una scissione che, già oggi, date le accuse, contumelie e offese ricevute da Crippa dopo, durante il prosieguo dell’assemblea dei gruppi pentastellati, è ormai già nei fatti. È il segnale, in ogni caso, la ‘mossa’, vidimata dal Pd, che margini per far restare Draghi in sella ce ne sono ancora. «Draghi rimarrà a Palazzo Chigi», è in queste ore la scommessa di Matteo Renzi. Un governo che sarebbe sostenuto dalla stessa maggioranza di prima meno l’ala dura dei 5stelle, finora benedetta dalle mosse di Conte, ma orba dell’ennesima scissione (un nuovo gruppo che nascerebbe di sicuro alla Camera e, forse, ma è più incerto, causa i numeri, anche al Senato) dei governisti che, dopo la scissione di Ipf di Di Maio, supererebbero quota cento parlamentari, facendo crollare i 5Stelle di Conte a meno cento.

Il braccio di ferro

Certo, come abbiamo detto, alla fine, il ‘braccio di ferro’ su quale Camera debba iniziare per prima il dibattito lo vince il Senato, dato che, appunto, è stato lì che Draghi ha ottenuto la fiducia ed è stato lì che i 5S gliel’hanno ritirata, ma resta il fatto che, già oggi, una bella fetta di 5s sta per prendere cilindro e bastone e andare in Ipf o, meglio ancora, formare nuovi gruppi autonomi che possano parlare per sé, o dal gruppo Misto, rafforzando di molto l’area della maggioranza.

Cosa farà il premier? Per ora sta riflettendo

Il presidente del Consiglio, Mario Draghi, renderà, insomma, le sue comunicazioni con dibattito fiduciario e voto per appello nominale, prima in Senato la mattina e nel pomeriggio alla Camera, mercoledì. E su questo, spiegano gli addetti ai lavori, non c'è stato mai alcun dubbio. Il capo dello Stato, Sergio Mattarella, ha rifiutato le dimissioni e ha rinviato l'ex capo della Bce in Parlamento per una verifica della fiducia, atto che può essere svolto solo attraverso un voto, a differenza della semplice informativa che non lo prevede. Draghi pronuncerà il suo discorso, poi ci sarà una breve pausa per permettergli di consegnare il testo a Montecitorio e poi tornerà in Senato, dove ascolterà il dibattito e replicherà. Da questo momento in poi il futuro della legislatura sarà tutto nelle sue mani. Come annunciato in Consiglio dei ministri giovedì scorso - in via informale - la sua volontà è quella di non far svolgere il voto, lasciare l'aula e dirigersi al Colle per dimettersi nuovamente. Lo stesso percorso che fece Giuseppe Conte - oggi protagonista di questa crisi - nel 2019 in occasione della rottura con la Lega di Matteo Salvini, che aprì la crisi dal Papeete in pieno agosto. La differenza è che il leader M5S allora non aveva i numeri, Draghi sì. A meno di 48 ore dalle comunicazioni del premier, tra i corridoi si respira un misto di tensione e incertezza. C'è chi vede nel voto calendarizzato un passo verso l'uscita dalla crisi e scorge all'orizzonte un Draghi 'ammorbidito' sulle sue posizioni. Da palazzo Chigi, tuttavia, non si registrano novità 'politiche' da far segnare un cambio di passo al presidente del Consiglio.

