[Il commento] Da fallito preso a calci dallo Stato a consulente del governo: l'imprenditore diventato eroe in un Paese pieno di rabbia

Sergio Bramini è stato cacciato da casa sua dopo il crack dell'azienda a cui la pubblica amministrazione doveva milioni. Ora lavora con Di Maio. Se il populismo si alimenta di una realtà che troppi hanno voluto ridimensionare

Sergio Bramini con il vicepremier Di Maio
Sergio Bramini con il vicepremier Di Maio
di Cristiano Sanna   -   Facebook: Cr.S. su Fb   Twitter: @Crikkosan

Sono arrivati i barbari. Così dicono e titolano un po' ovunque. L'idea che il governo affidato a M5S e Lega ci porti verso derive populiste che conducano a sapori aggiornati di dittatura e fascismo corre lungo editoriali, commenti, talk show e strepitio da social network. Condanna unanime da destra a sinistra (non a caso implose con la crisi di Forza Italia da una parte e del Pd dall'altra) unanime. Prima di vedere alla messa in pratica anche solo un provvedimento di governo. Si è deciso, in modo neanche troppo nascosto, che il popolaccio ha vinto, ammaliato dalle grida di "onestà, onestà" dei Cinque Stelle, e dalle promesse leghiste di andare a fare a cazzotti con l'Europa su fiscal compact e accoglienza dei migranti. In mezzo a questo scenario, variamente rilanciato e temuto, c'è un caso molto concreto che spiega più di qualsiasi fine politologo perché il Paese ha svoltato verso i pentastellati e il Carroccio. E' il caso di Sergio Bramini. 

Da fallito per colpa dello Stato a consulente dello Stato

La vicenda dell'imprenditore monzese Sergio Bramini, attivo nello smaltimento dei rifiuti, è diventata di pubblico dominio quando prima i media, poi gli stessi Salvini e Di Maio, ne hanno fatto un simbolo. Bramini è fallito perché dal 2005 le pubbliche amministrazioni con cui lavorava hanno smesso di pagarlo, o hanno cominciato a pagarlo con un contagocce sempre più secco. Mentre lui si sforzava di saldare le tasse anticipate, gli acconti, e per non licenziare i dipendenti, ricorreva ad altri due mutui, uno da 500 mila euro con ipoteca sulla casa, l'altro da ulteriori 500 mila sull'azienda. Ma le cose andavano sempre peggio. Ed ecco il fallimento di un imprenditore che ha accumulato 1 milione di euro di debiti ma ne vanta quattro di credito. Lo Stato non paga, il curatore fallimentare spiega all'uomo che sarebbe stato meglio fallisse prima. La banca procede. E siccome la politica è anche cinismo, lo sgombero forzato da casa di Bramini era fissato il 1 giugno, ma tra minacce di impeachment, governi che non nascono, Salvini-Di Maio contro Mattarella e l'incombente festa del 2 giugno, si decide di anticiparlo allo scorso 18 maggio. Un uomo che si era inventato il lavoro, che produceva, che pagava stipendi, dando lavoro ad altri, diventa un fallito estromesso dalle sue proprietà. Suona familiare? La vicenda di Bramini è la stessa (al netto di numeri e dettagli specifici) di decine, centinaia, migliaia di altri piccoli e medi imprenditori massacrati dalla crisi post 2008, lasciati nelle spire di Equitalia e spesso ignorati da uno Stato che era il loro primo creditore. E' il simbolo di quella pancia del Paese che sono andati a prendersi quelli che i giornaloni chiamano "barbari", "populisti", o che vengono additati come gli artefici di una sorta di fascismo sotto mentite spoglie. La "pancia" orfana dello Stato. Che non è più padre e madre, è il primo nemico, di cui aver paura e da cui difendersi. 

L'eroe che mette benzina sul fuoco sociale

Ora che il governo giallo-verde è realtà, Bramini diventa consulente del governo, dello Stato, nominato per direttissima dal neo vicepremier, nonché ministro dello Sviluppo Economico, del Lavoro e delle Politiche sociali, Luigi Di Maio. L'obiettivo, nelle parole del consulente Sergio Bramini fresco di nomina, è arrivare al più presto ad una legge che porti il suo cognome. Non si sa niente di più, se non che l'ex imprenditore fallito per colpa dello Stato ha in mente misure "per evitare che altri facciano la mia fine". Le Iene, la trasmissione di Mediaset che aveva documentato l'assurdo caso di Bramini, aveva presentato il suo appello ai ministri Minniti, Padoan, Calenda, Madia e all'ex premier Gentiloni. Ne aveva ottenuto una lettera, firmata da Calenda e Madia, recapitata al presidente della Regione Sicilia e grande creditore dell'imprenditore, Nello Musumeci. In attesa di sue risposte concrete è stata concretissima la risposta dello Stato che ha cacciato Bramini fuori di casa sua. Facendo finta di non dovergli qualche milione di euro. Un eroe, Bramini. Un simbolo. Ma beato il Paese che non ha bisogno di eroi, si dice. E Umberto Eco aggiungeva: "Il popolo in quanto tale non esiste, il populista in quanto tale si crea un'immagine virtuale della volontà popolare".

Più degli slogan ha potuto la realtà

Ma si dà il caso che l'immaginario sia diventato realtà da anni. La gente, quella che con sdegno viene scritta ggente e trattata come massa di ignoranti pieni di pretese, ha capito da anni sulla propria pelle, nella quotidianità di tasse che esplodono, lavoro precarizzato, studi di settore ammazza-aziende, voucher usati a sproposito, che l'Italia è il fanalino di coda dell'Ue, quanto a crescita economica. Non ignora affatto il peso degli sprechi della cattiva politica e della corruzione sui conti dello Stato. E' stremata dalla burocrazia lenta e persecutoria, tipicamente italiana. Vuole un altrove. Lo ha votato, ora lo ha a disposizione, con attese altissime. Quell'altrove ha il volto anonimo (per la politica) del premier Conte, con due ingombranti comprimari come Di Maio e Salvini a fare i vice, e un consulente ex perseguitato, Bramini, promosso a eroe. Se si è creata questa sceneggiatura che emoziona milioni di votanti, è perché per anni ci si è permessi di trattare chi dubitava come "gufi" o di dare risposte disinvolte come "se non c'è lavoro non è colpa del Jobs Act", come fece Taddei, responsabile economico del Pd intervistato da TiscaliNews. Eroi e feticci buoni forse per una stagione. Vedremo che farà il governo. Ma chiudiamo con una domanda: se è il populista a disegnarsi il popolo che gli conviene, allora chi ha reso in questi anni gli italiani così pieni di livore e di cieca voglia di rivalsa contro i "palazzi"? E' da questa domanda, che bisogna ripartire.