Lo slalom di Draghi tra la Merkel e Salvini. Con la Lega è “tregua armata”, come dentro la Lega con l’ala governista

Il faccia a faccia con Salvini in un clima “cordiale e costruttivo” per arrivare a soluzioni condivise

Foto Ansa
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La Maratona di Draghi tra la Merkel e Salvini - La giornata più 'lunga' da quando è a palazzo Chigi (febbraio 2022), per Super-Mario Draghi, è stata quella di ieri. In mattinata, il premier interviene nell'Aula del Senato per il G20 dei Parlamenti, parla di clima (“la crisi peggiorerà se non interveniamo”, dice), della necessità che la ripresa economica diventi duratura, delle necessità di difendere i diritti delle donne in Afghanistan. Poi, raduna i ministri competenti per la prima cabina di regia sul Pnrr cominciando dall'istruzione - previsti interventi per 17 miliardi, come dice in una conferenza stampa a metà mattina con accanto il ministro Bianchi (tecnico) -, rimarca l'importanza di rispettare le scadenze sulle riforme perché i tempi sono stretti, "finora abbiamo mantenuto gli impegni, vogliamo continuare a farlo”. Mancano all’appello non solo la riforma del fisco, ma pure quella sulla concorrenza, la legge sulle delocalizzazioni, stoppata proprio dalla Lega, e quella sulla sicurezza e le morti sul lavoro, senza dire della necessità di ‘rimodulare’ il reddito di cittadinanza – tema su cui è pronto a fare le barricate il M5s. Successivamente, ancora, vede Angela Merkel, di cui dice che “ci mancherà” sottolinea, la 'incorona' campionessa del multilateralismo, ricorda il sostegno della Cancelliera quando guidava la Bce, sottolinea che "l'Italia fa l'Italia", non può farsi carico dei destini europei (ma la Merkel lo ha, in pratica, incoronato come suo successore per i futuri destini dell’Europa…), valorizza l'importanza di una maggiore collaborazione tra i Paesi Ue, “perché dobbiamo avere il destino nelle nostre mani”, dice convinto, e conferma l'importanza del 'Next generation Eu', “un'occasione straordinaria per l'Italia”. Ecco perché, spiega, “c’è bisogno di responsabilità e di spendere i fondi con onestà, soprattutto se si punta ad arrivare al risultato che il programma dell'Unione europea non rimanga un unicum”. Incontra, dopo aver pranzato in un albergo romano con chi ha guidato “la Germania e l'Unione europea con calma e determinazione”, per più di un'ora Salvini, a palazzo Chigi. L’incontro più atteso della giornata, almeno per i retroscenisti italiani (quelli europei si occupano, e preoccupano, solo che Draghi resti dov’è….).

Il faccia a faccia di Draghi con Salvini, la tregua

Il faccia a faccia con il leader della Lega, che ha ‘minato’ le sorti del governo più volte, l’ultima l’altro ieri, sulla riforma del Catasto, avviene in un clima “cordiale e costruttivo” per arrivare a soluzioni condivise, assicurano da palazzo Chigi. E infine presenzia il Cdm che cambia l'impostazione delle norme sulle riaperture suggerite dal Cts: nessun limite per i luoghi di cultura, come cinema e teatri, mentre per le discoteche (misure in vigore dall’11 ottobre) la 'quota' passa al 50% al chiuso e di 75% all'aperto; per lo sport capienza al 75 per cento all'aperto e 60 per cento al chiuso. Cioè come voleva Salvini.

Percentuali che potranno essere modificate ulteriormente se dovesse migliorare l'andamento epidemiologico. “Abbiamo trovato un punto di sintesi”, dice in cdm il presidente del Consiglio, che appare visibilmente soddisfatto, rinfrancato.

Molteplici impegni, dunque, in appena ventiquattro ore per il presidente del Consiglio che ai ministri ribadisce – così si apprende - l'importanza di lavorare compatti e di puntare sulle riforme. Belle parole, ma dette in tempi, e giorni, difficili, per i partiti, alle prese con la partita della vita e della morte, i ballottaggi.

