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Scajola, La Russa, Meloni e le elezioni di Imperia diventate un caso politico nazionale. Ecco perché

Le comunali sono in programma come tutto il turno amministrativo il 14 e 15 maggio. I tree furono tutti assieme colleghi di governo e di Consiglio dei ministri nel quarto governo di Silvio Berlusconi

Massimiliano Lussanadi Massimiliano Lussana   
Scajola, La Russa, Meloni e le elezioni di Imperia diventate un caso politico nazionale. Ecco perché
Claudio Scajola (Ansa)

Con i suoi 42mila e 60 abitanti, Imperia è al novantaseiesimo posto nella classifica dei capoluoghi di provincia in base alla popolazione, su 109 capoluoghi. Sanremo, per dire, che è il principale Comune fra quelli della provincia, fa 54mila abitanti al netto di quelli durante la settimana del Festival. E, oltre a Imperia sono solo altre sei le province italiane in cui una città che non è capoluogo è più abitata del capoluogo stesso.

Eppure, le elezioni comunali di Imperia, in programma come tutto il turno amministrativo il 14 e 15 maggio, sono diventate un caso politico nazionale, con tanto di intervento diretto di Ignazio La Russa, presidente del Senato e seconda carica dello Stato e della presidente del Consiglio Giorgia Meloni.

E raccontarle, prima ancora del termine ultimo per presentare le liste, è un grande romanzo popolare.

Perché il protagonista è Claudio Scajola che, fra le altre cose, nella vita è stato: ministro dell’Interno, ministro dello Sviluppo Economico, ministro delle Attività produttive e ministro per l’Attuazione del programma di governo in vari governi guidati da Silvio Berlusconi. E poi è stato presidente del Copasir, cioè l’organismo parlamentare che vigila sui Servizi Segreti e sulla sicurezza della Repubblica.

E poi è stato coordinatore nazionale di Forza Italia prendendo in mano il partito nel 1996, quando la forza propulsiva del messaggio berlusconiano del 1994 sembrava finita e invece firmò insieme al Cav la “traversata del deserto”, il rinnovato accordo con la Lega alle regionali del 2000 (e si era reduci da anni di insulti di “Berluskaz” e di “Mafioso di Arcore” da parte di Umberto Bossi, a sua volta descritto dai giornali berlusconiani come un nullafacente perdigiorno), oltre che l’ingresso in Forza Italia dei maggiori intellettuali italiani: il numero uno nella filosofia della scienza, l’uomo che portò Popper in Italia, maestro di epistemologia come Marcello Pera; uno dei maggiori storici, che era Piero Melograni; il maggior filosofo, cioè Lucio Colletti; un politologo venerato maestro, Saverio Vertone; un costituzionalista come Giorgio Rebuffa e una pattuglia di radicali, che sono sempre stati il sale del Parlamento.

Ma, anche lasciando perdere il cursus honorum nazionale – che comprende anche quattro legislature alla Camera – e rimanendo “solo” a Imperia, la storia di Claudio Scajola è notevole: sindaco di Imperia per la prima volta, con una legge elettorale diversa e l’elezione da parte del Consiglio comunale, nel 1982, quando a 34 anni divenne il più giovane primo cittadino di un capoluogo di provincia, che allora erano meno di cento.

E poi, ancora, nuovamente sindaco di Imperia fra il 1990 e il 1995.

E infine – ed è l’impresa politica più notevole – nuovamente primo cittadino eletto nel 2018 con liste civiche, da solo contro il centrosinistra, e ci sta, ma anche contro il centrodestra “ufficiale”, quello con i simboli che sconfisse al ballottaggio.

Da qui bisogna partire per arrivare alla vicenda odierna.

Perché, nel frattempo, è passata acqua sotto i ponti, Claudio Scajola è diventato anche presidente della provincia di Imperia, questa volta appoggiato dal centrodestra che si è reso conto dell’errore del 2018, e soprattutto ha creato un ottimo feeling con il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti, con cui invece inizialmente erano state scintille e punture, anche in seguito a eredità di beghe azzurre quando entrambi militavano in Forza Italia.

