[L’analisi] Lo scontro feroce sulla manovra e il finimondo con lo spread a 400. Ecco cosa rischia l’Italia

Tria ha finora difeso la trincea di un disavanzo pubblico non superiore al livello 2018, 1,6 per cento del Pil, equivalenti a circa 25 miliardi di euro. Sono questi, ormai, e non più il 3 per cento di cui continua a parlare Di Maio, i parametri che vigono nella Ue. Con l’1,9 per cento non si va da nessuna parte

[L’analisi] Lo scontro feroce sulla manovra e il finimondo con lo spread a 400. Ecco cosa rischia l’Italia

 

 

Annunci  roboanti, ultimatum, brutali scrolloni da una parte, messe a punto ferme e gelide dall’altra. Ogni anno, a settembre, la politica italiana affronta il suo momento più difficile: fissare i paletti dell’azione di governo dei successivi 12 mesi. Forse mai, tuttavia, la guerra delle parole fra alleati aveva raggiunto l’intensità e la ferocia di questi giorni (e parliamo delle parole pubbliche, perché un’idea di quelle private ce la dà l’ormai celebre audio di Rocco Casalino). Il capo politico dei 5Stelle è inesorabilmente ricaduto nella trappola retorica di inizio estate, quando, con il decreto Dignità, aveva incautamente annunciato una “Waterloo del precariato” che, secondo le prime stime, rischia, invece, di trasformarsi nel suo contrario. E, dunque, ora inneggia alla imminente “manovra del popolo” (si spera senza maiuscole), decreta, senza esitazioni, “l’eliminazione della povertà in Italia”e richiama il “Vogliamo tutto” degli slogan del ’68, ma senza la loro ironia: reddito di cittadinanza, pensione di cittadinanza, flat tax, quota 100 sulle pensioni, nella manovra da approvare stasera ci deve essere tutto. Obiettivi assai ambiziosi e costosi, tanto più se tenuti tutti insieme, da raggiungere con i soldi messi a disposizione dal ministro del Tesoro, il quale, però, manda segnali del tutto diversi. I toni sono pacati e misurati, ma anche quello di Tria suona come l’ultimatum di chi, investito da una enorme pressione, traccia una riga per terra e dice “no pasaràn”: essere arrivato ad evocare, a questo proposito, il giuramento prestato come ministro di agire “nell’esclusivo interesse nazionale” suona come un richiamo disperato, ma anche non facilmente aggirabile. Nonostante la scadenza di oggi, però, il duello potrebbe non concludersi fino a Natale.

I CONTI IMPONGONO LA CRISI, LA POLITICA L’ACCORDO

 In un altro paese o in un altro momento, lo scontro sarebbe l’annuncio di una inevitabile crisi di governo, ma gli osservatori più smaliziati sono assai più tranquilli. Quello che è inevitabile, dicono, è, invece, l’accordo. In fondo, sul quadro generale l’intesa è stata trovata. Tria ha ottenuto che il “tutto e subito” venisse archiviato e le promesse elettorali venissero spalmate su tutta la legislatura. Di Maio e Salvini che, anche se razionate, le promesse si affacciassero tutte fin dalla manovra 2019. Tutto, quindi, ma non subito. Il problema sono i numeri, che sono stretti. Si possono allargare? Tria ha finora difeso la trincea di un disavanzo pubblico non superiore al livello 2018, 1,6 per cento del Pil, equivalenti a circa 25 miliardi di euro. Non è un numero a caso. A quel livello di disavanzo, si riuscirebbe a limare il deficit strutturale (quello calcolato al netto delle oscillazioni della congiuntura) e anche l’entità del debito pubblico rispetto alla ricchezza nazionale. Sono questi, ormai, e non più il 3 per cento di cui continua a parlare Di Maio, i parametri che vigono nella Ue. Il problema è che i 25 miliardi di euro in questione sono già quasi tutti assorbiti dalle spese già previste: sventare l’aumento dell’Iva, pagare le spese indifferibili, far fronte ai maggiori interessi sui titoli di Stato scaturiti dall’aumento dello spread, tener conto delle minori entrate per via della fine della ripresa fa circa 23 miliardi di euro. Condono, mercato delle frequenze e altre poste una tantum  non contano, perché si esauriscono nell’anno. Ecco perché nelle ultime ore si è fatta avanti l’ipotesi di un ritocco verso l’alto del disavanzo: appena sotto il 2, diciamo all’1,9 per cento. 

