“Salvini, Di Maio e Berlusconi devono ingoiare il rospo. La seconda Repubblica è stata una truffa”

Lo stallo politico visto da un protagonista della Prima Repubblica che accusa la Seconda di aver generato il caos. Secondo o’ ministro Cirino Pomicino in Italia c’è stata una truffa collettiva che è durata 25 anni: “Pensavamo di essere in un sistema maggioritario pur continuando ad avere 18-20 gruppi parlamentari”. E del Movimento 5 Stelle dice: “È un partito di destra che ha un elettorato anche di sinistra. E’ accaduto negli anni Venti quando i socialisti produssero il movimento politico dei Fasci italiani di combattimento”. Come se ne esce? “Ognuno ingoi il rospo che deve…”

Cirino Pomicino
Cirino Pomicino

Dipendesse da Geronimo, il suo alias giornalistico, l’origine del caos risalirebbe al momento in cui “l’alleanza politica è diventata inciucio”. Un pasticcio lessicale che nasconde un grave errore perché “la prima è il fondamento della democrazia parlamentare, l’altro una parolaccia”. A Paolo Cirino Pomicino - rigorosamente andreottiano, o’ ministro degli anni ’80, cinque legislature, quarantadue processi ai tempi di Tangentopoli ma solo due condanne definitive e due prescrizioni, definitivamente riabilitato nel 2011 - “cadono le braccia” nell’osservare “la scena politica” che, spiega, “è in grande difficoltà perché c’è un tema di fondo che sfugge ai più: è scomparso il concetto di alleanza ed è stato sostituito da quello di inciucio”. Lo stallo politico visto da un protagonista della Prima Repubblica che però ancora non vede la Terza, contrariamente a Luigi Di Maio che l’ha invece ufficialmente battezzata, e accusa la Seconda di aver generato questo caos. 

Troppo facile farne una questione nominale, Pomicino…

“Dietro i nomi ci sono i comportamenti e le prassi. Il fatto è che per 25 anni siamo stati vittime di una truffa: eravamo convinti di essere entrati in un sistema maggioritario pur continuando ad avere 18-20 gruppi parlamentari, ciascuno con una parvenza di identità. Molti più di quei 9-10 presenti ai tempi del proporzionale e della Prima Repubblica. Così si è immaginato che non ci fosse più bisogno di alleanze, che sono invece il fondamento della democrazia parlamentare, e le abbiamo sostituite con l’inciucio che è, di per sé, una brutta parola”.  

Uno spirito maggioritario, figlio del sistema elettorale, in un corpo rimasto sempre proporzionale?

“Esatto. E la riprova è che oggi il Movimento 5 Stelle parla di contratto”. 

Nasce prima il contratto o l’alleanza?

“Se ci si mette intorno a un tavolo, vuol dire che c’è già un’alleanza politica. E’ evidente. Chi nega questo mente oppure non conosce i fondamentali della politica. Prima c’è l’alleanza e poi il programma. E’ chiaro che l’alleanza politica può essere consolidata da un programma politico comune. O saltare per divisioni programmatiche”. 

Il sistema elettorale però ha assicurato maggioranze e una vera alternanza. 

“Maggioranze fragili perché basate su un trucco: il maggioritario consente di avere più seggi che voti reali. In questi 25 anni qualunque governo era maggioranza in Parlamento grazie ai premi elettorali ma minoranza nel paese”.  

In Francia Emmanuel Macron governa con il 23 per cento dei voti…

“Ma quello è un sistema presidenziale, che mette al riparo la governabilità, dove si può benissimo andare avanti con una minoranza che poi governa. Il nostro è un sistema parlamentare che non può prescindere da sistemi di alleanze che devono riflettere quelle che si creano nel paese”. 

Una democrazia parlamentare con regole da sistema maggioritario. E’ una contraddizione? 

“E’ come alimentare a gasolio una macchina a benzina: il motore grippa. Voglio dire che governare le democrazie parlamentari con le minoranze è molto difficile”. 