Oggi, invece, anche grazie alle rispettive attività di governo e amministrative, i due hanno ritrovato una grande intesa. E sono risolti anche i problemi familiari che avevano portato Marco Scajola - che è il fuoriclasse nella squadra di assessori di Toti, fedelissimo del governatore ligure e consigliere più votato in termini di preferenze in tutta la regione, nonostante un collegio non enorme come quello di Imperia – a uno scontro familiare con suo zio Claudio. E anche con i cugini Piercarlo e Lucia, che è la migliore giornalista della squadra informativa di Mediaset, capace di abbinare sensibilità e senso della notizia, anche lei fuoriclasse nel suo settore.

Insomma, tutto questo oggi è abbondantemente strasuperato.

Tanto che, quando si è trattato di discutere della ricandidatura di Scajola per il secondo mandato consecutivo, il primo ad appoggiarlo è stato Giovanni Toti, in quel momento solo nel centrodestra.

Dal canto suo Claudio Scajola ha posto una sola condizione: di avere solo liste civiche a sostegno senza simboli di partito: “La scorsa volta sono stato eletto così ed è giusto e rispettoso degli elettori continuare così. La mia è una candidatura aperta a tutti e che non chiude a nessuno”. E Toti, uomo pragmatico e che sa leggere la politica, ha immediatamente accettato questa impostazione.

Poi, un po’ alla volta, sono arrivati prima Forza Italia che ha presto abbandonato il fugace pensiero di correre contro Scajola (“Claudio fa parte della nostra storia” ha spiegato il coordinatore regionale ligure Carlo Bagnasco) e poi la Lega che inizialmente pareva voler correre da sola in coppia con Fratelli d’Italia, ma poi è stata saggiamente guidata dal leader imperiese e vicepresidente della Regione Alessandro Piana verso il sindaco uscente “che ha lavorato bene e con cui siamo insieme già in Provincia”.  

Restava Fratelli d’Italia.

Che invece - in nome della scelta di avere il proprio simbolo in tutti i grandi Comuni in cui si andava a votare e anche della volontà di capitalizzare il grosso consenso attorno a Giorgia Meloni portando a casa raffiche di consiglieri comunali anche in centri in cui non toccava palla o quasi – ha insistito sulla candidatura in solitaria, facendo addirittura conferenze stampa di presentazione del “suo” candidato, un colonnello dei carabinieri, Luciano Zarbano, contrapposto a Scajola. Con la parola “coerenza” declinata in ogni modo.

E lo stesso Scajola che ironizzava, intervistato a “Tiro Incrociato” dal direttore di Telenord Giampiero Timossi: “Stimo e ammiro molto Giorgia Meloni, che si è dimostrata forte e determinata, ma non tutta la sua classe dirigente di Fratelli d’Italia è al suo livello. Non basta indossare la maglietta dell’Argentina per essere Messi”.

Poi, però è scesa in campo Giorgia “Messi”.

Con il risultato delle regionali in Friuli-Venezia Giulia, non troppo soddisfacente con la Lega primo partito e la lista civica del presidente leghista della Regione Massimiliano Fedriga a un soffio da Fratelli d’Italia, e sondaggi anche in Liguria che raccontavano per l’appunto che non basta il simbolo con il nome di Giorgia per essere Giorgia, l’aria è cambiata.

Il povero Zarbano è stato convocato a Roma per dirgli che forse il partito ci avrebbe ripensato e lui, con dignità, ha mantenuto la candidatura, cambiando solo il simbolo da quello di Fratelli d’Italia a un suo logo civico.

Sono intervenuti direttamente la stessa Giorgia Meloni e il presidente del Senato Ignazio La Russa, che si è sentito direttamente con Claudio Scajola – i tre furono tutti assieme colleghi di governo e di Consiglio dei ministri nel quarto governo di Silvio Berlusconi e vanno d’accordo – per dirgli che Fratelli d’Italia lo appoggerà.

Lui, sornione, ha sorriso: “Non entro in vicende interne dei partiti”.

E, a chiudere questo romanzo popolare, è la scelta del Pd – dilaniato fra due candidature – di appoggiarne una terza, quella di Ivan Bracco, l’investigatore che negli anni ha lavorato su molte inchieste su Claudio Scajola portate avanti dalla Procura imperiese.

Per la cronaca – al netto di una vicenda in Calabria, ancora aperta, ma che non c’entra con questa storia - Scajola è sempre uscito bene da tutte.

Massimiliano Lussanadi Massimiliano Lussana   
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