[Il caso] Guerini chiede il congresso del Pd. Nonostante Zingaretti: “Non possiamo stare in un fortino assediato”

Anche dal “Conte-Dracula” che nei sondaggi porta via il 4% di consensi al Pd. Il leader di Base Riformista ha riunito le truppe parlamentari da settimane in evidente sofferenza rispetto alla linea del Nazareno. Che li accusa di essere “metastasi del renzismo”. Il prossimo round il 13-14 marzo

[Il caso] Guerini chiede il congresso del Pd. Nonostante Zingaretti: “Non possiamo stare in un fortino assediato”
Foto Ansa

I dubbi erano già tanti. I primi sondaggi, in queste ore, sul “progetto rifondativo dei 5 Stelle a guida Giuseppe Conte” li hanno peggiorati. L’effetto Conte sul Movimento frutta tra i 6-7 punti percentuale. Motivo per cui già adesso M5s andrebbe a superare nei consensi il Pd. La cosa grave - ragiona un deputato dem, uno tra i più seguiti e navigati, è che “quel consenso viene cannibalizzato nell’area del centrosinistra. Toglie tutto a noi, almeno 4 punti percentuali. E neppure un voto al centro destra”. Conte leader e soci di minoranza, schiacciati a sinistra, dei 5 Stelle: una previsione agghiacciante per una larga fetta del popolo dem originario, quello del Pd “casa dei riformisti” e del Pd “a vocazione maggioritaria” che doveva attrarre a se altre formazioni politiche per essere il sole intorno a cui ruotare e non certo il satellite.

I dubbi sono allora diventati decisioni: o il segretario Zingaretti convoca il congresso in autunno, oppure Base riformista - la corrente del Pd che fa capo al ministro Guerini e a Luca Lotti,  in questo momento maggioranza in Parlamento - passa all’opposizione. Interna al partito. Lascia la segreteria unitaria e si mette dall’altra parte. Contro. Non si tratta di una scissione - basta scissioni - ma di giocare con chiarezza la partita successiva: conquistare la segreteria. E quindi il Pd.

“Fuori dalla segreteria”

La  decisione è stata assunta ieri nell’assemblea convocata giovedì scorso, una volta completato la formazione del governo. “Adesso che il presidente Draghi si è insediato e la squadra è al completa, possiamo, meglio, dobbiamo iniziare a fare politica” disse Enrico Borghi. Cioè a ragionare su quello che sarà il Pd  perchè è chiaro che niente e nessuno, dopo la pandemia, sarà come prima. Così come è chiaro che l’agenda Draghi definirà il concetto di partito progressista e riformista.   

Così, se anche nel fine settimana i leader Guerini e Lotti avevano lanciato segnali di pace (“volere il congresso adesso ci prendono per matti”), ieri hanno dovuto prendere atto che le  truppe non hanno più alcuna voglia di aspettare. E cosa poi? La consunzione? Di essere “dissanguati dal Conte Dracula”. Anche no.  La proposta che lunedì ha concluso la direzione del segretario Zingaretti (“nessun congresso in autunno, al massimo assemblee tematiche su cosa vuol essere il Pd”) è stata la goccia che ha fatto tracimare rabbia e malcontento. “Gestione collegiale non significa portare a casa la vicesegreteria o altri strapuntini (come ha offerto Zingaretti a BR, acronimo infelice di Base Riformista ndr) - hanno avvertito ieri le truppe riunite parte in presenza e parte da remoto nella sala della Minerva del Senato - se non ci saranno altro tipo risposte noi continueremo a fare politica in modo pacato e trasparente, ma usciremo dalla segreteria”.

