Il silenzio di Mattarella, ma il presidente sta preparando una sorpresa per il 2 giugno

In tanti ‘tirano la giacchetta’ al Capo dello Stato: pretendono che intervenga sui più svariati temi, sia gravi (la destra sul caso Csm) sia assai più futili (i governatori sull’election day) e gli ‘tirano la giacchetta’

Il silenzio di Mattarella, ma il presidente sta preparando una sorpresa per il 2 giugno

“Giovanni, guarda che neanche io vado dal barbiere!”, si rivolgeva, in un fuori onda, al suo portavoce (Giovanni Grasso) il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, il 27 marzo. Sono passati più di due mesi, da quel giorno. Il custode della Costituzione, il ‘nonno’ della Repubblica, l’uomo politico più amato dagli italiani (altro che Conte, e lasciamo perdere Renzi, Salvini, etc.), fece allora un intervento pubblico di tipo ‘politico’, nel quale ha unito la descrizione del dramma del coronavirus che il Paese stava vivendo alla necessità che la Ue dimostrasse forme nuove di solidarietà. Con, appunto, il gustoso episodio relativo a quel fuori-onda che ha messo di buonumore, nella tragedia, tutti gli italiani, perché ha reso loro ‘prossimo’ un Mattarella dalla chioma storicamente bianca ma, per l’occasione, fin troppo lunga.

Mattarella scende i gradini dell’Altare della Patria e sembra Superman. Le differenze con i suoi predecessori 

Ne è passato molto (troppo?) di tempo da allora? Certo, il 25 aprile Mattarella ha deposto una corona di fiori all’Altare della Patria e quella foto – che ha fatto il giro del mondo proprio come quella di papa Francesco che benediceva una piazza San Pietro vuota e piovigginosa, – di lui che scendeva lo scalone dell’Altare della Patria (la ‘macchina da scrivere’ la chiamano i romani) da solo e con la mascherina è stata, ed è, talmente bella, significativa, emozionante e ‘calda’ che ha ‘parlato’ agli italiani più di mille parole. Per il resto, Mattarella è sempre rimasto, rispetto al governo, come rispetto alla lotta politica, un passo indietro. Naturalmente per scelta, non per paura.   

I videomessaggi con il contagocce del Capo dello Stato: appena cinque, ma tutti impregnati di messaggi forti

In ogni caso, in questi due mesi pieni di lockdown da cui il Paese dovrebbe uscire, in via definitiva, solo il 3 giugno, il Capo dello Stato ha centellinato gli interventi con il contagocce. Parla poco, Mattarella, e solo a ragion veduta. La sua è una precisa scelta di comunicazione istituzionale figlia del ‘raccordo’ dei suoi collaboratori (Grasso, Astori, Sardo, Guerini), ma anche figlia del suo carattere schivo. Il lockdown era appena calato, come una ‘cortina di ferro’, sull’Italia intera quando Mattarella si rivolgeva, con un videomessaggio, agli italiani per la Festa della Donna, l’8 marzo scorso. Un’eternità, da allora. Poi, appunto, il videomessaggio del 27 marzo: un ‘liscia e busso’ alla Ue e ai suoi ‘poteri’ che mostravano, allora, assai scarsa solidarietà all’Italia e che nella Ue si ricorderanno a lungo, ma anche un incitamento alla ‘resilienza’ degli italiani. Poi, il messaggio per gli auguri di Pasqua, l’11 aprile, un inno toccante alla solidarietà da trovare e la solitudine da evitare. Un altro videomessaggio, ma tutto rivolto ai ragazzi, e alla forza della Cultura, del 27 aprile, come pure tutto rivolto al ricordo del sacrificio di Giovanni Falcone è stato quello del 23 maggio (sempre un videomessaggio), per onorare la strage di Capaci. In tutto, appena cinque videomessaggi in due mesi che però sono stati devastanti per il Paese e per la sua tenuta. C’è chi si aspettava di più.

