[Il caso] Scarcerazioni, un decreto nella notte prova a riportare in cella i 376 usciti per motivi di salute. Sorpresa: 239 detenuti “malati” hanno meno di 55 anni

Tiscalinews ha potuto analizzare la lista dei 376. Emergono varie sorprese che aprono interrogativi ancora più inquietanti sulla gestione delle carceri. Il ministro Bonafede: “E’ la vittoria definitiva dell’antimafia”. In realtà è un tentativo disperato di chiudere una faccenda che sta logorando il Guardasigilli e il governo. Magistrati perplessi

Il ministro Bonafede (Ansa)
Il ministro Bonafede (Ansa)

Tutti, o quasi, in carcere “entro quindici giorni” perchè nel frattempo è venuta meno l’emergenza sanitaria.  Anche prima, magari già questa notte, se il Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria saprà “trovare la disponibilità necessaria presso le strutture sanitarie all’interno dei penitenziari” per i casi dei detenuti che hanno bisogno di cure particolari.

Le “pezza” alla fine è saltata fuori nel Consiglio dei ministri convocato ieri a tardo pomeriggio per la sera, iniziato alle 21 e 30 e concluso poco prima di mezzanotte.

La “pezza” e il “buco”

Parliamo della “pezza” per tappare il “buco” dell’incredibile scarcerazione per motivi di salute di 376 detenuti tutti condannati (in primo grado, definitivi o anche in attesa di giudizio) per reati di mafia. Si tratta di un decreto legge che annunciato in Parlamento dal ministro Bonafede tre giorni fa è stato rinviato ora dopo ora provocando un serio allarme per il rischio evasioni. I prefetti di decine di province sono impazziti per riuscire a garantire la sorveglianza dei domicili dove i 376 boss, più o meno qualificati, sono stati assegnati nel mese di aprile dai vari Tribunali di sorveglianza in ossequio alla circolare del Dap che a metà marzo ha aperto le celle “per chi ha problemi di salute amplificati dal virus e dall’impossibilità di garantire la distanza di sicurezza necessaria in celle sovraffollate”.  Il rischio evasione è stato altissimo da quando mercoledì scorso il ministro Guardasigilli ha annunciato in Parlamento il decreto della marcia indietro. Vediamo cosa succederà nelle prossime ore quando il ritorno in cella è una certezza per molti di loro. Le modalità, l’orario e i modi della convocazione del Cdm dicono da soli l’urgenza del decreto.

Il nuovo quadro sanitario 

  “E’ in cantiere un decreto legge che permetterà ai giudici, alla luce del nuovo quadro sanitario, di rivalutare l'attuale persistenza dei presupposti per le scarcerazioni dei detenuti di alta sicurezza e al 41 bis” aveva spiegato Bonafede alla Camera mercoledì durante un vivace question time.

Il primo passo della marcia indietro era stato compiuto con il decreto approvato il 29 aprile scorso: “in futuro”, si spiegava, mai più scarcerazioni disposte dai giudici senza aver acquisito il parere preventivo della procura nazionale antimafia e delle procure distrettuali. Col testo di questa notte si va oltre: entro 15 giorni saranno rivalutate le scarcerazioni già disposte e legate all'emergenza Covid 19.

Le necessarie autorizzazioni

Il magistrato dovrà prima acquisire il parere del Procuratore distrettuale antimafia del luogo in cui è stato commesso il reato e del Procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo per i condannati già sottoposti al 41-bis, il cosiddetto carcere duro. E poi valutare se ci sono ancora i presupposti per la detenzione domiciliare, cioè se permangono “i motivi legati all'emergenza sanitaria”. La valutazione sarà fatta “immediatamente”, anche prima dei 15 giorni , nel caso in cui il Dap comunichi la disponibilità di posti nei  penitenziari o nei reparti di medicina all’interno dei penitenziari.  “In ogni caso - si legge nel decreto approvato stanotte - l'autorità giudiziaria, prima di provvedere dovrà sentire il Presidente della Giunta della Regione sulla situazione sanitaria locale. E acquisire dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria informazioni sull'eventuale disponibilità di strutture penitenziarie o di reparti di medicina protetta in cui il condannato o l'internato può riprendere la detenzione o l'internamento senza pregiudizio per le sue condizioni di salute”. Solo una volta in possesso di tutti questi elementi l’autorità giudiziaria “potrà decidere con una pronuncia che andrà rivista ogni 30 giorni”. Il provvedimento con cui l'autorità giudiziaria revoca la detenzione domiciliare o il differimento della pena “sarà immediatamente esecutivo”.

Ripristinati i colloqui

Il decreto ha anche ripristinato i colloqui familiari-detenuti purché “svolti a distanza mediante, ove possibile, apparecchiature e collegamenti di cui dispone l'amministrazione penitenziaria e minorile o mediante corrispondenza telefonica, che può essere autorizzata oltre i limiti abitualmente consentiti”. Tutto questo dal 19 maggio al 30 giugno.