La riunione

Negli interventi dei parlamentari che si susseguono in assemblea “pesano” le parole pronunciate da Nicola Zingaretti in direzione e quel rimandare le primarie al 2023: inaccettabile. “E’ necessario un congresso vero, una discussione franca – ha esordito ieri il ministro della Difesa Lorenzo Guerini – il Pd non può cedere alla sindrome del fortino assediato”. Nessun rinvio, quindi. Il confronto, cioè il congresso, dovrà partire non appena la situazione pandemica lo consentirà, magari dopo l’estate. Guerini è persona ragionevole, tende al dialogo e alle sintesi e non agli strappi. Il fatto di essere un ministro “pesante” non gli ha fatto prendere questa scelta a cuor leggero. Ma anche l’ultimo ramoscello d’ulivo - un lungo retroscena pubblicato sabato sul Corriere della sera - non è stato raccolto. La direzione di lunedì ha fatto il resto. Insomma, se Guerini ha deciso di “rompere”, non l’ha fatto per avventurismo, protagonismo o voglia di rompere. “Noi siamo qui perché crediamo nel Pd. Senza di noi non c’è il Pd. E a chi ci etichetta come ‘ex’ (renziani, ndr) rispondiamo che noi siamo i democratici. Crediamo in un partito plurale, in cui si può discutere liberamente ma quando è necessario discutere occorre farlo, rinviare è un suicidio”. Tutto alla prossima assemblea nazionale, in calendario il 13 e 14 marzo. “La sfida dei riformisti oggi non è quella di decidere quali alleanze fare, ma deve essere quella di tornare ad avere una autentica vocazione maggioritaria” ha detto Luca Lotti.

Ceccanti, Borghi, Miceli e la “finta collegialità”

E’ stato un dibattito franco, toni e contenuti duri, di sicuro non poteva più essere rinviato. Emerge una generazione di non giovanissimi, guardano a sinistra ma senza alcuna nostalgie di formule del passato che non possono più tornare. Carmelo Miceli, avvocato, è responsabile della Politiche per la sicurezza del Nazareno. Ma le sue dimissioni sono sul tavolo. “Nelle mani di Zingaretti” ha detto. “Il segretario - ha spiegato - ha il dovere di riconoscere la legittimità di un parte politica a restare nel Pd in una collegialità vera. Se invece questa collegialità è subordinata all'accettazione di una linea che non è figlia di una sintesi, allora tra un'unità finta e il diritto alla minoranza è giusto per tutti scegliere il diritto alla minoranza e alla libertà di parola”. Il governo Draghi è l’occasione, non solo per il Pd, di capire cosa vuol diventare e chi vuol rappresentare nel mondo dopo la pandemia.  L’agenda del governo Draghi offre l’assist di capire cosa vuol dire essere riformist i e progressisti oggi.  Insomma, il Pd prima di pensare alle alleanze dovrebbe pensare alla propria identità. “Se qualcuno è convinto che nel Pd va tutto bene così, se ne assume la responsabilità. Ma se qualcuno invece - è la conclusione amara di Miceli - dice che questa impostazione va modificata, non si dica che noi siamo quelli che vogliono logorare, che siamo gli infiltrati renziani, le metastasi... O si fa il congresso o almeno non si ci tolga la libertà di parlare. Altrimenti, c'è la sensazione di voler essere cacciati”.

Il professor Ceccanti, deputato di lungo corso, nel Pd dalla fondazione, ha scritto oggi un lungo intervento su Il Riformista dal titolo “Tre tesi sul ruolo del Pd nel sistema politico”, analisi sull’origine del partito, di come ha incrociato il nodo del riformismo e sul suo futuro. “Tre tesi - spiega Ceccanti - che devono essere discusse il prima possibile, al massimo entro l’anno”. Borghi aveva già dato l’ultimo la corsa settimana. “L’agenda Draghi - aveva spiegato - dirà da che parte vorrà stare il Pd. O una parte di esso, cioè Base Riformista. Ecco perchè è urgente il congresso entro l’anno”.

La rabbia del Nazareno

Per carità: la giornata è segnata dalla pandemia, i numeri del contagio che è tornato a crescere, il nuovo Dpcm e l’attesa per la prima conferenza stampa di Draghi che non arriverà. Come se il premier non avesse voluto mettere la faccia su un provvedimento, il Dpcm sulle chiusure fino al 6 aprile, più subìto (per la tempistica) che deciso. Ma i tormenti dei partiti sono l’altra faccia di queste e delle prossime giornate e mesi. Posizionamenti, ridefinzioni e nuove identità sono in elaborazione un po’ ovunque, a destra, a sinistra e al centro. Molto dipenderà dalle rispettive agende costrette a cambiare per sempre dopo la pandemia.

Torniamo al Nazareno e al Pd che è nel pieno di questa dinamica. Alla segreteria dem il messaggio di Base Riformista non è piaciuto affatto. “Lo stillicidio quotidiano continua, così è molto difficile andare avanti” si riflette a sera ai piani alti del Nazareno. Il segretario si sente “sotto attacco” e non da ieri. La rottura interna, ormai, è nei fatti. Le correnti sono una contro l’altra , accuse incrociate e difese per procura s’intrecciano tutto il giorno sui social. Siamo alla balcanizzazione. 

