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[L’analisi] Lo spazio della sinistra e la lezione di Bobbio: se il riformismo dimentica la giustizia sociale

Occorre un ripensamento profondo delle scelte operate in tema di lavoro in Italia. Ed occorre un fronte progressista che sappia ripensare se stesso ridefinendo le sue priorità e la sua mission nella contemporaneità. Perché è vero che oggi ci troviamo di fronte a sfide nuove e inedite rispetto al passato, ma non cambia il tema di fondo, che è quello della rappresentanza degli interessi dei più deboli a fronte delle esigenze dei più forti

Norberto Bobbio
Norberto Bobbio

Norberto Bobbio aveva individuato, più di vent’anni fa, la differenza fra destra e sinistra nella discriminante fra gli opposti concetti di eguaglianza e diseguaglianza, affermando che la sinistra –contrariamente alla destra- non potesse che aspirare alla costruzione di una società di liberi ed eguali.  Un egualitarismo non utopico, non un’idea società in cui tutti siano eguali in tutto, ma come tendenza a rendere più eguali i diseguali. L’egualitario, diceva Bobbio, parte dalla convinzione che la maggior parte delle diseguaglianze che lo indignano, e vorrebbe far sparire, sono sociali e in quanto tali, eliminabili. L’inegualitario, invece, parte dalla convinzione opposta, che siano naturali, e in quanto tali, ineliminabili.

I diritti

La ragion d’essere dei diritti sociali come il diritto all’istruzione, il diritto al lavoro, il diritto alla salute, ragionava ancora Bobbio, è una ragione egualitaria. Tutti e tre mirano a rendere meno grande la diseguaglianza tra che ha e chi non ha, o a  mettere in condizione un  maggior numero possibile di essere meno diseguali rispetto a individui più fortunati per nascita e condizione sociale.

L'eguaglianza

Aver tentato di oltrepassare la diade eguaglianza-diseguaglianza, declinandola nei termini conservazione-innovazione, è stata l’intuizione più ambiziosa, ma anche la più azzardata, del teorema renziano.  In un commento alla riedizione del saggio di Bobbio, edito da Donzelli nel 2014, Renzi, partendo dal presupposto del superamento dei  vecchi blocchi sociali del xx secolo, ha tentato di ricomprendere le sfide della globalizzazione, della crisi e dell’Europa dentro un nuovo paradigma innovatore ed ancora nominalmente progressista, ma che non riuscendo a compensare l’abbandono della lotta di classe con una nuova missione egualitaria, arriva di fatto a teorizzare il superamento stesso della sinistra. In questo paradigma la sinistra “è chiamata a riconoscere  il movimento continuo delle nuove dinamiche sociali, contro chi vorrebbe vanamente fare appello a blocchi che non esistono più e che è un bene non esistano più”. Nel tentativo di inseguire la velocità del cambiamento però si è rinuncia a interpretare la complessità, a mediarla e a mitigarla. Non c’è una soluzione strutturale a favore dei più deboli, solo l’innovazione per l’innovazione, che rende obsoleta anche la vecchia distinzione fra destra e sinistra: “La sinistra –scriveva Renzi nel suo saggio- deve accettare di vivere il costante movimento dei tempi presenti e accoglierlo come una benedizione e non come un intralcio”.

Il tema della rappresentanza dentro un quadro di regole certe

Questa esaltazione  fideistica del “movimento irrefrenabile” sembra essere l’unico punto di caduta possibile del paradigma riformatore italiano ed è anche il motivo del suo fallimento:  bisogna lasciare che il movimento vada da sé, non intralciarlo con correzioni strutturali progressive (salvo l’una tantum dei bonus, a carico della spesa pubblica), perché questo disporrà automaticamente giustizia per tutti.  Una ricetta che stride con la realtà di un paese, l’Italia, in cui la soglia di povertà tocca ormai il 30 per cento della popolazione e dove l’erosione dei diritti è data su più fronti, a partire dal diritto al lavoro. Si è creduto infatti che disarticolando le regole del lavoro, modificando i rapporti di forza tra aziende e lavoratori ed accelerando il turn-over fossero la soluzione per tornare a crescere.  Il Jobs Act in particolare, non è riuscito a centrare la premessa di allargare la platea del lavoro fisso, a fronte della maggiore flessibilità in uscita. A dirlo è l’ Osservatorio sul precariato dell’Inps che a febbraio ha certificato come "l'incidenza dei contratti a tempo indeterminato sul totale delle assunzioni" si ferma al "23,2% nei dodici mesi del 2017 contro il 42% del 2015, quando era in vigore l'esonero contributivo triennale per i contratti a tempo indeterminato".

Da dove ripartire: la lezione di Bobbio è sempre valida

Occorre un ripensamento profondo delle scelte operate in tema di lavoro in Italia. Ed occorre un fronte progressista che sappia ripensare se stesso ridefinendo le sue priorità e la sua mission nella contemporaneità.  Perché è vero che oggi ci troviamo di fronte a sfide nuove e inedite rispetto al passato, ma non cambia il tema di fondo, che è quello della rappresentanza degli interessi dei più deboli a fronte delle esigenze dei più forti. Oggi il nuovo blocco di potere è l’alleanza fra le elites e la finanza globale da un lato, contro la sovranità popolare e le regole del lavoro dall’altro. L’unico modo che abbiamo per opporci alla polarizzazione delle ricchezze e dello sfruttamento originate dalla destrutturazione delle regole è, per l’appunto, ripensare le regole. Contrastare la flessibilità coi diritti, la speculazione con il ritorno all’economia reale, il surplus con la domanda effettiva di beni, lo sfruttamento illimitato delle risorse con il rispetto per la natura ed il benessere umano.  A ben vedere, la  lezione di Bobbio è ancora valida: l’uguaglianza, o la giustizia sociale, è la stella polare che ha guidato e deve guidare chi si ascrive al campo della sinistra.

Paola Pintusdi Paola Pintus, giornalista esperta di politica   
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