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I sindaci del sud in marcia su Roma contro l’autonomia e per soldi. De Luca vs Meloni: finisce a male parole

Ieri oltre trecento sindaci hanno manifestato davanti alla prefettura della Capitale. Poi si sono mossi in corteo verso palazzo Chigi per interloquire a tu per tu con il governo. Nessuno li ha ricevuti. Momenti di tensione con la polizia che aveva avuto l’ordine di bloccare la strada ai sindaci con la fascia tricolore. Meloni dalla Calabria: “Andassero a lavorare”. De Luca: “Senza soldi, provaci tu stronza”

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
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Trecento sindaci marciano su Roma, guidati dal loro Presidente di Regione, per chiedere “dignità” e “rispetto”, trovano tutte le porte chiuse, nessuno del governo che li riceve e li ascolta (tranne il prefetto), vengono sfidati anche dalle forze dell’ordine che si parano loro davanti e nel marasma ci sono stati spintoni e qualcuno a terra. Insomma, una brutta scena. Eppure ciò di cui si parla, ciò su cui sarà oggi spostata la narrazione e la discussione di giornata è la parola “stronza” che il governatore in questione - Vincenzo de Luca - ha spedito alla premier che dalla Calabria, dove stava firmando accordi e quindi soldi con un presidente di Regione del sud ma di centrodestra (il calabrese Occhiuto) aveva a sua volta detto a De Luca: “Ma vada a lavorare invece di marciare”.

I due motivi della marcia

Una delle giornate più amare di questa legislatura. “Un governo che carica i suoi sindaci e scarica i territori” è la sintesi di Riccardo Magi, deputato di +Europa. Perchè la marcia dei sindaci rispondeva - e continuerà a rispondere perchè è stata la prima ma non crediamo che sarà l’ultima - a due questioni.

La prima: quei sindaci erano lì perchè dicono no alla legge sull’Autonomia differenziata che governo e maggioranza hanno approvato in prima lettura poche settimane fa, una legge che nei fatti dà autonomia alle singole regioni su ben 23 materie ( ad esempio scuola, turismo e commercio con l’estero), consente alle singole regioni di trattenere tasse e contributi e nei fatti diminuisce i trasferimenti dal centro alle regioni più povere. “Una legge che premia gli amministratori capaci e punisce gli incapaci” è il mainstream nella maggioranza. Peccato che il sud non abbia le stesse infrastrutture del nord, e neppure del centro, dalle ferrovie alla banda larga e quindi le connessioni in genere, e sconti vari handicap in partenza. Unico “vantaggio” è che ciò che la destra chiama legge, è solo l’avatar di quella legge che non potrà essere operativa almeno per i prossimi due anni e solo se dopo aver finanziato (con qualche decina di miliardi) i Livelli essenziali delle prestazioni.

Il secondo motivo della marcia su Roma dei sindaci campani sono i soldi: il governatore De Luca chiede al ministro Fitto di sbloccare quasi sette miliardi che spettano alla regione Campania: 5,6 miliardi dei Fondi di sviluppo. Coesione e 1,3 miliardi del Programma complementare dei Fondi europei (Poc). “Bloccati gli investimenti - dicevano ieri volantini in piazza - non possiamo garantire i serviziali cittadini. Quasi 200 comuni rischiano il default”. Il motivo per cui Roma blocca i suddetti fondi è che il ministro Fitto - un vero pugliese del sud - ci vuole vedere chiaro (“siamo in fase di verifica”) ha detto ieri in un comunicato fatto arrivare mentre i sindaci marciavano sotto palazzo Chigi sulle performance degli anni scorsi, su come sono stati investiti e sulla capacità di attuazione dei progetti e di spesa dei fondi. “Nelle stesse condizioni della Campania ci sono Puglia ed Emilia Romagna” dicevano ieri alcuni sindaci. Guarda caso regioni a guida centrosinistra e tutte in scadenza nel 2025. De Luca ha già denunciato in procura - e anche al Tar e alla Corte Conti - il ministro Fitto ipotizzando il reato di omissione di atti di ufficio.

