Tiscali.it
SEGUICI

Settembre andiamo, è tempo di bilancio. I dubbi di Bruxelles sul Pnrr e i mal di pancia di Giorgetti

Oggi l’incontro a Bruxelles tra il ministro Fitto e la task force per il Pnrr. Sulle 140 modifiche proposte dal governo italiano ci sono anche diciassette riforme. E su queste la Commissione potrebbe non transigere

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
Raffaele Fitto
Raffaele Fitto (Foto Ansa)

Se il Meeting di Cl a Rimini e Cernobbio sul lago sono il pre-scuola della sessione di bilancio che ogni anno inizia a settembre, i concetti base sono chiari. Li ha messi in fila il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti a cui va riconosciuto il merito della chiarezza e del realismo. Non ci sono soldi, almeno sono molto pochi dunque servono serietà, rigore e chiarezza sulle priorità che devono essere famiglie, inflazione. Non solo: l’economia cala più delle attese e la crescita acquista per il 2023 si allontana dallo stimato 1%. Poichè ogni decimo di punto costa allo Stato circa due miliardi, più o meno ne stiamo perdendo sei. Inoltre il Patto di stabilità cesserà il periodo di sospensione, non sono ancora chiare le nuove regole per il 2024.

La festa è finita. Inizia l’anno

Insomma, la festa del primo anno è finita anche perchè, sebbene questo Giorgetti non lo dica, veniva dopo Draghi, la crescita era al 6%, c’erano i 200 miliardi del Recovery, le regole di bilancio erano sospese e la Bce comprava titoli. Tutto questo è finito. Il governo Meloni d’ora in poi non solo dovrà fare da solo ma si ritrova in pancia una vera e propria iattura che si chiama superbonus 110%. “Ogni giorno a pensarci mi viene mal di pancia - diceva ieri Giorgetti a Cernobbio - non solo per gli effetti negativi della misura sui conti pubblici. Ma perchè ingessa la politica economica lasciando margini esigui ad altri interventi”. E per spiegarsi meglio ha dato qualche numero: “Dei cento miliardi (costo reale per le casse dello Stato della misura, ndr) di cui si parla, ricordo che questo governo ne ha pagati venti e che altri 80 restano da pagare. Hanno tutti mangiato e bevuto e noi siamo passati a pagare il conto. Cosa che ricadrà sul Patto di Stabilità del 2024, 2025 e 2026”. In questo quadro, il 27 settembre Giorgetti deve consegnare al voto del Parlamento la Nota di aggiornamento del Def dove si avranno con maggiore chiarezza i numeri fondamentali della legge di bilancio che sarà presentata intorno alla metà di ottobre. Una cosa è certa: i 200 miliardi del Pnrr devono - dovrebbero, avrebbero dovuto, il tempo del verbo dipende dai punti di vista - darci la prospettiva e la benzina necessaria per uscire non solo dall’era Covid ma da quella curva per cui negli ultimi vent’anni l’Italia è il paese cresciuto di meno nell’eurozona. Eppure, col debito più alto. Anche perchè le rate del Pnrr assicurano sulla carta 35 miliardi per l’anno 2023. Sono soldi contabilizzati e necessari. Soldi che, purtroppo, non sono ancora arrivati.

I dubbi di Bruxelles

E’ necessario provare a capire perchè. E cosa succede. Oggi Raffaele Fitto, ministro titolare del Pnrr, è a Bruxelles dove incontra Celine Gauer, alla guida della task force Recovery. In realtà, nonostante gli annunci di fine luglio e dei primi di agosto, la trattativa vera e propria sulla revisione del Pnrr proposta dal governo entra nel vivo in queste ore. E il percorso non sarà affatto semplice, come del resto dava ampiamente conto il Financial Times del 30 agosto, la bibbia economica che quando parla difficilmente sbaglia. La verità è che la Commissione ha già fatto pervenire “parecchi interrogativi” sulle 144 misure - target o obiettivi che il governo vorrebbe modificare. Tra questi ci sono certamente gli interventi contro il dissesto idrogeologico che il governo avrebbe “cancellato” “accantonato” “rinviato” su altre fonti di finanziamento perchè non hanno alcuna chance di essere realizzati entro giugno del 2026, data entro la quale gli obiettivi e i cantieri del Pnrr devono essere almeno aperti. Iniziati. Ma ci sono anche le riforme. Nel lungo articolo del Financial Times si legge infatti che che Bruxelles “respingerà al mittente qualsiasi dilazione delle riforme volte da tempo a risolvere problemi identificati come il vero ostacolo alla crescita dell’Italia”. Si tratta di 17 riforme, dalla giustizia civile alla disciplina sugli appalti pubblici, da una nuova legge sul pubblico impiego alle semplificazioni, dalla riforma del fisco alla contabilità pubblica. Dai tempi di pagamento della pubblica amministrazione (troppo lenti) agli alloggi universitari (troppo pochi).