Le promesse di Draghi sembrano minacce…

“Ho già detto che il governo non segue il calendario elettorale, lo ribadisco oggi. E' il momento di chiudere”, aveva detto in conferenza stampa, quella sull’istruzione, intigna, però, Draghi, annunciando un altro decreto a breve per semplificare l'iter dei provvedimenti e rispettare così le – imperiose - scadenze con Bruxelles.

Politicamente l'incontro più importante per il premier e' con il leader del partito di via Bellerio, ovviamente. Draghi promette al suo ospite di vederlo frequentemente (secondo Salvini, “almeno una volta a settimana”, chissà come la prenderanno gli altri leader che diranno “E io?!”). Draghi assicura - dicono fonti parlamentari della Lega - che il governo non farà le barricate in Parlamento sulla delega fiscale. Traduzione: se ci sarà, insomma, da cambiare qualche virgola, quando la delega arriverà in Parlamento, non ci saranno problemi. Sarà. Si vedrà. A patto, però, fa capire Draghi, che si evidenzi 'urbi et orbi' che questo governo non ha alcuna intenzione di aumentare le tasse. Una idea – e un ‘sospetto’ – messo in circolo dai leghisti e da Salvini, che lo fa letteralmente imbestialire. E dunque basta con la narrazione di un esecutivo che sul tema della pressione fiscale tergiversa, fa capire, e qui sembra quasi che sbatta i pugni sul tavolo, solo che è Draghi, quindi non alza mai la voce, lui.

Non servono impegni scritti, ribadisce ai leghisti, che pure li avevano chiesti. Nel colloquio con Salvini, il premier in carrozza, che tutti vogliono ovunque (al Quirinale, o ancora premier, o leader di chissà quale nuovo schieramento neo-centrista) e il leader semi-disarcionato (da leader del centrodestra come dal suo partito) i due – che più diversi non potrebbero essere, per tono, stile, posa - non avrebbero parlato della riforma della concorrenza e del tema delle concessioni balneari, altro tema su cui la Lega è, e da mesi, sugli scudi.

Il Capitano, per ora, abbozza, ma non demorde

La Lega è concorde sulla necessità di aspettare le sentenze del Consiglio di Stato, prima di agire. Sarà, la prossima mina, sulla strada del governo, è già dietro l’angolo, su questo come sul resto…

Dunque, è stata, perlomeno, siglata una 'tregua' con Salvini che evidenzia l'esito di “un incontro utile” e di un rapporto “franco” con il premier. Draghi poi viene incontro anche alle richieste arrivate, proprio dalla Lega, ma anche dal Movimento 5 stelle, di allargare le maglie sulle capienze nel nuovo dl sulle riaperture, magari per lo ‘scuorno’ del ministro di LeU Speranza, però.

Il Cdm si chiude con il via libera all'unanimità, la frattura con il partito di via Bellerio - attaccato ancora dal Pd (“I giochini di Salvini hanno stancato, è il solito film; i problemi sono solo della Lega”), infierisce il segretario Letta, e M5s (“Tutto chiarito con Draghi? Difficile fidarsi”, osserva il presidente dei pentastellati Conte, peraltro alle prese con una crisi verticale del Movimento e, anche, con inchieste giudiziarie che lambiscono i suoi) – sembrava, ieri, rientrata.

Il confronto di Salvini con Giorgetti e gli altri…

Il confronto tra Salvini e Giorgetti ha avuto una coda anche nel cortile di Palazzo Chigi, prima che iniziasse il consiglio dei ministri. A fare capannello, con Salvini e Giorgetti, anche gli altri  due ministri leghisti, la titolare delle disabilità, Erika Stefani e Massimo Garavaglia, ministro del Turismo. Poi il Consiglio dei  ministri, che vede tutti d'accordo. “Il presidente Draghi e il senatore Salvini hanno toccato anche il tema delle riaperture, per allentare il più possibile limiti e restrizioni in caso di dati sanitari confortanti”, recita un comunicato della Lega, come a far credere che sia scoppiata la ‘pace’ non solo tra Draghi e Salvini, ma pure all’interno della Lega, cosa che, ovvio, non è.