Giornata triste

Chiarito il “perché”, veniamo ora al “come” di una giornata triste per la democrazia visto che nessun membro del governo ha trovato il tempo di ricevere e ascoltare le legittime istanze di quegli amministratori. Ci ha dovuto mettere una pezza il perfetto di Roma Lamberto Giannini che, dopo aver salvato la Capitale nelle scorse settimane dal rischio paralisi causa trattori, ieri è stato l’unico rappresentante del governo che ha saputo trovare il tempo di ricevere gli amministratori e ascoltare le loro istanze.

Chiedendo “dignità” e “rispetto” e “Subito Fsc”, ieri mattina trecento sindaci campani più altre decine dalla Calabria e dalla Puglia sono sbarcati a Roma.

Guidati dal presidente della Regione Vincenzo de Luca, hanno indossato le fasce tricolori e si sono dati appuntamento in piazza Santi Apostoli. Tra loro anche molti deputati ed eurodeputati del Pd (Pina Picierno). Assente il sindaco di Napoli Manfredi, presente però l’assessora Teresa Armato, c’erano anche consiglieri regionali di opposizione come la 5 Stelle Valeria Ciarambino (ex 5 Stelle), consiglieri come Venanzoni, Pellegrino e Gaeta, assessori come il prefetto Mario Morcone, sindaci come Mastella. “Quella contro l'autonomia - ha detto spiegando perchè anche lui al seguito di De Luca - è una giusta battaglia: le condizioni di marginalità del sud sarebbero fortemente incrementate e non mi pare un’ipotesi praticabile”.

L’appello

Il governatore ha tenuto il discorso in piazza Santi Apostoli. Contro l’autonomia ha dato le cifre che, a suo dire, dimostrano perché “non è vero che il sud spreca visto che ad esempio la spesa corrente è molto inferiore a quelle di tante regioni del centro e anche del nord”. Poi ha chiesto che vengano sbloccati “subito come già successo per tante altre regioni” i miliardi dei Fondi coesione europei che invece il governo, e il ministro Fitto che ne detiene la chiave, trattengono accusando le regioni del sud di non saperli spendere. Peggio, di sprecarli. E’ una battaglia durissima quella sui fondi: sono delle regioni, spettano alle regioni ma “guarda caso a quelle governate dal centrosinistra, noi e la Puglia, non li stanno dando. Tutto fermo da un anno e mezzo. E sarà così per un altro anno”. Guarda caso fino alla campagna elettorale per il rinnovo dei consigli regionali. All’Emilia Romagna pare siano arrivati “sono quelli mandati da Ursula von der Leyen”. Sono percorsi misteriosi quelli dei fondi di coesione. Fatto sta che le regioni “rosse-rosè” non li hanno visti. Solo una coincidenza?

In cerca di un interlocutore

Il colpo d’occhio su piazza Santi Apostoli era quello delle grandi occasioni solenni. Manifestazione autorizzata, ovviamente. A quel punto, dopo le 12 e 30, De Luca decide che non poteva finire così. “Ci deve ricevere qualcuno del governo” suggerisce. E parte alla volta di palazzo Chigi. E della galleria Sordi che ospita gli uffici di numerosi dicasteri tra cui quello del Sud, del Pnrr, della Coesione sociale e degli Affari europei, il superministero di Fitto, quello - anche - con la maggiore dotazione finanziaria. Una larga parte di manifestanti viene subito scoraggiata a mettersi in marcia da un primo sevizio d’ordine delle forze dell’ordine all’inizio di via del Corso.

Il peggio succede a pochi metri da largo Chigi, quando la delegazione viene proprio fermata. Prima dagli addetti agli ingressi, “scusate ma qui non c’è nessuno”. Come nessuno: è venerdì mattina, non c’è un sottosegretario, un capo di gabinetto, un capo del legislativo, qualcuno delegato a spiegare e trattare? Arriva in compenso un messaggio dal ministro Fitto, impegnato a Reggio Calabria con la presidente Meloni e il presidente Occhiuto per firmare proprio i fondi di coesione che spettano alla Calabria, regione a guida centrodestra. “Per quello che riguarda la Campania - scrive Fitto - è ancora in corso l’istruttoria sui fondi di coesione”. “Chiacchiere, qui siamo solo alle chiacchiere, tutte frottole, andiamo a palazzo Chigi” dice De Luca che si mette a capo delle fasce tricolori.

