[Il retroscena] I veleni tra le macerie del Pd: la rivolta del giglio magico contro l’azzeramento dei renziani. Mentre il Cavaliere cerca voti tra i Cinque Stelle

Scontro feroce tra i ministri Lotti e Orlando. Mentre il Cavaliere cerca voti tra i 5 Stelle il ministro Lotti attacca le minoranze: "Non prendiamo lezioni da voi". I renziani reclamano la presidenza del gruppo al Senato. Grandi manovre in tutti i partiti per incarichi e commissioni. Guerini verso la presidenza della Camera. L’obiettivo del centro destra è un governo di minoranza

[Il retroscena] I veleni tra le macerie del Pd: la rivolta del giglio magico contro l’azzeramento dei renziani. Mentre il Cavaliere cerca voti tra i Cinque Stelle

Il Nazareno ribolle sotto le macerie. Mentre tra la folta delegazione 5 Stelle sbarcata in parlamento, 222 deputati e 112 senatori, è partito lo scouting discreto ma finalizzato da parte dei colonnelli di Berlusconi che, “regista del centrodestra e garante della compattezza della coalizione” , raccoglie l’appello alla “responsabilità” e alla “governabilità” del presidente Mattarella e lavora per far decollare la legislatura ed evitare il voto anticipato. Andando a cercare quella sessantina di voti mancanti (circa 40 alla Camera, circa 20 al Senato), anche tra i 5 Stelle “condannati” dal secondo mandato parlamentare e non più ricandidabili. E lavorando, sempre sotto traccia, per un governo di minoranza con il Pd all’opposizione ma disponibile quando serve.

Lunghi coltelli tra Lotti e minoranze

Chi ieri, per qualche ora, ha sperato e lavorato per un’uscita di scena di Matteo Renzi silente e indolore, quasi rassegnata, (“Matteo ha chiarito che non parteciperà alle primarie” ha detto Rosato a fine mattinata) ha dovuto riaggiornare in fretta il file-direzione Pd intorno alle cinque del pomeriggio. A quell’ora infatti un post di Luca Lotti, fedelissimo del segretario uscente, ha riacceso la braci sotto la cenere. Ben venga il dibattito interno sulle ragioni della sconfitta, ha detto il ministro dello Sport, ma “basta prediche da chi in vita sua non ha mai vinto un’elezione”. Non certo un primo passo per ricucire i pezzi del centrosinistra. “Ha ragione il ministro Orlando quando chiede un dibattito nel Pd, sul Pd - scrive Lotti - Almeno, così, avremo modo di parlare di chi ha perso nel collegio di residenza ma si è salvato col paracadute (Franceschini, ndr), di chi non ha proprio voluto correre (Emiliano, ndr) e di chi ha vinto correndo senza paracadute (Lotti). Se vogliamo aprire un dibattito interno facciamolo. Perchè sentire pontificare di risultati elettorali persone che non hanno mai vinto un'elezione in vita propria sta diventando imbarazzante”. Lotti parla dall’alto degli oltre sessantamila voti presi nel collegio (oltre il 40%).

Il dibattito su Facebook

Il post fa partire un botta e risposta via Facebook con cittadini-elettori. E via agenzia stampa con le minoranze del partito. Il ministro Orlando commenta subito: “Tranquilli, Renzi sta parlando tramite Lotti ai suoi in fuga…”. A quel gruppo di circa 60 deputati su 107 eletti alla Camera e 35 senatori su 53 al Senato che oggi sono in quota Renzi ma si sentono un po’ abbandonati e senza linea. E che – è la storia di sempre – potrebbero fare in fretta a ricollocarsi in una corrente diversa. Come era già successo con i fedelissimi di Letta e di Bersani. “Non fuggiamo dalle analisi e nemmeno dalle colpe” replica Lotti ad un utente di Fb. “Chi le scrive non ne è esente ma dobbiamo farlo tutti. Nessuno (anche e soprattutto fra chi ha supportato la maggioranza del partito) può sentirsi escluso. Fare finta che tutto sia colpa di uno solo ci farà lavare la coscienza ma non aiuterà il Pd a ripartire”. Rispondono l’ex deputata Anna Russomando che biasima “l’ennesima prova muscolare”. L’ex tesoriere Antonio Misiani: “A Luca Lotti - che ha vinto non in Lombardia o in Sicilia, ma nel collegio blindato e strasicuro di Empoli - vorrei dire con amicizia che la fiera delle recriminazioni non ci serve e non ci porta da nessuna parte”. Insomma, benzina che molti pensavano fosse finita o riposta per sempre.