Conte e gli altri sproloquiano, Mattarella centellina

Per i critici e i detrattori, che sempre ci sono, troppo pochi. Per i suoi sostenitori, una scelta più che azzeccata, anche considerando l’overbooking di conferenze stampa a cui il presidente del Consiglio Conte ha sottoposto gli italiani, per non dire delle – spesso stucchevoli – dirette Facebook di tutti i leader politici di maggioranza come di opposizione.

Persino in occasione di due feste ‘comandate’ come quella del 25 aprile (Liberazione) e quella del I maggio (Festa dei lavoratori), quando normalmente il Capo dello Stato parla alla Nazione davanti agli schermi tv, stavolta Mattarella si è limitato a mettere in circolazione due messaggi scritti. Altri interventi, sempre scritti, e per varie ricorrenze, anticipati da take di agenzia, hanno caratterizzato questi due mesi.

Un solo messaggio ‘politico’: c’è il governo Conte, stop. Ma si danno anche i consigli e la moral suasion, al Colle

Infine, uno solo è stato il ‘messaggio’ spedito dal Quirinale alle forze politiche come ‘avviso ai naviganti’, ma stavolta via ‘retroscena’ (genere giornalistico che l’attuale inquilino del Colle detesta cordialmente da tempi non sospetti) quando, in questi mesi, la corda è sembrata spezzarsi: volete – voi opposizioni, voi Renzi, voi M5S, voi Pd – far cadere il governo Conte? Sappiate che non vi sono altre soluzioni. Se mi fate girare gli zebedei, sciolgo le Camere e vi porto alle urne anticipate, così vi prendere responsabilità.

Questa seconda parte, in realtà, è ancora oggi in discussione che Mattarella l’abbia davvero detta. Troppo rispettoso delle prerogative del Parlamento, se si trovassero i numeri e le forze per dare vita a una nuova maggioranza di governo, il Capo dello Stato non potrebbe certo non tenerne conto e farebbe esperire almeno un tentativo di raccogliere la fiducia delle Camere per dare vita a un nuovo governo, anche se si tratterebbe del terzo cambio di maggioranza a partire dall’inizio della legislatura (gialloverdi, giallorossi, e poi?). Forse, Mattarella si è fermato solo alla prima parte del messaggio: c’è Conte, e c’è il coronavirus, ora. Fin quando persiste l’emergenza (cioè altri sei mesi pieni) si va avanti con quel che c’è, cioè con Conte. Punto, fine, stop.

Certo, qualche ‘sopracciglio’ alzato verso alcune ‘cadute di stile’ o veri e propri errori del governo, Mattarella lo ha avuto e si è fatto sentire, con il governo: il mancato, iniziale, accordo con la Cei sulle riaperture delle chiese e delle messe, l’uso e l’abuso dei dpcm, la situazione delle carceri che stava sfuggendo di mano a Bonafede, etc., fino ai decreti legge del governo troppo pasticciati e in aria

Intanto, però, la lotta politica italiana divampa: caso Csm, dl Rilancio, trattativa con la Ue, il pollo Bonafede

La lotta politica italiana, però, non conosce requie e se ne frega, a maggior ragione, del bon ton istituzionale. Lo scandalo al Csm divampa (Mattarella, per Costituzione, ne è presidente). Il dl Rilancio è stato approvato in cdm e, solo a distanza di una settimana, pubblicato in Gazzetta Ufficiale (il Colle scruta con il lanternino, prima di firmare, ogni legge, figurarsi questa). Il ministro della Giustizia, Bonafede, è stato travolto da vari errori e gaffe compiuti: doveva essere sfiduciato, dal Senato, e s’è salvato per il rotto della cuffia (il Guardasigilli è il solo ministro citato in Costituzione), ma ora è finito come i capponi di Renzo: un pollo che tutti gli altri partiti, da Iv al Pd, voglion spennare.

La durissima protesta dei governatori sulla data del voto: “pronti a ricorrere alla Consulta e anche al Colle”

I governatori, per dire, hanno ‘deciso’, in totale autonomia, che la data del 20/21 settembre - l’election day proposto dal governo per elezioni regionali, amministrative, referendum – è, addirittura, un vulnus alla democrazia, un ‘attentato’ alla Costituzione e, quindi, hanno citofonato al suo custode.

