“Se Atene piange, Sparta non ride”. Come sta la "sinistra" a sinistra del Pd? Male e poco bene

“Aiuto, mi si è ristretta la Sinistra! Le comunali testimoniano che, a sinistra del Pd, che guarda a M5s e centro, c’è poco, o nulla. Lo stato dell’arte delle frattaglie della sinistra radicale: come stanno e cosa vogliono fare.

nicola fratoianni
Nicola Fratoianni leader di Sinistra Italiana (Foto Ansa)

Il centrodestra ha perso le elezioni, e va bene. Il Pd e il centrosinistra esultano, è comprensibile. Ma al netto del particolare – non di poco conto – dell’altissimo astensionismo (ne parleremo dopo) e del fatto che, senza di quello, il centrodestra resta la coalizione maggioritaria nel Paese (così, almeno, dicono tutti i sondaggi e sondaggisti), anche se ha il piccolo ‘problemino’ di tradurre, all’atto delle elezioni, i ‘voti di paglia’ (quelli dei sondaggi) in ‘voti di pietra’ (quelli nelle urne), il centrosinistra ha poco di cui stare allegro. E, in particolare, poco ha da cantare vittoria la sinistra alla sua sinistra, come dimostrano dati elettorali poco ‘letti’ e pure pochissimo commentati. Un po’ perché tutta l’attenzione dei commentatori e dei media si è concentrata – tra scandali, inchieste e crisi interne – sul centrodestra. E un po’ perché, a sinistra, sembra che esista ‘solo’ il Pd e, al massimo, i suoi alleati ‘minori’, peraltro poco analizzati pure loro. Figurarsi alla ‘sinistra’ a sinistra del Pd. Ma ora vediamo di analizzare i dati e trarne conseguenze politiche, rimettendoli in fila per, forse, aiutare a capire ‘cosa resta’ della sinistra a sinistra dal Pd, sempre esista ancora.

Coraggiosa a Bologna? Non tanto ‘coraggiosa’

Certo, c’è chi vede il bicchiere ‘mezzo pieno’. Quelli di ‘Coraggiosa’ a Bologna, per dire. Il loro ‘leader’ è una donna, Elly Schlein. Tosta, giovane, ex europarlamentare (eletta con il Pd, poi passata con ‘Possibile’ di Civati, poi amen), oggi vicepresidente della giunta rossa di Bonaccini in Emilia-Romagna, professoressa di diritto pubblico, cittadinanza americana, oltre che svizzera, ma vive in Italia. ‘Cittadina del Mondo’, si diceva, ai tempi della Sinistra anti-globalista, ora però è diventata una dei ‘saggi’ delle Agorà messe su da Enrico Letta per ‘allargare’ il Pd, naturalmente nel suo ‘territorio’, la Sinistra. Il guaio è che, alle comunali di Bologna, la lista Schlein ha preso – così li scandisce, sul Domani, Daniela Preziosi, ex notista politica del manifesto, unico giornale che ancora si dice ‘comunista’, ora al Domani, attenta osservatrice del mondo, variegato e variopinto della Sinistra (ex) radicale, come fosse un clamoroso successo – “3.521 voti di preferenze, 7,32% in percentuale. Una valanga, a Bologna”, scrive la Preziosi, che poi snocciola, a supporto della tesi, l’elezione di 12 candidati 12 nei consigli di quartiere e l’affermazione personale della neo-consigliera Emily Clancy. La quale prende più voti pure della ‘sardina’ Mattia Sartori e che, ora, dunque, passerà dai banchi dell’opposizione, dove sedeva prima, a quelli del ‘governo’ della città, dato che avrà un posto nella giunta del vittorioso sindaco ‘de sinistra’ Lepore, il quale – checché ne decanti le virtù il Foglio, descrivendolo come ‘un sincero riformista’ – ha vinto le elezioni ‘epurando’ tutti i riformisti (gli ex renziani) che aveva ‘in casa’, nel Pd, chiedendo a Letta di non candidarne neppure uno e ottenendo, dal segretario, la ‘giusta mercede’. Per carità, un buon risultato, ma dati simili la stessa lista li aveva presi alle comunali del 2016 (poco meno del 7%), anche se allora non era in coalizione con il Pd, che arriva al 36,5% dei voti, e soprattutto, oggi, li prende con una lista, “Coalizione civica – Coraggiosa – ecologista – solidale”, che metteva insieme molto e molti – troppi - pezzi della sinistra radicale bolognese: si va da Art. 1 a SI, da Possibile, da Elly a Errani.... Insomma, non certo un trionfo, anche se qualcosa di certo glielo ha portato via la lista di Potere al Popolo, che presentava un volto ormai noto pure in tv, quello della ‘rossa’ (pure di capelli), Marta Collot (2.49% per lei, 2,29% per la lista di Pop). Ora, al netto degli endorsement degli intellettuali (il cantautore-Poeta Francesco Guccini, lo Stato sociale, etc.: a Bologna gli intellettuali ‘cantano’), quelli della lista ‘Coraggiosa’ e la stessa Schlein cantano vittoria (“Abbiamo fatto cose normali e, insieme, straordinarie, tenendo insieme tutti…”), ma “unire è difficile”, ammette la stessa Preziosi, e, come sempre, la somma non fa il totale, come diceva un genio, il Principe Antonio de Curtis.