La presidenza del Senato

Matteo Renzi ha lasciato la segreteria e non parteciperà alle prossime primarie, se e quando saranno rifatte. Quello che l’ormai ex segretario e i suoi non sopportano è di diventare gli unici responsabili della disfatta. Ben diverso il discorso fatto dal neo iscritto Carlo Calenda collocabile in area Gentiloni: “Matteo Renzi ha sbagliato alcune cose, soprattutto in comunicazione, ad esempio quel parlare solo all’Italia dei vincenti. Ma ne ha fatte molte bene ed è una risorsa del partito”. Ora, in questa fase, tutto questo è solo la schiuma di superficie dei movimenti in corso per definire incarichi e ruoli, quelli che disegnano il potere in Parlamento. Così se la presidenza della Camera è ormai certo che vada a Lorenzo Guerini, gradito a tutte le anime del partito, il braccio di ferro è sulla presidenza del Senato. Renzi, che sarà, come ha detto, “senatore semplice, per ripartire dal basso”, vorrebbe riservare quel posto ad un fedelissimo come Dario Parrini o Marco Marcucci, e ritagliarsi a palazzo Madama il suo “territorio” con 35 senatori della sua corrente. Ipotesi che per Orlando e le minoranze non sarebbe nemmeno da prendere in considerazione. Per il fronte anti-Renzi l'obiettivo è quello di arginare il giglio magico e contare nelle scelte che si faranno nelle prossime settimane: dai capigruppo (che saranno nella delegazione per le consultazioni al Colle) al governo. Ed è quello il passaggio che si sottolinea con l'evidenziatore: “Se ci sarà uno stallo, come è probabile, e Mattarella chiederà al Pd un atto di responsabilità, quello potrebbe essere il momento in cui Renzi potrebbe dire di no e far saltare tutto...”.

Spazzare via tutto il renzismo

Un modo per evitare tutto questo, quanto meno depotenziare questo rischio, e blindare i renziani fino all’annullamento è la nascita di un collegio che assieme al vicepresidente Maurizio Martina sovrintenda i passi del partito fino al congresso atteso, si diceva ieri, “non prima del 2019”. Non a caso due giorni fa Orlando ha chiesto l’azzeramento di tutta la Direzione. Spazzare via tutto il renzismo per non correre il rischio di vederselo rispuntare all’improvviso. La tensione tra i dem, in vista della Direzione di lunedì, non è quindi diminuita. Anzi. Chi sta lavorando a una mediazione ieri pomeriggio era convinto di un percorso definito: "Martina nella sua relazione proporrà la sua reggenza e il posizionamento all'opposizione senza se e senza ma. Sono cose ormai acquisite. Per il resto si tratta di avviare un percorso di analisi e ricostruzione dei nostri cocci, quale il ruolo del Pd, in una sinistra riformista ma come…”. Dibattito su Facebook a parte, Martina sta tessendo la tela per ricucire lo strappo del post-voto. Ha incontrato Veltroni e sentito gli altri 'big' dem. L'obiettivo è quello di ricostruire partendo da un'analisi del dato delle elezioni. E di mediare sulla nomina dei capigruppo. Renzi è a Firenze (ieri è stato al funerale collettivo del capitano viola David Astori).