La magistratura d sorveglianza, cui spetta sempre la decisione finale su arresti domiciliare o misure alternative al carcere, attende di leggere il testo ma è già molto perplessa. Si tratta di un carico di autorizzazioni e passaggi, un bel carico di nuova burocrazia,  che non sarà facile rispettare visto il numero sottodimensionato dei magistrati addetti alla sorveglianza.  La richiesta al Dap di spazi nelle strutture sanitarie interne ai penitenziari, era stata fatta anche questa volta (nel caso di Zagaria, ad esempio). Ma il Dap non era stato di grado di rispondere in due settimane e quando lo ha fatto, fuori tempo massimo, ha risposto alla mail sbagliata. Diciamo che per il futuro la situazione non si ripeterà più perchè l’emergenza sanitaria è venuta meno. Per quelli già usciti è necessario che magistrati e Dap lavorino insieme, con solerzia e magari rispettando gli orari e senza sbagliare mail. Ce la possono fare. Con un po’ di organizzazione. Sempre che nel frattempo non scatti qualche altra protesta. E non ci sia qualche evasione visto l’allarme scattato: nessuno dei 376 mandati ai domiciliari nelle case dei propri quartieri,  appena sentito l’annuncio del decreto, sarà stato contento di tornare in cella.

La “missione compiuta” di Bonafede   

Con quel piglio retorico - lo stesso di onestà-onestà o il ministro spazzacorrotti - che è un po’ la cifra della comunicazione 5 Stelle, ieri sera il ministro Bonafede ha affidato a Facebook la propria soddisfazione. “Nessuno può pensare di approfittare dell'emergenza sanitaria determinata dal virus per uscire dal carcere. E' un insulto alle vittime, ai loro familiari e a tutti i cittadini, che in questo momento stanno anche vivendo le tante difficolta' della pandemia. I magistrati applicano le leggi e come sempre io rispetto la loro autonomia e indipendenza. Da stasera c’è una nuova norma che mette ordine alla situazione”. La colpa di quanto successo finora? “Vecchie norme e vecchi strumenti”. Ora invece “abbiamo puntato sul gioco di squadra”. In realtà previsto anche dalle vecchie regole se solo fossero state rispettate.

La liberazione della cooperante Silvia Romano ha regalato sabato qualche ora di vera felicità anche a Palazzo Chigi. Almeno un’occasione per parlare d’altro. Ma il logoramento ha ripreso il sopravvento dopo poco: utilizzo del Mes, distanza tra M5s e Pd e Iv, l’incertezza di Conte, le opposizioni che azzannano alla gola.  Bonafede, e con lui il premier Conte, spera di chiudere così una vicenda che mette tutta la gestione del ministero della Giustizia in questi quasi due anni sotto una luce molto ma molto critica. Bonafede deve sempre sperare nel frattempo che nessuno di quei 376 detenuti, tutti condannati per mafia, riesca ad evadere. Ma nessuno può sperare di chiudere con delle scuse e un bel po’ di retorica un gigantesco pasticcio che, per quanto in buona fede, pretenderebbe le dimissioni per manifesta incapacità.

Quei detenuti “giovani” e malati

Il problema è che le grane per Bonafede non finiscono qui. Già in settimana dovrà dare spiegazioni in varie Commissioni parlamentari. Su di lui pende la mozione di sfiducia chiesta dalle opposizioni al Senato. La maggioranza sembra compatta e quindi non ci dovrebbero essere problemi. Ma la posizione del ministro rischia di peggiorare di giorno in giorno.

Analizzando le 5 pagine di elenchi con l’anagrafica dei 376 scarcerati a partire dal 24 marzo a fine aprile, emergono curiosità di un certo peso. Ad esempio che 239 detenuti in condizioni di salute così gravi da essere incompatibili con la detenzione in carcere, sono uomini di mezza età alcuni dei quali giovanissimi. Per l’esattezza 209 persone - è bene ripetere che sono tutti boss riconosciuti di mafia e sottoposti  a regime di Alta sicurezza, un gradino prima del 41bis - tra i 376 liberati è tra i 30 e i 55 anni, un’età in genere non così avanzata da essere considerata tra quelle a rischio e quindi incompatibile col carcere. Oltre a questi 209, ce ne sono  altri 30 tra i beneficiari della scarcerazione,  che hanno meno di 30 anni. Anche qui, si fa fatica ad immaginare condizioni di salute problematiche.

Fuori su richiesta del detenuto     

Un’altra “curiosità” che emerge dalle schede è che circa la metà delle richieste di scarcerazione (153 su 376) è stata presentata e poi processata fino al buon fine direttamente dal detenuto. Non dal medico del carcere o dagli avvocati con tanto di perizie mediche. No: il detenuto stesso ha scritto e ha chiesto i domiciliari probabilmente senza neppure allegare un certificato. Il resto delle domande è stato presentato dai difensori. Anche questo, che non è un dettaglio per addetti ai lavori, denota che al Dap è stato perso il controllo. E il Dap è una parte importante del ministero della Giustizia.

Ed ecco che allora serve un altro chiarimento. Francesco Basentini ha lasciato la guida del Dap il 2 maggio, portandosi dietro parecchie risposte. Il successore è stato subito individuato nel magistrato antimafia Dino Petralia già autorizzato dal Csm così come il suo vice Francesco Tartaglia. Succede però che venerdì sera Bonafede ha firmato una circolare con cui nomina reggente del Dap un funzionario interno, Riccardo Turrini Vita. Perchè nominare il reggente se esistono già  Direttore e vicedirettore?