Il governatore del Veneto, Luca Zaia, quello della Liguria, Giovanni Toti, il presidente della Conferenza Stato-regioni, Stefano Bonaccini (i primi due di centrodestra, il terzo no!), hanno intasato, in questi giorni, i centralini del Quirinale: votare il 20 settembre sarebbe, per loro, di fatto un golpe. O si vota il 13 settembre (cioè appena una settimana prima…) oppure “solleviamo un conflitto di attribuzione davanti alla Consulta”. Per una settimana in meno o in più? Pare di sì. Nel frattempo, tutti e tre hanno telefonato e scritto al Colle.

Anche i promotori del Comitato del No (i senatori Cangini, Pagano e Nannicini) ieri sono stati ricevuti dal premier (“E’ stato cortese e affabile”, racconta Cangini, “ci ha ascoltato”) per protestare contro l’abbinamento del loro referendum con altri tipi di consultazione elettorale. Se non saranno soddisfatti andranno alla Consulta e pure al Colle.

Per quanto riguarda la data del voto, cioè l’election day, invece, se si terrà o meno il 20 settembre, come vuole il governo e la maggioranza - che lo ha fatto mettere nero su bianco nel decreto ‘elettorale’ ora all’esame del Parlamento (doveva essere votato, in via definitiva, ieri 28 maggio dalla Camera dei Deputati ma il voto è slittato fino all’8 giugno) – o se la data del voto, almeno per le elezioni regionali, quelle che il fronte dei governatori spinge per anticiparle (al 6 o al 13 settembre, al massimo) mentre il fronte delle opposizioni spinge per ritardarle (al 27 settembre e oltre), la considerazione più efficace e lungimirante arriva dal deputato dem e costituzionalista provetto Stefano Ceccanti.

“Ovviamente tutti auspichiamo la quadratura del cerchio – ha spiegato Ceccanti in commissione battibeccando con l’azzurro Francesco Paolo Sisto, raffinato avvocato barese che ora rivendica persino forme di opposizione ‘guevariste’ - da una data condivisa per l’election day.C’è però, almeno al momento, un problema oggettivo che rende difficile muoversi dal testo arrivato in Aula. Sulla base delle norme vigenti non è possibile imporre alle Regioni l’election day ed esse possono legittimamente indire le loro elezioni sin da domenica 6 settembre. Il Governo e il Parlamento possono solo dialogare con le Regioni e provare a convincerle, ma non hanno margini di imposizione. Il decreto ha prorogato la durata dei Consigli regionali impedendo elezioni durante lo stato di emergenza, ossia fino a fine luglio, ed anche nel mese di agosto per ovvie ragioni, ma non ci si può spingere oltre. Il problema è che le richieste delle Regioni e quelle dei gruppi di opposizione, espresse con particolare enfasi da Forza Italia e Fratelli d’Italia, vanno in direzione del tutto opposta. Se il Governo decidesse di indicare una data più avanzata di quella già individuata nel 20 settembre, come richiesto dalle opposizioni, sulla base della finestra di legge, incentiverebbe le Regioni, già scontente per il 20, a votare da sole il 6 settembre. Se invece Governo e Parlamento volessero aprire prima la finestra per evitare quello scenario, scegliendo il 6 o il 13 settembre, come ad un certo punto si era ipotizzato, la critica delle opposizioni, già sproporzionata, diventerebbe ancora più forte. Maggioranza e Governo – concludeva Ceccanti - sono state e restano pragmatiche ed aperte, ma se anche le Regioni ed i gruppi di opposizione non si prestano ad un’analoga flessibilità, nessuno è in grado di fare miracoli”.

