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[La polemica] Non spetta al ministro della paura togliere la scorta a Saviano. Il precedente pericoloso

La scorta negata a Marco Biagi che poco dopo fu ucciso dimostra che il tema della protezione delle persone minacciate è molto delicato. E non tocca a Salvini questa decisione

Guido Ruotolodi Guido Ruotolo, editorialista   
[La polemica] Non spetta al ministro della paura togliere la scorta a Saviano. Il precedente pericoloso

«Quel rompi...», si lasciò andare l’allora ministro dell’Interno Claudio Scajola, a proposito delle pressanti richieste di protezione del giuslavorista Marco Biagi. Erano gli anni delle nuove Brigate Rosse che avevano già ammazzato un altro giuslavorista, Massimo D’Antona. E Biagi si sentiva nel mirino. Ma nessuno l’ascoltò e il giuslavorista fu ammazzato a Bologna, sotto casa, dalle nuove Brigate Rosse. Ieri mattina Matteo Salvini nel salotto televisivo di Agorà ha minacciato lo scrittore Roberto Saviano di togliergli la scorta, «anche perché mi pare che passi molto tempo all’estero». Poi, dopo una valanga di proteste, ha precisato che saranno gli organismi preposti a valutare se Saviano corra ancora dei rischi.

La replica di Saviano

Ma intanto l’avvertimento ha prodotto i suoi effetti. Saviano ha replicato al «ministro della malavita», l’ha chiamato «buffone», gli ha detto di non aver paura di lui, che è «felice di essere suo nemico», ma oggettivamente si è indebolito, è in difficoltà, è costretto a giocare di rimessa. Anche lui che fino a ieri era un simbolo, un punto di riferimento di una Italia che grazie a lui, al suo successo editoriale planetario, Gomorra, aveva scoperto il cancro che era cresciuto e si era sviluppato nel nostro Paese, la camorra, la mafia, la ‘ndrangheta. Uno scrittore di successo, ma anche una calamita di critiche da parte di chi non gli ha mai riconosciuto di essere il depositario dell’anticamorra. Per dirla chiaramente, anche una parte dell’opinione pubblica non ha mai creduto che fosse minacciato.

Ma sulle scorte non decide Salvini

Ma per fortuna non è certo il popolo del Colosseo che può decidere con il pollice verso la vita o la morte di chiunque. Nel nostro caso è il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza che discute se e a chi assegnare le scorte. E poi a Roma, al Viminale, dopo l’omicidio Biagi, si è insediato un ufficio che si occupa appunto della sicurezza dei soggetti a rischio. Che sia il maxicondono fiscale promesso agli italiani (mandando al macero le cartelle Equitalia sotto i centomila euro), che sia la guerra ai migranti e all’Europa, Salvini continua a dettare l’agenda politica del governo, mettendo sempre di più in ombra il presidente del consiglio «chi?».

Già soprannominato Matteo “dinamite”

Non passa giorno che il ministro dell’Interno, segretario della Lega, non piazzi il suo ordigno sotto qualche pilastro che ha mantenuto in piedi negli ultimi anni in piedi l’edificio della democrazia italiana. Dovremo abituarci se sentimenti condivisi fino a ieri sono stati dispersi e sotterrati. Se le regole fondamentali della democrazia vengono calpestate. Se l’ignoranza prenda il sopravvento. Dopo la sparata nella trasmissione di Rai Tre “Agorà”, l’ex ministro dell’Interno Marco Minniti ha dovuto spiegare che le scorte non si assegnano o si tolgono in televisione, ma che esistono organismi preposti a farlo. E anche Salvini alla fine l’ha dovuto riconoscere. Roberto Saviano, nella sua replica, ricorda che in Italia sono tanti i giornalisti sotto protezione: «Salvini invece di contrastare le mafie minaccia di ridurre al silenzio chi le racconta».

Guido Ruotolodi Guido Ruotolo, editorialista   

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