150 passi

Dalla galleria Sordi a palazzo Chigi ci sono centocinquanta passi. Ma la piazza è transennata, spuntano cordoni di forze dell’ordine da ogni dove, c’erano forse meno divise il giorno prima quando erano giunti sin qua gli agricoltori (senza i trattori). Raggiunto l’unico varco rimasto aperto, si vede la scena che non avremmo mai voluto vedere: la polizia, che presidia la piazza, ha avuto l’ordine di “fare muro e contrastare”. Poliziotti contro sindaci con addosso il tricolore, naso a naso pezzi delle istituzioni. “Non si può andare oltre” dice il dirigente responsabile dell’ordine pubblico. “E allora chiedete che qualcuno venga qui a parlare, sennò dovete caricarci, è chiaro? Ci dovete uccidere” urla il governatore. Qualcuno spinge, qualcuno cade, non è una vera carica, è un muro di uomini che impedisce ad altri uomini e donne di passare. Solo che rappresentano entrambi lo Stato.

“Andassero a lavorare”

Intanto la premier Meloni, sempre in Calabria, può leggere alcuni report e vedere alcune immagini. E commenta: “L’Autonomia non danneggerà il Sud, semmai metterà gli amministratori davanti alle loro responsabilità dividendo i capaci e quelli che capaci non sono stati, chi fa le manifestazioni invece che stare a lavorare”. Dopo la prefettura, De Luca torna verso Montecitorio, la Camera dei deputati dove ha diritto ad entrare. Ma non c’è nessuno, di venerdì come di lunedì, il Parlamento non lavora. Per l’appunto. Ci sono invece i giornalisti. Che riferiscono a De Luca il commento della premier. E qui, dopo due ore di tensione, il governatore fa l’unica cosa che non doveva fare: insultare la premier. “E' intollerabile questo atteggiamento, centinaia di sindaci che stanno qua e che non hanno i soldi per l'ordinaria amministrazione. Lavora tu str..za”. E’ un attimo passare dalla ragione piena al torto colposo. Comprensibile, vista la tensione. Ma non si può fare. Può diventare anche controproducente.

E il problema diventa l’insulto

Da quel momento esatto, infatti una battaglia legittima viene spazzata via nel racconto di giornata dalla gran cassa di Fratelli d’Italia (molto silenziosa la Lega, muta Forza Italia) che, confondendo il dito con la luna, inizia a chiedere alla segretaria del Pd Elly Schlein di “prendere le distanze dal governatore, di cacciarlo dal partito”. La stessa gran cassa attacca le parlamentari Pd che “non difendono la premier dall’attacco sessista”. Ora, l’epiteto è certamente sbagliato, ma cosa c’entri il sessismo francamente non si sa. Schlein non risponderà. Tra lei e De Luca non ci sono rapporti e neppure stima. La battaglia del governatore però “è giusta e sacrosanta”.

Ieri mattina la segretaria del Nazareno in un’intervista ha puntato il dito contro “la patriota (Meloni, ndr) che divide l’Italia” e che, con la legge sull’autonomia differenziata “mina servizi essenziali come la salute e la scuola”. Oggi De Luca bissa a Napoli nel teatro Sannazzaro con gli operatori della cultura. Il blocco dei fondi infatti vale un buco di 350 milioni in quel comparto. I teatri, ad esempio, non riescono a presentare il calendario degli spettacoli. De Luca finirà il suo secondo mandato nel 2025. Anche per lui, come per il leghista Zaia, varrà il limite del doppio mandato? In questo, e solo in questo, Meloni e Schlein potrebbero trovarsi d’accordo.

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   

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