Il ‘disastro’ delle liste della sinistra nelle grandi città

Il guaio è che, nelle altre città italiane al voto, la sinistra-sinistra è andata, se possibile, peggio che a Bologna, anzi: molto peggio. Ha preso, mettendo insieme ‘tutto-tutto’, il 5,3% a Ravenna, il 2,6% a Rimini, e via giù, calando. Meno del 4% (3,9%) a Torino, come Sinistra ecologista (un eletto, tre se il dem Lorusso vince), dove pure era in coalizione col Pd, anche se i pugnaci torinesi si dicono pure loro ‘soddisfatti’ del risultato (“Abbiamo eletto tanti consiglieri nei quartieri”… - e vabbé). Inoltre, appena il 3.85% a Napoli, dove convivevano SI, Art. 1, civici e pure il Psi (uno dei risultati peggiori tra le ben 13 liste che correvano a sostegno del sindaco eletto Manfredi, anche se elegge ben due consiglieri), ma qui la concorrenza, tra la lista di Bassolino (8,2% per lui) e Alessandra Clemente (5,6%), che raccoglieva l’eredità di ‘Dema’, era altina. Disastro, totale, pure a Roma. Appena il 2% (e zero eletti, a meno che Gualtieri non vinca: allora saranno 2) per la lista Sinistra civica ecologista, che raccoglieva Art. 1, SI, Liberare Roma (civici) e meno del 2% (1,97%) per Roma futura che univa (si fa per dire) Pop, Green Italia, Possibile, Radicali italiani e Volt (inutile perdersi nel troppo spesso astruso significato delle varie sigle…), che pure ne elegge zero (due se Gualtieri vince). Certo, qui il tema dietro cui ‘nascondersi’ è che l’ispiratore di una delle due (la seconda), l’ex assessore di Ignazio Marino, Giovanni Caudo, tiene ‘stretti’ i criteri nella selezione di candidati e programmi, che il Pd (che pure non ha brillato: 16,3%) gli ha fatto la guerra perché il suo (ex) dante causa, Marino, ha tifato di fatto per Raggi. O che “la frammentazione non paga”, dice al Domani Amedeo Ciacchetti (46% per lui nel suo VII Municipio, la migliore performance di tutti). Ma se questo è vero (sotto l’1% sono rimasti, tristemente, inchiodati pure i Verdi di Europa Verde, i cattolici ‘solidali’ della comunità Sant’Egidio, sotto lo 0,3% il Psi, capolista Bobo Craxi), non paga neppure l’unione, a dirla tutta. Sempre al Domani, Massimiliano Smeriglio, braccio ‘sinistro’ di Nicola Zingaretti in Regione, e storico dominus della sinistra-sinistra romana (stava in Rifondazione, poi in SeL, poi in LeU: radicato nelle periferie, è un ‘portatore’ di voti), riconosce che “Roma è andata al di sotto delle nostre aspettative, non c’ò dubbio, ma la sinistra si rigenera solo se interpreta le istanze dei territori vere” (e lui, di ‘territori’ romani ne capisce…). Ma resta il punto: il buon Stefano Fassina, che poi ha fondato ‘Patria e Costituzione’, altro pulviscolo ‘sovranista-comunista’ della sinistra, nel 2016, a Roma, sfiorò quasi il 5%, un risultato che, oggi, tre liste insieme non vedono.

