[Il punto] Digitalizzazione, lavoro agile, assunzioni: ecco i cardini della riforma della PA. E spuntano gli "scivoli"

Centrale sarà anche il patto sindacale e il welfare contrattuale: tutto previsto in un accordo in sei punti firmato da Brunetta, Draghi e da Cgil, Cisl e Uil. Per favorire il ricambio allo studio un sistema di esodi e prepensionamenti

[Il punto] Digitalizzazione, lavoro agile, assunzioni: ecco i cardini della riforma della PA. E spuntano gli 'scivoli'
Renato Brunetta e Mario Draghi (Foto Ansa)

Formazione, digitalizzazione, concorsi per l'ingresso di giovani, l'utilizzo del lavoro agile una volta che si esaurirà l'emergenza dettata dalla pandemia. A seguire il ripristino delle relazioni sindacali, il welfare contrattuale e la revisione dell'ordinamento professionale del settore: sono questi in sintesi i pilastri sui quali si basa "Patto per l’innovazione del lavoro pubblico e la coesione sociale", un accordo in sei articoli firmato ieri a Palazzo Chigi durante un incontro al quale hanno partecipato, oltre al ministro della P. A., Renato Brunetta, il premier Mario Draghi e i segretari di Cgil, Cisl e Uil, Luigi Sbarra, Maurizio Landini e Pierpaolo Bombardieri. Un incontro importante nel quale si è sugellato il patto di unità nella progettazione con un dialogo costante a legare i fili. Un progetto di riforma di ampio respiro e con paletti chiari, come richiesto dall'Europa per beneficiare dei fondi del Recovery Plan. 

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, non a caso, destina molto spazio al settore pubblico, considerandolo strategico per la "coesione sociale" e la "creazione di buona occupazione", alla base di ogni forma di investimento e di cui la PA - come sostengono i sindacati - sarà motore trainante. Gli obiettivi sono ambiziosi tanto che nel documento dovrebbe essere previsto anche un impegno ad allargare la "riserva tecnico economica" per i nuovi contratti oltre i 3.375 miliardi attuali.  

Gli obiettivi da raggiungere

Le finalità presuppongono che la PA sia motore di sviluppo della ripresa economica attraverso la semplificazione del procedimento amministrativo e l'investimento in capitale umano. Nuove risorse insomma, capaci di gestire la transizione digitale necessaria per far uscire il Paese dalla catastrofe causata dalla pandemia. E l'innovazione riguarda anche le dotazioni di strumenti tecnologici attraverso l'investimento di massicce risorse e favorendo la partecipazione delle lavoratrici e dei lavoratori a questa evoluzione.

Le relazioni sindacali diventano centrali, come la formazione dei pubblici dipendenti e i rinnovi contrattuali per il triennio 2019-2021. L'aspetto contrattuale interessa circa 3,2 milioni di dipendenti pubblici e prevede un aumento medio a regime di circa 107 euro - compresi i dirigenti - secondo i calcoli dell'Aran già elaborati sulla base delle risorse stanziate nelle relative tre leggi di Bilancio: risorse che amontano a 1,1 miliardi per il 2019, 1,750 miliardi per il 2020 e 3,775 miliardi per il 2021 (al lordo dell'elemento perequativo). Un incremento poco sopra il 4%. Depurandolo dal "cuscinetto" per i redditi più bassi, l'incremento si riduce al 3,8%, a circa 100 euro. 

I rinnovi contrattuali si concentreranno su diversi aspetti. Oltre quello retributivo, importante sarà la riqualificazione del personale, soprattutto in termini di acquisizione delle necessarie competenze digitali e informatiche, con nuove professionalità e specializzazioni, che facciano da traino per un ammodernamento dell'intero settore. Si provvederà anche alla successiva rivisitazione degli ordinamenti professionali del personale. A tal fine sarà valorizzato il ruolo della contrattazione integrativa e sarà previsto un welfare contrattuale che tenga conto delle esigenze delle lavoratrici e dei lavoratori in termini di conciliazione e inclusione. Inoltre sarà prevista l'estensione al pubblico impiego delle agevolazioni fiscali già riconosciute al settore privato per la "previdenza complementare e i sistemi di premialità".

Scivoli volontari e prepensionamenti

L'ingresso di nuove risorse qualificate presuppone però un parziale ricambio generazionale, impedito dal rallentamento delle assunzioni degli ultimi decenni. Come avverrà questo avvicendamento lo spiega lo stesso Brunetta in una relazione presentata alle Commissioni riunite Affari Costituzionali e Lavoro in Senato, due giorni fa. La soluzione pensata dal ministro è quella di attuale "un meccanismo volontario di incentivi all’esodo di persone vicine all’età pensionabile e con professionalità non adeguate a cogliere l’innovazione tecnologica o non più motivate a rimanere nel settore pubblico". 

"Le cessazioni delle fasce con maggiori anzianità – si legge nella relazione – contribuiscono ad elevare la quota di laureati che tuttavia non supera il 40%. È urgente ripensare i meccanismi di reclutamento delle persone sia sul piano procedurale ed organizzativo che della selezione delle professionalità migliori e più idonee per le esigenze dell’amministrazione". Per capire quanto servano nuove risorse, più competenti e digitalizzate, basta un dato: la media d'età dei dipendenti pubblici è superiore ai 50 anni e quasi il 17% del totale ha più di sessanta anni