Può fare un esempio?

“I referendum. Negli anni Ottanta, noi, la Dc e i governi che erano maggioranza nel paese e in Parlamento andammo al referendum sulla scala mobile e lo vincemmo. Berlusconi e Renzi, due maggioranze parlamentari falsate dai premi, hanno entrambi hanno perso le consultazioni popolari”.    

Stamani inizia il secondo giro di consultazioni al Quirinale. Il decano della Prima Repubblica vede una soluzione a questo stallo?

“La via d’uscita politica può essere solo l’alleanza tra 5 Stelle e Lega a patto però che ognuno ingoi un rospo: il rospo di Di Maio è Berlusconi; quello di Salvini è la presidenza di Di Maio; quello di Berlusconi è accettare un governo con i populisti. Tutto questo significa cercare alleanze, cioè un minimo comun denominatore. Invece si continua a cercare il massimo comune divisore”. 

Dunque vede affinità politiche tra Lega e 5 Stelle?

“E’ chiaro che i 5 Stelle sono un partito di destra che ha un elettorato anche di sinistra. E’ accaduto altre volte nella storia d’Italia, mi riferisco agli anni Venti quando i socialisti produssero il movimento politico dei Fasci italiani di combattimento. La Storia ci racconta che in certi momenti ondate di voti di sinistra vanno ad arricchire partiti di destra”.  

Sembra molto sicuro. Dove nasce questa certezza?

“Dall’analisi dai comportamenti dei 5 Stelle nelle aule parlamentari: sono sempre contro qualunque cosa, e questo è tipico dei partiti di destra. Il linguaggio utilizzato è truculento, da vecchio partito meridionale monarchico. Di Battista, salutando il Parlamento disse: ‘Per fortuna non vedrò più queste facce’. Mai sarebbero uscite parole siili dalla bocca di un uomo di sinistra. I maggiori leader 5 Stelle, mi riferisco a Di Maio, Di Battista e Airola, sono tutti cresciuti con padri dichiaratamente di destra. Potrebbe non significare nulla ma i figli non si sono mai dichiarati antifascisti. Non c’è alcun riferimento culturale se non la Casaleggio la cui unica cifra è la democrazia diretta e il poter interagire direttamente con la piazza. Chi lo fa, e cioè governa con la piazza, è sempre un autoritario. Quelli che ho citato sono tutti caratteri distintivi di un partito di destra”. 

E però dicono tutti che Di Maio è un Andreotti dei giorni nostri.   

“Perché è l’unico che non urla. Ma è tutta finzione. Di Maio è impostato, basta vedere la sua andatura: quando cammina non muove mai le braccia. Non è naturale. Ha capito che serviva un personaggio diverso dagli altri per bucare”. 

C’era un Salvini nella prima repubblica?

“Non direi. E però il leader della Lega è stato l’unico finora a dimostrare capacità politica: ha saputo fare più di un passo indietro - la mossa del cavallo - sulle presidenze di Camera e Senato pur di tenere unita la coalizione, da cui non può prescindere. In più è diretto: alleanza con i 5 Stelle o si va a votare”. 

Non c’è una terza via? Un compromesso da prima repubblica?

“Certo che sì, un bel governo istituzionale che traghetta la legislatura fino a giugno 2019, quando ci sarà l’appuntamento per le Europee”. 

La legge elettorale va cambiata? 

“Io sono un fan del sistema proporzionale. Ma soprattutto, come dicevo, occorre che si ritorni alla cultura dell’alleanza politica sui programmi. Altrimenti, tanto vale cambiare tutto e passare a una democrazia presidenziale. Gli ibridi creano solo problemi”. 

Senta Pomicino, quando è successo che abbiamo messo la Lega a destra e i 5 Stelle a sinistra?

“La Lega c’è sempre stata. Con i 5 Stelle credo ci sia stato un equivoco di fondo fin dai primi vaffa-day: quella era una piazza che protestava, cioè di sinistra; poi è diventata una piazza di governo, e questa è per definizione sempre di destra. Solo che non ci siamo accorti del passaggio da una modalità all’altra”. 

