[La polemica] È giusto vietare le spese immorali. Con il reddito di cittadinanza non si può comprare la play station

È giusto definire le spese che non si possono fare, perché è ovvio che se sto prendendo un reddito di sostegno non ci posso comprare il gratta e vinci. Tuttavia c’è qualcuno (ieri per esempio la giornalista economica Elisa Serafini) che pur di poter ridicolizzare il reddito, arrivano a sostenere che in nome della libertà degli individui “non esistono spese immorali”

Luigi Di Maio
Luigi Di Maio

Si, esistono spese “immorali”, è giusto se con il reddito non ci puoi giocare al gratta e vinci. Malgrado la meravigliosa gag della finta telefonata di Pinuccio a Di Maio (“Gigi, le autoreggenti si possono comprare? Ah no? Solo i collant? Le zanzariere sono morali?”) è assolutamente giusto, e di puro buonsenso che si definiscano le spese che con il reddito di cittadinanza si possono fare e quelle che non si possono fare. Tutti quelli che usano l’argomentazione della presunta “immoralità” per contestare il reddito, o addirittura per definirlo inattuabile - fra l’altro - incredibilmente ignorano che questo modello esiste già, e viene già applicato per il Rei.

Gli acquisti immorali

Quindi, ricapitolando: in questi giorni si sta formando una curiosa corrente di pensiero. Quella del “pregiudiziogiornalism” che pretende di spiegarci, contemporaneamente, che il reddito di cittadinanza sarà una pioggia di soldi dati senza nessun controllo, ma anche che non esistono acquisti “immorali”. Politici ed opinionisti che giocano su questo vocabolo girando in tondo e si affannano, per spiegare che non vogliono sprechi, ma anche che secondo loro con il reddito di cittadinanza si dovrebbe poter comprare sia la televisione full Hd o la PlayStation, perché altrimenti si subirebbe una limitazione inaccettabile delle libertà civili. Una tesi quantomeno curiosa. Costoro sostengono - sempre allo stesso tempo, malgrado non abbia nessun senso logico - che con il reddito di cittadinanza tutti i furbetti la faranno franca, fingendosi non-lavoranti, ma contestano anche la norma che prevede la condanna a sei anni, cioè il carcere, per chi dovesse percepire il reddito indebitamente. Da un lato si dicono sicuri che nessuno andrà in prigione (non si capisce perché), ma dall’altro non rinunciano a dire che la prigione sarebbe ingiusta per chi dovesse truffare lo Stato cercando di ottenere il reddito a cui non ha diritto, perché sarebbe “un truffatore povero”. Questo è - per esempio - lo schema logico della discussione che ieri ascoltavo incredulo, durante una interessante puntata di Otto e mezzo, persino da un giornalista serio come Massimo Franco.

Spese consentite e non consentite

Ovviamente tutte queste persone che adesso sono indignate per il reddito di cittadinanza e che si dicono certe delle possibili truffe, non hanno detto una sola parola di dubbio - quando è stato votato - sul Rei, il reddito di inclusione varato ai tempi del governo Gentiloni. Che funziona esattamente allo stesso modo: controllo su redditi, conti correnti e patrimoni, erogazione veicolata (ad esempio con il Postamat) spese consentite e spese non consentite.  È giusto il carcere per chi truffa lo Stato - aggiungo io -se non altro perché i potenziali truffatori sottrarrebbero quelle risorse, che fanno parte di un capitolato limitato, ad altre persone che ne hanno diritto. Ed è giusto definire spese che non si possono fare, perché è ovvio che se sto prendendo un reddito di sostegno non ci posso comprare il gratta e vinci. Tuttavia c’è qualcuno (ieri per esempio la giornalista economica Elisa Serafini) che pur di poter ridicolizzare il reddito, arrivano a sostenere che in nome della libertà degli individui “non esistono spese immorali”.

Giusto bloccare le “spese immorali”

Ecco perché invece, secondo me, alla faccia dei garantisti pelosi, un furbetto che ruba ad un povero il pane di bocca è un ladro che va punto durissimamente. Ma torniamo al Rei: in questo anno non risultano alle cronache casi di truffe conclamate, ed il motivo è semplice: per prenderlo bisogna sottoporsi all’anagrafe dei redditi, dei patrimoni, e persino del circolante sui conti correnti: è questo il motivo per cui chi vive in nero fino ad oggi se ne è tenuto alla larga. Metti a rischio il tuo reddito in nero, e sai che non prenderai il reddito in chiaro, insomma rischi di perdere entrambi. Tant’è vero che il problema del Rei non era lo spirito della misura (sacrosanto) ma il fatto che aveva pochissime risorse a disposizione e la coperta era così stretta da tenere fuori anche persone che avevano fatto richiesta (avendone i requisiti!). Im quel caso - tanto per fare un esempio concreto - asta superare diecimila euro/conto e si finisce fuori. Ecco perché chi come me ha sempre sostenuto (e ne sono ancora convinto) non condivide una misura di assistenza universalistica e indifferenziata è assolutamente favorevole alla misura che si sta delineando adesso, e cioè quella di un credito che si rivolge alla platea dei sei milioni di italiani più poveri secondo l’Istat. Ed è favorevole proprio se ci solo erogazioni condizionate nel vicolo di spesa. Bloccare le spese “immorali” (o improprie) non è solo giusto, è anche utile.