L’appello di Mattarella

Il Capo dello Stato ieri ha celebrato l’8 marzo al Quirinale. Luigi Di Maio era l’unico leader politico presente quando Mattarella ha interpellato “il senso di responsabilità” che la comunità dei politici deve praticare in momenti delicati come questo. Lo stallo dei numeri è giorno dopo giorno sempre già evidente. E tutti devono sentire la responsabilità di superarlo. Un appello anzitempo in modo che dal 26 marzo, che è la settimana santa, una volta eletti i presidenti di Camera e Senato, le consultazioni (che dovrebbero prendere il via il 2 aprile) possano arrivare in fretta ad una soluzione. Che nessuno però, almeno in questo momento, riesce ad immaginare. Lunedì il Pd dovrebbe ratificare con tanto di votazione e documento la scelta di stare all’opposizione, la linea imposta da Renzi prima di dimettersi e a cui sono confluite tutte le correnti dem. La palla a questo punto è in mano ai 5 Stelle e al centrodestra, i due vincitori del 4 marzo.

Assemblea motivazionale

Luigi di Maio, che oggi incontrerà gli oltre 300 nuovi eletti in una sorta di “assemblea motivazionale” a Roma, continua a ripetere che farà “il massimo pur di fare il governo”: i 5 Stelle sono aperti al confronto con tutte le forze politiche ma “non ci devono essere scambi di poltrone o ministeri da cedere ad altri”. La mano tesa al Pd, con tanto di lettera a Repubblica, è rimasta appesa nel vuoto. Diciamo anche che i venti punti del programma sembrano già parecchio sbiaditi in nome del compromesso. E sarà difficile spiegare ai propri elettori che il reddito di cittadinanza non sarà quello che hanno immaginato (ieri a Giovinazzo, in Puglia, seggio pentastellato, ci sono state molte richieste al comune su come poter richiedere il reddito di cittadinanza).

Lo scouting di Berlusconi

Analoga disponibilità è stata offerta al centrodestra. Tra i due schieramenti ci sono molte affinità di programma - abolizione Fornero, taglio sprechi, più sicurezza, meno immigrati, basta con l’austerity europea, più lavoro - e non è un mistero che buona parte del popolo grillino venga dalla destra. Gli sherpa sarebbero già al lavoro. Lo scouting è appena cominciato. E’ complesso - 40 alla Camera, 20 al Senato - ma c’è chi mostra qualche ottimismo. Il Cavaliere infatti ritiene che tanto i 12 espulsi per via dei rimborsi ma eletti ugualmente quanto altri eletti “ma già al secondo mandato e destinati a terminare l’esperienza politica”, avrebbero solo da guadagnare nel passare ad una coalizione che sta per assumere la maggioranza di governo. Qualcuno - rispetto al 2013 stanno entrando molti professionisti - potrebbe anche ritenere assurde le regole della Casaleggio, gli obblighi di comunicazione, scontrini, restituzioni e le altre regole da setta. Di Maio ha già posto il problema con i vertici e non è escluso che nel giro di breve molte regole possano essere sfumate. Ad esempio è già in corso una gigantesca operazione di perdono nei confronti dei 14 espulsi.
Conquistati un po’ di numeri, desalvinizzata la squadra di governo, non si esclude neppure che possa essere tentata “la strada di un governo di minoranza con il Pd che resta fuori ed interviene solo nei passaggi necessari e che magari si becca anche una presidenza delle due camere”. Fantapolitica perché nella mozione che sarà approvata lunedì in Direzione al Nazareno sarà messo nero su bianco l’impegno a dire no ad ogni forma di collaborazine con “estremisti e odiatori di professione”. Quello che sono stati 5 stelle e leghisti in questi cinque anni. Una residua ipotesi che ieri ha preso corpo riguarda un governo di unità nazionale con tutti dentro, nessuno escluso perché chiunque resta fuori sicuramente cresce in consenso. E se questa oggi è fantapolitica, tra una settimana tutto è possibile.