La verità è che Matteo Salvini vuole avviare una 'Fase due' per rimettere al centro il ruolo politico della sua leadership, avendo un maggior controllo sul governo come sul partito. Con Mario Draghi ci parlerà lui, una volta a settimana, come detto. Un po' come capitava nei celebri caminetti del lunedì ad Arcore tra Silvio Berlusconi e Umberto Bossi, quando il primo doveva rincorrere le ‘bizze’ del secondo. Possibili scene riavere simili? Difficile, anche solo conoscendo Draghi.

Salvini ora vuole un rapporto diretto col premier

In ogni caso, Salvini punta ad avere "un rapporto diretto" con 'SuperMario'. Un risultato che sarebbe frutto di una complessa mediazione con l'anima moderata del partito rappresentata da Giancarlo Giorgetti e dai governatori del Nord.

Il "Capitano" vorrebbe farla finita con le troppe intermediazioni che, a suo giudizio, hanno provocato negli ultimi tempi equivoci e malintesi su tanti, troppi, dossier. Sarebbe eccessivo parlare di un tentativo di commissariamento di Giancarlo Giorgetti, che infatti continua a essere il capo della delegazione leghista al governo. Con questa mossa, però, il Segretario diventa di fatto una sorta di "quarto ministro", nemmeno tanto ombra, e cerca di riprendere una centralità politica forte. Non è possibile - è il ragionamento generale - limitare il suo ruolo ad abile 'compaigner', disponibile a fare comizi come una pallina impazzita lungo tutta la penisola, ma poi non essere presente a Roma nei passaggi politici che contano. Questa è stata la strategia spiegata durante una riunione “franca ma cordiale” – così viene definita - con Giancarlo Giorgetti e Massimiliano Fedriga, nello studio del Capitano che si trova di fronte a Palazzo Madama, con l'obbiettivo comune di trovare una sorta di mediazione con l'ala cosiddetta "governista".

La Lega per ora regge, ma per quanto ancora?

Ovviamente, solo il tempo dirà se questa svolta porterà a una pace duratura o solo, come sembra ora, anche in questo caso, una tregua armata, anche se l'opinione di tutti è che non è questo il momento di strappi e scontri intestini.

Nel frattempo, però, Salvini riprende in mano anche l'organizzazione del partito: ieri aveva annunciato che la "ricreazione era finita". E oggi ha strigliato i coordinatori regionali dopo la scoppola elettorale. Una riunione definita "muscolare" da alcuni partecipanti in cui il segretario ha esortato tutti a darsi una mossa, di stare attenti alla classe dirigente locale, a lavorare a stretto contatto con il proprio elettorato dando risposte concrete sul terrirorio. La prima mossa – annunciata dal segretario - è quella di ripartire con i congressi delle sezioni, in modo da riprendere il rapporto con la base, già nelle prossime settimane. Poi, via ai congressi ‘federali’ (che vuol dire, nella Lega, regionali) e, alla fine, molto probabile un congresso nazionale. Salvini vuole ribadire lì dentro, e al più presto, che nel partito ‘comanda’ lui. E soltanto lui. Peccato che anche Matteo Renzi, dopo la sconfitta al referendum del 2016, fece lo stesso: portò il Pd a congresso e si fece riconfermare leader. Dopo, però, perse le elezioni politiche e, dal Pd, fu prima ‘dimissionato’ e messo in minoranza per finire, poi, per andarsene via, fondando Iv. Non è detto che, a Salvini, non succeda lo stesso: perdere le elezioni e andarsene per ‘auto-fondare’ un altro ‘partitino’ a sua immagine e somiglianza e lasciare la Lega ad altri – se non lo stesso Giorgetti, al governatore del Friuli, Fedriga, che scalda i muscoli, nell’attesa.