Una nuova scissione nei 5S sempre più vicina

Certo è che, all'interno del M5s, la resa dei conti è infinita, coi vertici del gruppo alla Camera in rivolta e il rischio scissione alle porte. Giuseppe Conte non lo nasconde e lancia un ultimatum: "Se qualcuno ritiene di non poter condividere un percorso così partecipato e condiviso - dice - faccia la propria scelta in piena libertà, in maniera chiara, subito e senza ambiguità". I tempi sono stretti: "C'è una notte per pensarci - dice Conte ai vertici del gruppo alla Camera - decisioni che vanno in direzione di una diversa prospettiva siano dichiarate per tempo, per correttezza verso tutti". Il presidente del M5s aspetta segnali da Palazzo Chigi sulle nove richieste del Movimento per il programma di governo: "Adesso la decisione non spetta a noi, ma a Draghi", dice chiudendo l'incontro coi parlamentari. Per il leader, il premier dovrà valutare le condizioni e decidere il perimetro del dialogo: c'è tempo fino a mercoledì, quando si voterà la fiducia al governo. "L'atteggiamento di responsabilità - dice Conte – ci impone di chiedere al presidente Draghi che le priorità da noi indicate vengano poste nell'agenda di governo". Intanto, però, il presidente del M5s teme l'accerchiamento: chi gli sta vicino legge le mosse degli altri partiti, sia di centrosinistra sia di centrodestra, come un disegno per relegarlo ai margini. L'assemblea dei gruppi parlamentari del M5s è stata una maratona via zoom, una gara di resistenza di tre giorni quasi di fila. Il pallottoliere ha contato una ventina di interventi di chi vuol confermare l'appoggio a Draghi. Se ne è fatto portavoce un esponente di spicco del M5s, il capogruppo a Montecitorio Davide Crippa: "Non si capisce perché non dovremmo votare la fiducia". La posizione dei contiani l'ha invece riassunta la deputata Vittoria Baldino: le dimissioni di Draghi sono state una reazione "scomposta", che va letta come "un invito alla porta". Nel marasma di dichiarazioni e manovre, si inseguono voci e sintomi. Le prime riguardano una raccolta di firme in corso su un documento dei "governisti" pronti a lasciare il M5s: i numeri ballano, c'è chi moltiplica per due il dato di quella ventina che ha parlato a favore di Draghi. Ma la conta definitiva non c'è, anche perché, per ora, Conte non ha detto una parola definitiva sulla posizione che il M5s terrà al momento della fiducia. I sintomi, invece, indicano il malessere: Crippa ancora non ha confermato il contratto al portavoce di Conte, Rocco Casalino, che finora ha curato anche la comunicazione del gruppo a Montecitorio. La replica indiretta arriva da Beppe Grillo, che cambia la foto del profilo Whatsapp e ci mette quella con una scatola di colla Coccoina: "Ce l'ha con i ministri incollati alla poltrona", interpretano alcuni parlamentari, che ci vedono un assist a Conte. Di sintomi e malesseri ce ne sono anche di veri, come quello che ha colto Conte ieri: una lieve intossicazione che lo ha costretto a far visita all'ospedale. Subito dimesso, ha poi preferito seguire da casa la terza puntata dell'assemblea. La rottura coi vertici del gruppo alla Camera è la più fragorosa e che preoccupa. E' quella che apre l'assemblea, quando alcuni parlamentari chiedono a Crippa di rendere conto di una posizione "tattica" tenuta nella riunione dei capigruppo. Lo stesso Conte lo accusa: "Non ne ero informato". Non a caso, dopo l'intervento della vice di Crippa, Alessandra Carbonaro, c'è chi chiede le dimissioni dell'intero direttivo. Anche nella squadra di governo le crepe ci sono eccome. Conte può fare affidamento su Fabiana Dadone: "Seguirò la decisione del nostro capo politico". Ma è meno scontato che altri ministri, come Federico D'Incà, lo seguano, anzi D’Incà è già con un piede fuori dalla porta, direzione Ipf. Conte intanto aspetta segnali da Draghi sui nove punti contenuti nel documento consegnato a Palazzo Chigi. E li aspetta prima del D-Day di mercoledì. "Il disagio nel Movimento è forte", dicono i parlamentari vicini al presidente. Dall'assemblea è emerso che la stragrande maggioranza dei parlamentari sta con il presidente, ma anche che il rischio scissione è concreto. E anche quello potrebbe far parte del disegno di accerchiamento. Che, temono ai piani alti del M5s, ha una regia. E il pensiero malevolo si spinge fino a ipotizzare che possa trovarsi ai piani alti del potere istituzionale, cioè sul Colle.

Il centrodestra ‘diviso’ tra la Lega che vuole votare e Forza Italia che vuole andare avanti

“Ho stima per Draghi. Vedremo se si andrà alle urne oppure no” dice invece, il leader della Lega, Matteo Salvini entrando, accolto dagli applausi, ieri sera, all’assemblea dei gruppi parlamentari della Lega, tenutasi a Montecitorio mentre i capigruppo di Camera e Senato sono divisi: all’unisono dicono, in assemblea, che “un triste teatrino condotto da M5s e Pd ha messo il Paese e anche Draghi, cui va la nostra stima, in difficoltà” ma Molinari è per andare a votare, Romeo no.  Insomma, ancora a ieri sera, la Lega temporeggia.

Insomma, la Lega è sempre ‘tentata’ dal voto anticipato e Forza Italia sempre ‘responsabile’, ma resta che è una giornata campale, e fondamentale, per il centrodestra ‘di governo’.

L’attenzione spasmodica degli osservatori che, in questi giorni, hanno puntato i fari solo sui 5Stelle, infatti, è miope. Senza FI e, anche, senza la Lega, banalmente, il governo Draghi non esiste più in natura e la strada delle urne anticipate – che, per ora, solo la leader di FdI, Giorgia Meloni, chiede (anzi, urla) ogni giorno – sarebbe assai spianata.