Mdp, i fuoriusciti dal Pd, e il fallimento LeU

Il lettore ‘avvertito’ potrebbe dire: ma non esisteva LeU (Liberi ed Eguali) in Parlamento? Ecco, LeU – in pura astrazione metafisica – esiste ancora, anche se non presente alle comunali, ma mischiata alle varie liste di cui si è detto sopra. Ma l’ex ‘cartello’(che, poi, questo era) elettorale che, alle Politiche del 2018, fece un brutto tonfo, prendendo appena il 3% dei voti, tra Camera e Senato, esiste solo come gruppo parlamentare per una serie di ragioni ‘tecniche’ che, per evitare lungaggini, è meglio non spiegare, altrimenti, poi, al lettore viene solo un grande mal di testa. In ogni caso, esistono ancora ben 12 deputati (capogruppo Federico Fornaro) e sei senatori (capogruppo Loredana Depetris, che però è di SI, e che peraltro siedono tutti nel gruppo Misto) e, volendo, ben 23 consiglieri regionali sparsi per l’Italia a tenere alte (si fa per dire) le ‘bandiere’ di un movimento che non esiste più perché LeU, da tempo, è diventata Articolo Uno. Senza dire del fatto che LeU-Articolo Uno, pur non esistendo più, di fatto, in natura, da ben due governi, ha pure un ministro (e che ministro! L’ottimo, bravo Roberto Speranza, alla Salute) e che ha, persino, ben sei europarlamenti in Ue (fasti gloriosi dei tempi che furono), il ‘problema’ è che LeU, di fatto, non esiste più. L’ex Mdp, poi LeU, ora Articolo Uno (segretario lui, Speranza) è ‘governista’ (ieri nel Conte 2, oggi con Draghi) mentre SI sta all’opposizione e Possibile non c’è (non in Parlamento, almeno). Questi erano i tre tronconi che diedero vita al cartello elettorale di LeU, nel 2018, e che poi – come le briciole di Pollicino – si sono separati e divisi, o dissolti. Certo, Articolo Uno esiste eccome, anche se, ormai, alle elezioni quasi mai si presenta. E’ molto ‘filo-M5s’ (linea Conte), molto vicina a Bettini (ex ideologo di Zingaretti) e molto ‘filo-Pd’ (Zingaretti prima, Letta ora), partito in cui anela, da molto, troppo, tempo, di poter rientrare, e dalla porta principale, cioè con tanto di posti. La storia, però, qui si fa vieppù, assai complicata. Collegati al Pd, e alleati, esistevano prima – cioè nella notte dei tempi, intorno agli anni Duemila - SeL di Nichi Vendola, poi diventata Sinistra italiana, oggi guidata però da Fratoianni – che, come vedremo, sta all’opposizione di Draghi - e, dall’altra parte, un pezzo di ex Pci-Pds-Ds che rifiutò di entrare nel Pd (l’area di Fabio Mussi) e che poi, fondendosi con i fuoriusciti dal Pd (i vari Bersani, Speranza, Epifani, Errani, D’Alema), diedero vita a Mdp. La quale, alle Politiche, si presentò sotto forma di cartello elettorale (LeU). Gli scissionisti di Mdp avevano preso cappotto e cappello e se ne erano andati dal Pd già nel 2016, all’atto del referendum costituzionale, quando ‘l’invasore’ Renzi (come gli Hyksos, i terribili Ittiti, o Popoli del Mare, i renziani avevano invaso, secondo loro, terre prolifiche e pacifiche, facendone strame, portando odio, dolore, guerra) lo conquistò – via regolari primarie, ma invece, a loro dire, con un colpo di stato, manu militari – e, poi, conquistò (per poco) anche il governo. Loro, ovviamente, a quel punto fecero una scissione, antico e storico vizio della sinistra comunista. Solo che, pure LeU, nonostante si presentasse come un accrocchio e fusione di formazioni diverse (Mdp, Sinistra italiana, Possibile di Pippo Civati, etc.) alle Politiche 2018, si diceva, andò maluccio: 3% dei voti, tra Camera e Senato, 14 deputati e 4 senatori, poi in parte diminuiti (alla Camera) e in parte ‘lievitati’: oggi sono 12 alla Camera e 6 al Senato, per innesto di tre ex M5s. Certo che, quando si ‘pesano’, gli ex addendi della sinistra radicale, tutti insieme, valgono il 5, se va bene, ma a volte, appunto, manco si pesano.