Pd all’opposizione. Scelta obbligata?

“Mi pare che ci siano anche altre posizioni che non a caso muovono da profili come quello di Franceschini che ha cultura politica. E’ giusto che stia all’opposizione ma è altrettanto necessario che dica qual è la sua agenda. Quali sono le condizioni di carattere generale per sedersi a un tavolo per discutere di programmi. Torniamo a bomba con inciuci e alleanze: se un partito rivendica le linee di demarcazione del suo programma, il passo successivo è valutare con chi ci si può alleare per realizzare quei punti. La Dc nel ’76 strinse l’alleanza con il Pci di Berlinguer che guardava a Breznev. Dc e Pci erano alternativi al massimo ma erano anche grandi partiti popolari e le rispettive identità non venivano certo annacquate da alleanze di governo. Tutti sentivano la responsabilità di dare una guida al paese per far fronte alla minaccia del terrorismo e alla grave crisi economica. La situazione, oggi, non è molto diversa”.  

Quanto è rischioso per l’Italia non avere un governo?

“Il governo c’è ed è quello di Paolo Gentiloni. Poi siamo protetti sulla politica estera e finanziaria dalla Nato e dell’Europa. Ma certo rischiamo di ridurci a un ruolo di vassallaggio, una piccola colonia che serve l’asse franco-tedesco per difendersi da Trump. 

Ricordo, invece, come nella prima Repubblica, con il doppio binario nella politica mediorientale di Craxi e Andreotti, avessimo una nostra autonomia e una nostra ragion d’essere nel quadrante mediorientale. Quando ci fu la crisi libica, Usa e Gran Bretagna ci incaricarono di curare i loro interessi in loco”.  

Il Pd ha ancora un futuro?

“Sì, se decide cos’è, chi è. Per essere chiari, non può essere socialista se il gruppo dirigente è fatto di democristiani, Delrio, Guerini, Franceschini, Zanda che fu capo della segreteria di Cossiga ministro dell’Interno. Il disastro è cominciato con la fusione a freddo dieci anni fa di Ds e Margherita. Fu detto allora, se non sbaglio, da D’Alema. E’ stato ricordato in questi giorni, se non sbaglio da Cuperlo. Questo chiarimento è necessario: qual è la cultura di riferimento? Quella socialista o quella popolare?”. 

Salvini ha la stoffa per prendere il posto di Berlusconi? E da incendiario diventare un moderato di destra? 

“Salvini è un politico in marcia. Dovrebbe, potrebbe andare verso il centro. Non ho ancora capito se questo suo stare in marcia sia un’opportunità per avere più potere o per una crescita culturale. Vedremo”.  

Renzi? 

“Aveva vinto la lotteria e l’ha perduta. La può vincere ancora, ma deve cambiare e riconnettersi al Paese. Renzi è una risorsa. E perdere una risorsa in politica è sempre un impoverimento”. 

Tra pochi giorni l’ufficio di presidenza della Camera dovrebbe decidere il taglio dei vitalizi dei parlamentari maturati prima del 2012. Rischia di essere il primo e anche ultimo scalpo dei 5 Stelle se la legislatura non decolla. Che ne pensa?

“Sono molto critico su questa misura. Nel metodo e nel merito, come si suol dire. Nel metodo perché si crea un precedente per tutti coloro che hanno maturato la pensione con il sistema retributivo. Del resto, se la legge è uguale per tutti, lo stesso taglio va portato anche a chiunque sia andato in pensione con quel sistema. Nel merito, il vitalizio non è una pensione perché, se lo fosse, dovrebbe avere quarant’anni di contribuzione e, tranne alcuni costituenti, nessuno mai potrà stare quarant’anni in Parlamento. Il vitalizio, al contrario, è la libertà economica sul presente e sul futuro dei parlamentari. E la libertà del parlamentare è la libertà del paese”.