Le riforme che mancano

Del resto Draghi lo ripeteva sempre: “Il Pnrr non è solo investimenti da realizzare entro una determinata data, quindi già di per se una bella sfida. La vera sfida del Piano di ripresa è fare quelle riforme che consentiranno oggi e soprattutto domani all’Italia di continuare a crescere”. Bene, il governo Draghi è caduto proprio per fermare quelle riforme che il governo Meloni in un anno di vita ha congelato. E rinnegato. Il boccone più difficile da digerire per il “tribunale” di Bruxelles è la giustizia. Le modifiche previste da Fitto prevedono due marce indietro clamorose che riguardano entrambe il processo civile: la riduzione degli arretrati del 65% entro il 2024; del 90% entro il 2026. Le motivazioni addotte dal governo Meloni sono che si tratta di obiettivi non raggiungibili visto che il trend di riduzione degli arretrati è stato di circa il 6% nel 2021 e nel 2022. La situazione è “eterogenea” motiva palazzo Chigi visto che il 68% dei 140 tribunali ha ridotto del 28% nel triennio ’19-’22 mentre il 32% degli uffici ha addirittura aumentato l’arretrato per colpa dei ricorsi in materia di protezione internazionale. Un mezzo fallimento anche l’Ufficio del processo che avrebbe dovuto prendere in mano la situazione nei vari tribunali per farla correre. Molti incaricati hanno lasciato anzitempo l’incarico. O non lo hanno accettato affatto. Il governo chiede tempi supplementari anche per la riforma sui pagamenti della Pubblica amministrazione, sempre molto, troppo in ritardo rispetto agli standard europei cosa che fa spesso desistere i privati da investire e fare impresa con il pubblico. In questo caso la modifica riguarda i tempi: gli obiettivi del 2023 sono rinviati a marzo 2025.

Dalla giustizia civile al fisco

Ha del clamoroso la richiesta di modifica che riguarda il fisco: il Pnrr indicava degli obiettivi di “riduzione della propensione all’evasione fiscale”, il governo chiede di correggerli al ribasso per “motivi oggettivi”. Quali? “Condizioni macroeconomiche che impattano sul comportamento dei contribuenti”. Non si capisce, inoltre, come Bruxelles possa dare il via libera alla richieste di modifica sul grande capitolo della concorrenza: non riusciamo a fare nulla di quanto previsto sul grande capitolo delle concessioni, dai balneari ai trasporti, taxi in testa, per finire al catasto e alle autostrade. Sul fronte appalti si chiede il rinvio della digitalizzazione delle pratiche e l’abbandono dei cento media in media oggi necessari tra l’aggiudicazione dell’appalto e l’avvio dei lavori.

Quando arrivano i soldi

Se i soldi della terza rata - 18,5 miliardi - potrebbero essere liberati entri settembre per arrivare fisicamente in cassa entro novembre, il problema riguarda la quarta rata (16 mld) che potrebbe restare incagliata nei veti per le mancate riforme. Il Piano rimodulato del governo Meloni prevede un definanziamento di 15,89 miliardi. Saltano i 6 miliardi per la valorizzazione del territorio e l’efficienza energetica dei Comuni. I 3, 3 miliardi destinati alla rigenerazione urbana, Caivano ad esempio. O Tor Bella Monaca. I 2,4 miliardi dei Piani integrati urbani, sempre progetti per migliorare le città. Bloccati 700 milioni per il potenziamento dei servizi e le infrastrutture sociali di comunità e i 300 milioni per valorizzare i beni confiscati alle mafie. Stop anche a 3,3 miliardi per il rischio alluvioni ma anche per l’idrogeno (un miliardo). Erano i soldi destinati al passaggio green dell’Ilva di Taranto. Un favore ad Arcelor Mittal che non sarà costretta a fare i lavori? Il sospetto è forte.

 

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   

I più recenti

Meloni: no scontro con magistratura ma piccola parte contrasta leggi
Meloni: no scontro con magistratura ma piccola parte contrasta leggi
Meloni: dimissioni Delmastro? Aspettare una eventuale condanna
Meloni: dimissioni Delmastro? Aspettare una eventuale condanna
Cop 28, Meloni: fatti importanti passi avanti concreti
Cop 28, Meloni: fatti importanti passi avanti concreti
Ue, Meloni: ore delicate per il Patto, sia possibile rispettarlo
Ue, Meloni: ore delicate per il Patto, sia possibile rispettarlo

Le Rubriche

Alberto Flores d'Arcais

Giornalista. Nato a Roma l’11 Febbraio 1951, laureato in filosofia, ha iniziato...

Alessandro Spaventa

Accanto alla carriera da consulente e dirigente d’azienda ha sempre coltivato l...

Claudia Fusani

Vivo a Roma ma il cuore resta a Firenze dove sono nata, cresciuta e mi sono...

Carlo Di Cicco

Giornalista e scrittore, è stato vice direttore dell'Osservatore Romano sino al...

Claudio Cordova

31 anni, è fondatore e direttore del quotidiano online di Reggio Calabria Il...

Massimiliano Lussana

Nato a Bergamo 49 anni fa, studia e si laurea in diritto parlamentare a Milano...

Stefano Loffredo

Cagliaritano, laureato in Economia e commercio con Dottorato di ricerca in...

Antonella A. G. Loi

Giornalista per passione e professione. Comincio presto con tante collaborazioni...

Lidia Ginestra Giuffrida

Lidia Ginestra Giuffrida giornalista freelance, sono laureata in cooperazione...

Carlo Ferraioli

Mi sono sempre speso nella scrittura e nell'organizzazione di comunicati stampa...

Alice Bellante

Laureata in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali alla LUISS Guido Carli...

Giuseppe Alberto Falci

Caltanissetta 1983, scrivo di politica per il Corriere della Sera e per il...

Michael Pontrelli

Giornalista professionista ha iniziato a lavorare nei nuovi media digitali nel...