LE ACROBAZIE CONTABILI

In fondo, è la quota su cui si sta attestando la Francia (il 2,8 per cento che ha ipnotizzato Di Maio incorpora spostamenti da un anno all’altro di poste contabili). Può accettarlo Tria? Forse sì, grazie ad una inattesa piccola buona notizia: l’economia nel 2017, certifica l’Istat, è andata un po’ meglio del previsto. Il risultato è che il rapporto  del debito con il Pil è diminuito di qualche decimale. L’1,9 per cento è, dunque, insufficiente a ridurre il deficit strutturale, ma Tria può sostenere a Bruxelles che almeno il debito pubblico italiano sta scendendo. Basta perché la Commissione si accontenti e non apra una procedura d’infrazione contro l’Italia che scatenerebbe i mercati? Se questa flessibilità fosse destinata agli investimenti, probabilmente sì. Ma di investimenti non si parla. Lega e 5Stelle chiedono un aumento della spesa corrente. Tuttavia, un margine di trattativa esiste. E’ dubbio, peraltro, che serva a qualcosa. Con l’1,9 per cento non si va da nessuna parte. Significano 5-6 miliardi di deficit in più. Lega e 5Stelle ne chiedono 20 per le loro promesse.

Da qui la spinta a sfondare il 2 per cento. Mossa assai rischiosa, vista la diffidenza dei mercati verso la finanza pubblica italiana. Tuttavia, sostiene uno che ci sta in mezzo – Luigi Belluti, presidente dell’Assiom Forex, l’associazione che raccoglie, appunto, gli operatori dei mercati finanziari – far arrivare il deficit al 2,1-2,2 per cento solleverebbe le ire di Moody’s, Fitch e delle altre agenzie di rating, ma, dice con qualche ottimismo, non sarebbe il finimondo. Anche così, però, non si racimolerebbero neanche 10 miliardi. Ed ecco la pressione ad arrivare fino al 2,5 per cento. Significano una quindicina di miliardi di margine per gli interventi. Ma anche Belluti non ha dubbi: allora sì, sarebbe il finimondo. Lo spread – dice - arriverebbe a 300 punti, poi salterebbe a 400 e gli interessi in più da pagare sui titoli pubblici (ne dobbiamo collocare 400 miliardi di euro ogni anno) si mangerebbero tutti i miliardi guadagnati con l’aumento del deficit.

MA FORSE NON FINISCE QUI

 Il clima, quindi, è incandescente. Di Maio continua a ripetere che i soldi per gli interventi sono stati trovati. Stasera, dopo il Consiglio dei ministri che dovrebbe varare i numeri della manovra, è convocata un’assemblea dei parlamentari 5Stelle che assume l’aria di un tribunale del popolo. O sono emerse risorse inaspettate o è la crisi di governo. Ma, in realtà, esiste un’altra strada su cui il governo Conte potrebbe incamminarsi, per rinviare la resa dei conti. In questa ipotesi, il Consiglio dei ministri, stasera, approva una cifra del disavanzo (mettiamo 1,9 per cento). E’ solo un numero. Il contenuto concreto dei provvedimenti lo sapremo a metà ottobre. E, a quel punto, sapremo anche se il governo ha avanzato un numero in buona fede. Ma è solo l’inizio. La manovra va in Parlamento, teatro tradizionale di agguati, imboscate, assalti alla diligenza. Bisognerà vedere se Di Maio e Salvini sono realmente interessati a tenere a freno le loro truppe o se, invece, non le manovrano nell’ombra per arrivare comunque allo sfondamento del deficit e far saltare, nei fatti, l’1,9 per cento, anche mesi dopo l’approvazione dei saldi della manovra. Si può fare? Lo ha fatto Renzi, invocando nel 2015 l’emergenza sicurezza dopo l’ondata di attentati terroristici in Europa e alzando fuori tempo massimo – in dicembre – il limite di disavanzo dal 2,2 al 2,4 per cento. Il fatto che l’Italia lo abbia già fatto, solo tre anni fa, rende non più facile, ma più difficile una ripetizione. Significa però il braccio di ferro fra 1,6, 1,9 o 2,5 per cento rischiamo di portarcelo fino a Natale.