Scontro sul decreto Cartabia tra pentastellati e ‘resto del Mondo’. Il voto slitta, ma ci sarà la fiducia

“Sulla lotta alla criminalità organizzata non si scherza”. Un tentativo di mediazione, in realtà, è in atto per modificare il testo, con l'accordo di tutta la maggioranza. La ministra: “Mafia e terrorismo non vanno in prescrizione”

La ministra Cartabia (Foto Ansa)
La ministra Cartabia (Foto Ansa)

“I procedimenti di mafia e terrorismo non andranno in fumo” dice, giustamente, e ovviamente, con nettezza, il ministro della Giustizia, in Aula alla Camera, nel rispondere alle molte accuse arrivate alla sua riforma del processo penale da magistrati come quelle del procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri e del procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho (solo l’ex procuratore capo di Torino, Armando Spataro, si espone a difesa): per entrambi, sentiti in audizione alla Camera, il ddl sarebbe “un’amnistia mascherata” capace, sorbezzoli, di “minare la sicurezza del Paese”. Siamo dunque all’equazione riforma=criminalità.

La battaglia dei pentastellati

Ed è proprio su quelle accuse – come abbiamo visto – che poggia la battaglia che il Movimento 5 stelle sta facendo in Parlamento per modificare la riforma e, di fatto, per svuotarla di senso e peso. Le parole della ministra non sembrano, altrettanto ovviamente, convincere i pentastellati: “Sulla lotta alla criminalità organizzata non si scherza”, dichiarano fieri e indomiti, respingendo le norme della Cartabia sulla prescrizione. Un tentativo di mediazione, in realtà, come vedremo è in atto per modificare il testo, con l'accordo di tutta la maggioranza e proprio al fine di spezzare le barricate pentastellate. Ma la mediazione, partita dopo il colloquio del premier Mario Draghi con il leader in pectore del M5s Giuseppe Conte, non sembra decollare: i Cinque stelle - osservano dal governo - stanno facendo una sostanziale melina, perché non hanno reso chiari i possibili punti di sintesi. Insomma, stanno solo intorbidando le acque per prepararsi all’alluvione.  

Draghi: rispettare l'impegno

Ma l’imperativo di Draghi è rispettare l'impegno al via libera alla riforma alla Camera entro agosto (quando, il 3 agosto, si entrerà in un semestre bianco che si annuncia di certo assai turbolento). Ecco perché si prepara a mettere la fiducia se la calendarizzazione del ddl sulla riforma del diritto penale (oggi si terrà una capigruppo sul tema) non dovesse rispettare la tempistica prevista e, dunque, slittare a settembre, come il ddl Zan. Un ddl che, nato morto, finirà presto per spiaggiarsi. Con i voti segreti, la maggioranza dei pro-Zan, alla ripresa dei lavori d’aula (in questo caso del Senato), a settembre, finirà di sicuro ‘sotto’ e, a quel punto, il ddl Zan diventerà il ddl del ‘mai’.

Ecco, Draghi – cui dei diritti Lgbtq importa poco – ha imparato tecnicismi e furbizie parlamentari, compreso il filibustering: non vuole, ovviamente, che la sua riforma della Giustizia finisca ‘sotto’.

Gli emendamenti

Una. Riforma sepolta sotto migliaia di emendamenti, quasi tutti targati Cinque Stelle

Il guaio è che, in commissione Giustizia, presidente il per nulla ecumenico Perantoni, giacciono la bellezza di 1631 emendamenti, di cui oltre 900 (916) solo dei Cinque stelle. Perantoni, non vedeva l’ora, dunque, di scrivere al presidente della Camera Roberto Fico per manifestargli l’impossibilità di portare il testo in Aula il 23 luglio come programmato, e che andrà fissata un'altra data. Un rinvio, insomma, ma di quanto tempo? Una nuova data potrebbe essere indicata nelle prossime ore o la prossima settimana. Si parla di un nuovo approdo in Aula per il 29 o 30 luglio, con discussione generale e poi voti sugli emendamenti, uno per uno, nella prima decade di agosto, con eventuali voti segreti.

Al netto del fatto che i parlamentari dovranno posticipare le ferie e le varie località prenotate, non è detto che la manovra di un pezzo del M5s (se non tutti) – quelli più oltranzisti e manettari – non riesca lo stesso, facendo saltare, a colpi di voti sui singoli articoli, la riforma a settembre, a prescindere dai numeri che la maggioranza avrà.

Letta vuole mediare con M5s, Salvini e Renzi no

In ogni caso, sia Enrico Letta, che spinge per la mediazione e tira il freno a mano dopo aver dato una bella mano a Conte per smarcarsi da Draghi e dalla Cartabia minacciando sfracelli se le proposte del M5s sulla giustizia non passavano (forte la irritazione di Draghi, con Letta, grande la delusione della Cartabia, per Letta: due amici n meno), sia Matteo Salvini, che attacca i Cinque stelle, sia Matteo Renzi, che firma i referendum proposti da Radicali e Lega, ribadiscono l'impegno di tutti al via libera entro l'estate.

Ma a questo punto un voto di fiducia in Aula su un maxiemendamento presentato dal governo è lo scenario considerato sempre più probabile, ma ancora non è chiaro se sarà messo su un testo blindato o su un testo frutto di intesa preventiva.

Fico, che dice di aver ascoltato le obiezioni di alcuni magistrati e ieri impegnato nella tradizionale cerimonia del Ventaglio con l’ASP (Associazione stampa parlamentare), ovviamente a una domanda su un'eventuale fiducia, frena: "Auspico un accordo di tutte le forze politiche con lavoro approfondito in commissione".