Salvini invoca ogni giorno l’intervento di Mattarella

Infine, ecco l’ultimo caso che ha creato grande scalpore. Il leader della Lega Matteo Salvini vuole che il Capo dello Stato intervenga – in pratica glielo sta chiedendo, da giorni, tutti i giorni - sullo scandalo delle intercettazioni tra le toghe che, tanto per cambiare, ha investito, distruggendone l’immagine, il Csm – massimo organo di autogoverno della magistratura di cui Mattarella è il presidente - come pure l’Anm, sindacato autonomo dei giudici togati italiani.

Anche Fratelli d'Italia – nonostante i rapporti tra Salvini e Meloni siano vicino allo zero assoluto sulla scala Farhenait - torna a chiedere, direttamente con Giorgia Meloni al Presidente della Repubblica di intervenire sullo scandalo che sta sconvolgendo i rapporti tra magistratura e politica. Idem sentire e discettare da parte di Forza Italia, dove però hanno abbandonato da tempo i toni duri e da ‘incendiari’.

Il silenzio di Sergio Mattarella è un silenzio ‘d’oro’

Perché, dunque, non parla, Mattarella, sul caso Csm? Innanzitutto, non è detto che non stia per farlo, a giugno, ma certo è che oggi dal Colle, verso i propri detrattori, esce una considerazione sola, secca e lapidaria: “il Capo dello Stato non può mettersi in mezzo perché non è titolare di azione disciplinare. Se dall'indagine affiorassero novità, andranno sotto la lente del ministro della Giustizia e del procuratore generale della Cassazione e non del Quirinale”.

“Chi tace acconsente!”. “Eh no, chi tace sta zitto!”

Che dire, dunque, in generale del ‘silenzio’ di Mattarella? E’ un silenzio attento a ciò che accade, ma non vuol dire per forza ‘assenso’ a quello che accade e vede accadere.

A volte vuol dire solo avere idee e opinioni forti e centellinarle in modo paziente e certosino, oculato e attento. In ogni caso, dato il ruolo così importante che il presidente ricopre, l’inquilino più assennato e meno presenzialista che il Colle abbia mai conosciuto nella sua lunga storia sta per dire ‘stop’ anche al suo silenzio. Il 2 giugno Mattarella - dopo aver deposto una corona di fiori all’altare della Patria, senza dover veder sfidare, alla parata militare, le nostre truppe, spesso impegnati nei luoghi più impervi del pianeta – si recherà a Codogno, dove il morbo della pandemia ha più colpito, in visita non del tutto ‘privata’ ma ‘riservata’, e poi, nel pomeriggio, all’ospedale Spallanzani di Roma. Parlerà, eccome se parlerà, Mattarella. Del coronavirus, dell’Italia della recessione economica e della ripresa, forse anche della situazione politica generale e non solo per un generico invito alla coesione sociale e all’unità nazionale. Infine, festeggerà il 2 giugno, festa di tutti gli italiani, nel modo meno retorico e palaudato possibile: deposizione di fiori all’Altare della Patria, concerto al chiuso per i cittadini nei giardini del Quirinale e poco altro. Come è evidente, sia la parata militare del 2 giugno ai Fori Imperiali, sia il ricevimento per le Alte cariche dello Stato del I giugno, sono stati cancellati per rispettare le precauzioni sanitarie. Ma Mattarella non rinuncerà ad aprire i giardini del suo Palazzo agli italiani che, in numero contingentato, ovvio, vorranno visitarli. Il Presidente più amato dagli italiani, non si è mai dimenticato di loro neppure quanto è rimasto zitto.

Morale, ci sovviene che, in un vecchio film di Francesco Nuti - attore toscano anarchico e irriverente troppo presto dimenticato e isolato – un surreale dialogo tra lui e un altro recitava così: “Chi tace acconsente! No, chi tace sta zitto!”. La battuta la si può adoperare, con il dovuto senso del rispetto istituzionale che si deve al Colle, anche all’attuale Capo dello Stato, Sergio Mattarella. Il 2 giugno parlerà, con un nuovo messaggio alla Nazione e la sua voce risulterà alta e forte come forse mai in passato. Avercene, di ‘Matta’.