E la Lega, come FI, hanno detto chiaro che, “con il M5s di Conte nel governo”, non ci sono loro. Una posizione netta, inflessibile, decisa, che, sul punto, accomuna entrambi, leghisti e azzurri. Non ci sarebbe, in quel caso, santo che tiene: colombe ministeriali azzurre (Gelmini, Carfagna, Brunetta) o ‘draghiani’ in servizio permanente effettivo nella Lega (Giorgetti, i governatori del Nord, etc). La discussione, quindi, non è se continuare ad appoggiare un governo con i 5Stelle o meno, che si chiami Draghi o che si chiami Santa Trinità. La discussione è se il famoso “fatto politico nuovo” (una seconda scissione nei 5S dopo quella di Ipf) può essere ‘digerita’ e accolta non solo da Draghi, per andare avanti col suo governo, ma pure da Lega e FI. E qui, invece, le opinioni divergono.

Le parole di Antonio Tajani (“La soluzione è o un governo Draghi senza 5s o si va a votare”) sono chiare, ma “se Conte va all’opposizione e altri 5s diventano responsabili, la nostra linea ha vinto” ragionano gli azzurri vicini al numero due di FI. Per FI, cioè, spiegano le fonti interne, il problema non sussiste: “con Di Maio lavoriamo benissimo, perché non dovremmo con Crippa e i suoi nuovi responsabili?”, spiega una ‘colomba’ azzurra. Per la Lega, invece, il problema c’è eccome. Del resto (come si sa), Salvini è tentato dal voto anticipato, Berlusconi molto meno. Il legame con Cdu-PPE è forte, inscalfibile. Il Cavaliere – che ieri sera è arrivato a Roma, a Villa Grande, reduce da Villa Certosa, dove ha riunito il suo stato maggiore, il coordinatore Tajani in testa, i capigruppo, etc – sa cosa vuole il mondo imprenditoriale e produttivo del Paese, e cioè che Draghi resti dove si trova. Al netto dei ‘falchi’ interni (Ronzulli, Ghedini) e delle ‘colombe’ (i ministri, che Berlusconi snobba, tanto che neppure li vuole vedere), e Letta, capofila delle sue, vere, ‘colombe’ nel senso di Gianni, il Cav sa quanto ‘costa’ il voto. Invece, Gianni Confalonieri, con un’intervista che mette a rumore l’intera FI, ma che nessuno vuole commentare, vuole sì che “Draghi, per ora, resti”, ma gli chiede di puntare “sulla Meloni leader perché solo con lei il centrodestra torna a Chigi” e gli chiede anche di “far vita a un unico, grande, partito conservatore”. La famosa ‘lista unica’ tra Lega-FI che le colombe vivono come il Demonio. Inoltre, ieri sera, un sondaggio della fidatissima Alessandra Ghisleri, per Euromedia Research, dice che, se si andasse alle urne a ottobre, il centrodestra non avrebbe la certezza dei numeri per governare, in particolare dentro il Senato.

D’altra parte, anche Salvini ‘sente’ la sua base. Persino i militanti delle feste del profondo Nord non gli chiedono di lasciare spazio a una crisi di governo, figurarsi imprenditori e ceti produttivi. La ‘colpa’ dell’eventuale ricorso a un demenziale voto il 2 ottobre deve ricadere solo e soltanto su Conte e l’M5s, non può finire sulle sue spalle, che diventerebbe corresponsabile di un ‘Papeete bis’. Ieri, per il Capitano, è stata una giornata intensa: prima ha visto i colonnelli, poi i parlamentari: tutti vanno ‘in pellegrinaggio’ da lui perché solo lui farà le liste può garantire posti a chi vuole lui. Il vicesegretario Lorenzo Fontana la mette giù dura: “Basta con l'indegno teatrino di 5Stelle e Pd. Il Parlamento è ormai completamente delegittimato. A questo punto, diamo agli italiani la possibilità di scegliere un nuovo Parlamento”. Messa così, è la linea dei ‘duri e puri’, dei vari Borghi e Bagnai, che puntano al voto anticipato. Salvini, convinto di poter risalire nei sondaggi, è molto tentato dallo ‘strappo’ e dal voto anticipato, ma, nella Lega, i governisti, da giorni silenziosi e impenetrabili, tranne la speranza nei “tempi supplementari” espressa, giorni fa, da Giorgetti, pesano ancora il giusto. Zaia, Fedriga, Fontana, vogliono che Draghi resti ancora per un po’. In teoria, sono le richieste di Salvini, ripetute in modo ossessivo. Il quale Salvini – che ieri sera ha aperto l’assemblea dei gruppi accolto da fragorosi applausi e ringraziando la squadra di governo, i ‘governisti’ - deve solo decidere se il ‘numero 2’ della Meloni lo vuole fare subito, con la Lega al 15% e la Meloni al 25%, o tra qualche mese quando la fusione con FI potrebbe fargli giocare la partita, nel centrodestra, da pari e non da vice.

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