Cortocircuito-giustizia e i 5 Stelle vanno nel pallone Garantisti vs giustizialisti e il dualismo Conte-Di Maio

Il leader designato stoppa i buoni propositi anti gogna del leader naturale. Rischi per la riforma della giustizia della ministra Cartabia.  Conte: “Non retrocediamo dai nostri principi”. Anche dalla prescrizione Bonafede? Il tutto in una giornata particolare: il killer di mafia Brusca esce dal carcere; la condanna per l’inquinamento all’Ilva di Taranto. Dopo nove anni

Cortocircuito-giustizia e i 5 Stelle vanno nel pallone Garantisti vs giustizialisti e il dualismo Conte-Di Maio
L'ex premier Conte e il ministro Di Maio (Ansa)

Il tempo passa, il dualismo resta. Al pari del vuoto di leadership per il Movimento 5 Stelle. Lo scontro a distanza tra Luigi di Maio e Giuseppe Conte sull’approccio al tema giustizia altro non è che la conferma di quanto sia ancora lunga la strada per la fondazione del nuovo Movimento. Cosa che Giuseppe Conte promette di fare con scadenze che vengono puntualmente superate dal calendario con evidenti nulla di fatto. E come la riforma del processo penale per avere processi più veloci e quindi più giusti che passa per forza dalla riforma della prescrizione Bonafede tuttora in vigore (con il conseguente rischio di restare imputati per vent’anni) sia un dossier ancora lontano dalla soluzione. Di sicuro complicato dall’emozione e dalle polemiche per i clamorosi fatti di cronaca di questi giorni: dall’assoluzione (in appello) di Uggetti alla tragedia del Montarone con il gip che ha in parte smontato  l’impostazione del pm per finire con la condanna ieri a Taranto per il caso Ilva dopo nove anni di processo (tra cui i tre anni e mezzo a Nichi Vendola) e  il fine pena per lo stragista di Cosa Nostra Giovanni Brusca che, da collaboratore di giustizia, ha concluso ieri i 25 anni di pena comprensivi dei 45 giorni di sconto per ogni anno di buona condotta. Questioni che mettono in discussione tutti gli -ismi nel campo della giustizia,  giustizialismi e garantismi. Da qualunque parte politica arrivino. Di sicuro anche da quella grillina visto che sentenze  e manette sono state il cavallo di battaglia di deputati e senatori grillini.    

La stop di Conte a Di Maio

La frenata di Giuseppe Conte rispetto al garantismo di Luigi Di Maio ha fatto arrabbiare i dimaiani del Movimento. Ha irritato e deluso lo stesso ministro degli Esteri. E ha alzato un muro sulla riforma della precrizione (e del processo penale). A dimostrazione, casomai ce ne fosse stato bisogno, che al di là delle battaglie legali sulla titolarità della banca dati della piattaforma Rousseau, il cammino per definire l’anima del nuovo Movimento è ancora lunga, tortuosa e piena di insidie. Dice una fonte parlamentare vicina alle posizioni del titolare della Farnesina: “Conte era già intervenuto dopo la lettera di Di Maio a Il Foglio e aveva giustamente tenuto il punto distinguendo tra la gogna mediatica, sbagliata, e il principio di legalità. Ieri però ha voluto andare oltre. E - fa notare la fonte - per l’appunto dopo i ripetuti affondi di Marco Travaglio in formato stereo, a mezzo stampa e a meno tv”. Non è sfuggito infatti che il lungo post pubblicato domenica sera da Giuseppe Conte ha numerosi destinatari:  tende la mano agli ortodossi del Movimento che si sono imbestialiti per le scuse di Di Maio per la gogna mediatica sul caso Uggetti; dice “giù le mani dalla prescrizione in formato Bonafede” e chiede la testa del sottosegretario della Lega Durigon. Il tutto facendo il solito mix sbagliato tra argomenti - a cominciare l’aspetto penale e quello dell’etica pubblica - che non devono essere confusi. 

Un post anche “ispirato”

Quel post, è stato sottolineato, ha anche qualche ispiratore. Di sicuro il direttore de Il Fatto Quotidiano che da giorni, da quando Di Maio ha chiesto scusa, semina intemerate via carta e via tv. “Il suo problema - dice la nostra fonte - è che dovrà giustificare uno dei tanti libri che ha scritto. E queste sono cose sue. Ma il leader del Movimento non può essere eterodiretto da un giornalista…”. Da qualche giorno  Travaglio mette in fila affermazioni tranchant del tipo che “le scuse a Uggetti sono una solenne sciocchezza”. Oppure che “qualche specialista prima o poi indagherà sulla sindrome di Stoccolma che ha colpito i 5 Stelle alla caduta di Conte. La forma più acuta si riscontra in Di Maio, che s’è scusato sul Foglio per aver avuto ragione sull’ex sindaco di Lodi”. Un crescendo che poi ha trovato la sua ufficialità politica, appunto, nel post di Giuseppe Conte.

A parte le scaramucce ai piani alti del Movimento - Conte contro Di Maio, Di Maio ha agito senza informare nessuno e anche Conte ha fatto altrettanto - il post dell’ex premier  divide più che unire. Seguendo la solita linea di frattura: ortodossi contro movimentisti; chi divide il mondo in bianco e nero per cui chiunque, specie se fa il politico, è un potenziale ladro che deve dimostrare di essere innocente (scuola Davigo, più o meno) e chi invece ammette i grigi, perchè ogni storia è un caso a sè e ognuno è innocente fino a prova contraria. 