Le critiche al ddl Cartabia. Ci sarà la fiducia

Al centro delle critiche - rilanciate dal M5s - ci sono, come si sa, le norme che fanno terminare il giudizio di appello per improcedibilità dopo due anni (tre per i reati più gravi) e la Cassazione dopo un anno (18 mesi per i più gravi). Secondo l'Anm quelle norme "eliminano" i processi senza accompagnarsi a "una misura acceleratoria" che assicuri una ragionevole durata. Si fa "un favore alle mafie", ha detto, durissimo, il capo Gratteri. Ma Cartabia, che martedì scorso a Napoli ha toccato con mano le difficoltà di uno dei tribunali con i tempi di giudizio più lunghi d'Italia, ribatte che il governo è "consapevole di quello che fa" e lavora proprio per combattere il "gravissimo" vulnus della durata eccessiva dei processi, anche con concorsi e con l'assunzione di 16500 addetti all'ufficio del processo. “Ma non andrà in fumo - ribatte agli attacchi - nessuno dei procedimenti per mafia, sia perché per i reati più gravi c'è la possibilità di prorogare il termine di due anni fissato in appello per l'improcedibilità, sia perché "i procedimenti che sono puniti con l'ergastolo - e, spesso, lo sono quelli per mafia - non sono soggetti ai termini dell'improcedibilità". Motivazione chiara e ineccepibile, poco ascoltata.

E, infatti, poco dopo la fine del question time con la ministra Cartabia, i deputati del Movimento componenti della commissione Giustizia della Camera replicano però con una nota puntuta in cui osservano che "i processi contro la grande criminalità non si esauriscono con i maxi-processi nei confronti dei vertici delle organizzazioni" e solo in piccola parte riguardano reati condannati con l'ergastolo. L'obiettivo del M5s, spiegano fonti di maggioranza, sarebbe quello di indicare espressamente i reati per mafia, terrorismo e contro la Pa tra quelli imprescrittibili. Ma la mediazione con Conte, portata avanti sull'asse via Arenula-Palazzo Chigi con il supporto dell'area più governista del Movimento (Di Maio e Fico), al momento mirerebbe a non stravolgere la riforma ma intervenire con modifiche puntuali.

La possibile ma stretta via per una mediazione

Ad esempio il Pd preme per ampliare la norma transitoria che disciplina l'entrata in vigore della riforma e che secondo la stessa Cartabia "consentirà agli uffici in maggiore difficoltà di adeguarsi e di sfruttare le occasioni degli investimenti e anche della digitalizzazione per poter essere al passo con i tempi" e ridurre la durata dei procedimenti, così da dar modo a tutti di concludere l'appello in meno di due anni.

“L'idea –ci spiega Alfredo Bazoli, capogruppo in commissione Giustizia del Pd - sarebbe quella di far entrare a regime la nuova prescrizione dal primo gennaio 2025 e intanto stabilire che l'appello possa durare tre anni e la Cassazione un anno e mezzo o due”. .E’ la soluzione gradita ai dem ed è già è stato ribattezzato ‘lodo Bazoli’, il quale si schernisce così: “noi forniamo delle idee e le mettiamo a diposizione di tutto il governo”. Se la mediazione passerà – con un emendamento del governo e direttamente della ministra che, con la fiducia, farà decadere tutti gli altri, sarà merito suo e di un Pd che cerca di tenere ‘per la cintola dei pantaloni’ dei 5S sempre più indisciplinati.  

Altra ipotesi è far scattare il computo della prescrizione non dal deposito delle motivazioni di primo grado ma da quando si presenta l'impugnazione. E c'è chi ipotizza un'estensione dei reati cui si applica l'appello di tre anni. Intanto la commissione Giustizia certifica lo stallo. Il presidente M5s della commissione Giustizia, Perantoni, rinvia al presidente della Camera Roberto Fico perché con la capigruppo decida (la decisione sarà presa oggi, ndr.) una nuova data per l'Aula, perché questo sia "una opportunità di dialogo". Ma a chi, come il Pd, chiede intanto di iniziare in commissione ad esaminare i testi, i Cinque stelle, che hanno presentato oltre 900 emendamenti di cui un'ottantina qualificanti, oppongono un deciso no. Prima la capigruppo (e l'intesa) poi si parte. Morale, sulla giustizia comandano i 5Stelle: nei rapporti con il Pd – in questo caso partito ‘suddito’ e ‘vassallo’ – e in parte anche con Draghi. Il cui potere di ricatto (la possibilità di salire al Colle, dimettersi e chiedere elezioni politiche anticipate) , è frenato dall’ormai imminente arrivo del count down, quel semestre bianco che prevede, dal 3 agosto in poi, che non potranno più essere sciolte le Camere. Draghi sta per ritrovarsi, dunque, senza partiti alleati che lo spalleggino veramente, con una riforma della Giustizia bloccata alla Camera, che slitta sempre in fondo al calendario e ha numeri ballerini con la maggioranza che rischia e attimi di batti quorum. Una fine molto triste e ingloriosa anche perché ricorda molto da vicino quella sullo Zan: di rinvio in rinvio si apre l’orizzonte, poi si richiude, intanto il tempo passa, la gente si dimentica, poi bisogna aggiungere una cosa là e una qua e, ops, ecco che la legislatura è finita e tanti saluti. Potrà rimanere ‘l’anno del mai’ quello della riforma Cartabia, proprio come succederà allo Zan? Draghi farà di tutto per impedirlo. La Cartabia pure. Entrambi con la benedizione di Mattarella.