Fratoianni è alla ricerca di una “identità”…

Ma si diceva dell’altro pezzetto della storia di una Sinistra che ama più dividersi che unirsi, di solito. Quel Nicola Fratoianni, leader smart ma coriaceo e combattivo di Sinistra italiana che, rompendo con gli ex sodali di LeU-Articolo Uno, ha messo all’opposizione (dura) del governo Draghi, sostiene che “abbiamo dato più peso all’unità che all’identità mentre i cittadini hanno bisogno di riferimenti politici stabili e duraturi. Serve una struttura organizzata, nel campo della sinistra, con chi ci sta” mentre lClancy “guarda oltre perché solo chi lo fa ottiene buoni risultati”. Ecco, il problema del ‘chi ci sta’, però, rimane. Fratoianni, in prima fila in tutte le raccolte firme dei referendum che, in questi mesi, hanno fatto ‘boom’ (eutanasia legale, cannabis, non giustizia, ora ha lanciato, da solo, pure quello per introdurre la patrimoniale, storica bestia nera della Destra), come nel rivendicare, orgoglioso, le stimmate di un antifascismo ‘militante’, contro Lega e FdI, ha provato a lanciare un nuovo ‘progetto’ politico. Quella Sinistra italiana (un deputato solo rimasto, lui, Fratoianni, che Erasmo Palazzotto, bravo e tosto, se n’è andato nel Pd, e tre senatori: la ex verde Depetris, capogruppo di LeU al Senato, e due ‘acquisti’ dal M5s, Paola Nugnes e Elena Fattori, il che fa appena tre, ecco) che vuole diventare ‘sinistra ecologista e radicale’ ma che, però, nei voti e nel Paese, non decolla. Con lui potrebbe tornare, dopo essere uscito da LeU sbattendo la porta, anche perché non eletto, Pippo Civati con la sua task force di entusiasti, Possibile, ma non i Verdi di Europa Verde che fanno capo ad Angelo Bonelli e fanno storia a sé, come pure fa storia a sé il singolo Fassina, che – come detto – ha fondato Patria e Costituzione. Insomma, la solita dispersione di voti (e di idee).

I micro, comunisti e non: Pc di Rizzo, Pop, Prc

Come pure fanno storia a sé la miriade di partiti trotzkisti che, incredibile a dirsi, ancora esistono, e a volte si presentano pure, alle elezioni. E il Partito comunista (Pc, in sigla: e no, non è il ‘pc’ che siete abituati a usare per scrivere…) di Marco Rizzo. Il quale – grazie anche a un ‘favor’ delle tv berlusconiane che lo invitano spesso – è un personaggio in tv, ma anche molto furbo: calvo, massiccio, ghigno mefistotelico, esperto (viene dal Pci stalinista, poi Prc, poi Pdci, è sempre stato a capo dell’Organizzazione e ha messo in piedi persino i suoi Giovani comunisti), Rizzo è un concentrato di ‘venerazione’ per Cuba come per la Corea del Nord e di ‘dalli addosso’ al Pd e a tutto quello che non ha il sapore di Stalin, oltre che uno che, con il suo minuscolo partitino, ha preso percentuali non risibili. Lui, a Siena, contro Letta, quasi il 6%, il suo Ballanti, a Roma, sempre per le supplettive, un rotondo 6,6%, terzo, surclassando persino l’ex magistrato Palamara, anche se il suo partito non ‘vale’ più dell’1%. Ma se Rizzo, da buon stalinista, neppure si sogna di ‘venire a patti’ con quelli che ritiene ‘soltanto’ dei ‘deviazionisti’ (dal glorioso solco dell’ex Pc bolscevico dell’Urss, ovviamente), tanto meno si sognano di ‘venire a patti’, con la Sinistra un po’ fricchettona e un po’ troppo ‘dentro’ il Sistema di LeU e Sinistra italiana, quelli di Potere al Popolo – esperienza nata a cavallo tra centri sociali e non cui partecipava anche il piccolo Prc, oggi guidato da Maurizio Acerbo, che poi si è ripreso la sua ‘autonomia’ e a sua volta se ne sta per conto suo.
Pure Pop ha avuto risultati non esaltanti, nelle varie città, tranne alcune (tra cui Bologna), comunque intorno all’1-2%, ma anche loro ora ‘godono’ di spazi televisivi. Sia perché la ‘rossa’ (di capelli e nei fatti) Marta Collot - che ne è la portavoce nazionale, dopo Viola Carofalo, Giorgio Cremaschi (ex Fiom), insieme a Giuliano Granato (un uomo e una donna, per Pop, non sia mai che non ci sia la parità di genere…) - si è candidata a Bologna, buca la tv ed è brava. Sia perché hanno, incredibilmente, ‘acquisito’ un senatore della Repubblica, l’ex pentastellato Matteo Mantero che ora li fa ‘vivere’ a Palazzo, nonostante l’1% raggranellato alle Politiche 2018. Insomma, frattaglie, ecco, pulviscoli della Storia (grande) della Sinistra, comunista e non, che fu, che proprio non ce la fa a ‘riunirsi’ e ‘unificarsi’: non è, del resto, né nel suo Dna né nelle piccole, modeste, rivalità di micro-leader e micro-partiti.