“Base riformista ha incassato ministri e sottosegretari e appena ha finito l’incasso è tornata all’attacco del segretario. Questa è Base riformista” è il commento sprezzante di un deputato vicino a Nicola Zingaretti. “Lamentano una finta unità e decisioni comunicate a cose fatte e magari chi lo fa non non ha mai partecipato a nessuna riunione”. Bene arrivare a un chiarimento, quindi, visto che così “è impossibile andare avanti”.

Zingaretti costretto al congresso?

I fedelissimi del segretario la spiegano così.  “Il segretario aveva in mente un Congresso sulla politica previsto dallo statuto. Per ridefinire l’identità del partito e rilanciare un progetto per l’Italia”. Quindi non “il nulla o, peggio alleanze calate dall’alto” che è l’accusa di Base Riformista.  “Anzi, il congresso delle idee è un’ occasione di confronto e apertura al Paese da avviare subito”. Base Riformista, accusano, “vuole invece tutto fermo fino a ottobre, continuare il logoramento e poi le primarie. Non si può stare fermi fino a ottobre con Salvini scatenato e noi bloccati dalle polemiche” è la convinzione dei parlamentari di maggioranza. Base riformista non vuole tenere tutto fermo. Anzi, il contrario. Solo che “il congresso delle idee” svincolato dal congresso è una perdita di tempo. Come certe leggi che non arrivano mai a terra.

Resa dei conti il 13-14 marzo

Starà all’assemblea nazionale Dem stabilire le regole del gioco. Dove i numeri, a differenza che in Parlamento, favoriscono Zingaretti. Primarie nel 2023, con il rischio di uno strappo interno e l’uscita di Base riformista dalla segreteria, o fotografia dei rapporti di forza e nuovo inizio: questo il bivio.C’è poi il nodo alleanze. La strategia del Nazareno, comunque, non cambia; avanti con i 5 Stelle. Anche perchè tra settembre e ottobre ci saranno sicuramente le amministrative e si andrà a votare in oltre mille comuni e ad eleggere i sindaci della città più importanti, Roma, Milano, Torino, Bologna e Napoli.

Zingaretti era ieri alla direzione regionale del partito. L’ingresso nella giunta Lazio di due assessori del M5S (area Lombardi) è cosa quasi fatta. E lo conforta nella strada intrapresa. “Serve un grande Pd all’interno di un'alleanza competitiva - è il ragionamento - E’ anche l’unico modo per salvaguardare  Roma e le politiche, quando ci saranno”.

Su Roma e sulle candidature a sindaco nella varie città andrebbe fatto un ragionamento a parte. Basta qui dire che si vedono due exit strategy per Zingaretti: candidarsi al Campidoglio dopo che ha fatto bene come governatore e lasciando così la segreteria; stringere accordi con i 5 Stelle che candidano Raggi ma poi al ballottaggio vanno su Zingaretti. Il Pd deve fare qualcosa perchè non può perdere le grandi città dopo aver perso alcune regioni chiave.

Bye bye proporzionale

L’altra novità di giornata riguarda la legge elettorale. Zingaretti ha preso atto che il sistema proporzionale è già morto. Si può dire che la Lega sia entrata al governo solo per questo. “Nel centrodestra sta venendo meno la disponibilità a fare la riforma elettorale (in senso proporzionale, ndr) e probabilmente stiamo andando verso un diverso sistema maggioritario”. Un’alleanza quindi serve, quindi, per non isolarsi.  Il punto è: con chi? Le  ultime dichiarazioni di Giuseppe Conte non aiutano. Borghi attacca  “il populismo sano” rivendicato dall’ex premier  nel suo primo governo. Anche l’ex ministro Provenzano, certo non un renziano, è critico con Conte di cui pure ha elogiato la leadership fino a poco giorni fa. “Rivendicare non tanto 'il populismo sano' (qualunque cosa voglia dire) ma quello 'del primo governo' e guardare al socialismo europeo è un nonsense. Le alleanze sono necessarie ma per il Pd è tempo di ripensare se stesso, per una sinistra che non deleghi niente a nessuno” ha scritto Provenzano. Dall’altra parte, i fautori di Conte leader della nuova alleanza di centrosinistra, osservano: “Non è così scarso visto che fa balzare in avanti il Movimento…”.