La marcia indietro

Ora, al di là del caso del sindaco di Lodi Simone Uggetti assolto in Appello perchè il caso non costituisce reato, Conte domenica sera è stato chiamato a fare una clamorosa marcia indietro e a ribadire alcuni punti centrali per il Movimento. E per la sua leadership.  Per il presente e per il futuro.  In linea generale, al di là delle scuse personali (di Di Maio) e di una comunicazione da modificare sulle questioni giudiziarie, è chiaro  - ha scritto Conte - che il Movimento “resta intransigente nella misura in cui non ci renderemo disponibile a negoziare i nostri principi e a scolorire i nostri valori”.  La cartina di tornasole è la riforma della giustizia - del processo penale - cioè della prescrizione. Su cui, fa capire l’ex premier, non saranno accettate clamorose mediazioni al ribasso. “Il Movimento ha le competenze e le capacità per esprimere una cultura giuridica solida e matura. Continueremo ad assicurare il nostro massimo impegno per realizzare le riforme già avviate nel segno di un sistema giustizia più celere ma anche più equo e giusto”. Insomma, il messaggio di Conte è chiaro: “Chi pensa che il nuovo Movimento possa venire meno a queste convinzioni o pensa di strumentalizzare questo percorso di maturazione, rimarrà deluso”. 

La prescrizione del processo 

Non sono buoni presupposti per la riforma Cartabia pronta ad andare in Parlamento e il cui obiettivo è una riduzione drastica dei tempi del processo: dimezzare quelli del civile, ridurre del 25% quelli del penale. Ma anche ridurre il ricorso alla pena in carcere. Per il civile è stato presentato un maxi emendamento al Senato. Per il penale, l’indirizzo è quello della Commissione giustizia alla Camera. L’ultimo rapporto del Cepei (Commissione per l’efficienza della giustizia preso il Consiglio d’Europa) ha certificato che il giudizio di primo grado in Italia dura in media tre volte di più del resto d’Europa e quello di Appello anche otto volte di più.

La riforma del penale si basa su tempi certi per ogni grado di giudizio, una sorta di prescrizione del processo: tre anni per il primo grado, due anni per l’appello e un anno per la Cassazione. Se non vengono rispettati i “termini di durata”, sono previsti sconti di pena, detentiva, accessoria e pecuniaria. Calcolati sulla base dello scostamento. Anche la fase delle indagini preliminari avrà tempi contingentati:  sei mesi a partire dall’iscrizione nel registro degli indagati per le contravvenzioni; un anno e sei mesi per i reati più gravi (associazioni, terrorismo, mafie, armi, quelli indicati dall’articolo 407 del codice di procedura); un anno per tutti gli altri. La proroga potrà essere chiesta una volta sola, per sei mesi e se giustificata dalla complessità delle indagini. Terminato il tempo delle indagini preliminari, il pm sarà costretto a chiedere il processo o l’archiviazione entro un termine preciso e fissato in base alla gravità del reato.

Sul regime delle impugnazioni, di fronte alla non appellabilità  da parte del pm in caso di assoluzione in primo grado, anche l’imputato potrà fare appello solo in base ad un elenco dettagliato di motivi. Per ridurre il ricorso alla pena detentiva in carcere, anche questo un principio applicato in tutte le moderne democrazie occidentali, raddoppia da due a quattro anni il limite di pena detentiva che può essere sostituito da un’altra sanzione. Rivisto, in generale, tutto il catalogo delle misure sostitutive: detenzione domiciliare, affidamento in prova, semilibertà, lavoro di pubblica utilità, pena pecuniaria. Passa poi da cinque a tre anni il limite di pena che rientra tra le cause di non punibilità per tenuità del fatto. Saranno gli stessi uffici giudiziari “a determinare i criteri generali necessari a garantire efficacia ed uniformità nell’esercizio dell’azione penale e nella trattazione del processo” tenuto conto anche della specificità criminale del territorio e delle risorse disponibili”.  

Mano tesa a Dibba e agli ortodossi 

Parte abbastanza chiaro che tutti questi tagli, riduzioni e ammorbidimenti non possono piacere a chi  ha della giustizia un concetto per cui la cosa migliore sarebbe buttare via la chiave delle celle e non pensarci più. Un mondo che fa riferimento al Movimento che pure, come dimostrano le scuse di Di Maio,  ha rivisto e rivisitato questo schema negli ultimi anni. Così come lo ha rivisto in parte anche la Lega che lo ha coltivato applicandolo a fasi alterne.  

Oltre a riannodare invece che sciogliere il nodo giustizia, l’intervento di Conte è anche una mano tesa all’ortodossia di Di Battista e soci, una parte con cui Conte non vuole chiudere perchè sa bene che ne potrebbe avere bisogno. Anche solo per non averla contro.  E un altolà a Di Maio la cui leadership, seppure in sonno, nel Movimento è fonte di un dualismo mai risolto tra l’ex premier e l’ex capo politico. Soprattutto di fronte al vuoto di leadership che per un motivo o per l’altro affanna il Movimento in sè e i gruppi parlamentari in sofferenza per l’assenza di una guida. Anche la fine del mese di maggio se n’è andata senza un nulla di fatto. Conte aveva promesso prima aprile, poi maggio, come scadenze “certe” entro le quali avrebbe presentato il nuovo Movimento. Non è successo. Conte sta facendo incontri con i gruppi e gli eletti a livello locale. La sua popolarità resta alta. Ma è un re, ancora, senza corona e senza regno.