[L’analisi] Lo scacco matto di Prodi a Renzi. Vi spiego la rivincita del professore

È pronto a ufficializzare la sua discesa in campo in una delle prossime uscite pubbliche accanto a “Insieme” di ispirazione ulivista e l’endorsement “pesante” a favore del premier uscente

Gentiloni e Prodi
Gentiloni e Prodi

Aveva deciso di arrotolare la tenda e di non partecipare alla campagna elettorale. Invece, a sorpresa, Romano Prodi è tornato sulla scena con un’uscita dirompente che rischia di essere l’unica vera novità in una campagna elettorale moscia, povera di contenuti ed ambigua al punto di non riuscire ad indicare (salvo il M5S che però corre da solo) nemmeno i candidati premier delle opposte coalizioni di centro destra e centro sinistra.

La dichiarazione di voto per la lista “Insieme” di ispirazione ulivista e l’endorsement “pesante” a favore del premier uscente Paolo Gentiloni dal palco di Bologna hanno avuto un impatto tellurico nella variegata compagine della sinistra italiana, suscitando in egual misura speranze e malumori sia fra i dem che nel campo avverso di LeU. Se da un lato infatti la dichiarazione “di non voto” al PD appare come una presa di distanze dal partito a trazione renziana, dall’altro l’appoggio ad una lista ad esso collegata favorisce la coalizione e contribuisce –seppur in misura modesta- a rafforzare lo stesso PD.  Ecco perché D’Alema ha ribattuto piccato al professore, che da Bologna aveva definito un errore la scissione. “Compagno che sbaglia sarà lui: con questa legge elettorale non si vota Gentiloni ma Renzi”.  

Ma questo non basta a fermare il professore, che anzi sarebbe pronto ormai a ufficializzare la sua discesa in campo in una delle prossime uscite pubbliche accanto a “Insieme”. Una mossa da cui si intravvede la trama di una strategia più ampia, che punta ad aprire una fase nuova del centro-sinistra allargato in salsa ulivista con Prodi calato ancora una volta nei panni del “padre nobile” intento a ricomporre l’antica unità e con Gentiloni posto a garante della “stabilità” del nuovo assetto, dentro e fuori i confini nazionali.  Se questo schema riuscisse, sarebbe un vero e proprio scacco matto contro il monolite del potere renziano, con un Segretario sempre più indebolito e ridimensionato davanti alla fronda interna ed esterna al partito e con un nuovo contenitore politico già pronto oltre l’orizzonte del Nazareno. Ecco perché, al di là delle dichiarazioni di facciata, Renzi non esulta affatto all’idea di un Gentiloni Bis e finora ha evitato accuratamente di coinvolgere il premier in carica e campione di fiducia fra gli italiani negli eventi pubblici del Partito Democratico. 

L’attivismo di Prodi del resto si era già manifestato nei giorni scorsi, con l’invio di una lettera al quotidiano Il Messaggero in cui il Professore esortava i partiti a prendere atto dell’inadeguatezza del Rosatellum, incapace di dare una maggioranza certa al paese e garantire appieno la rappresentanza del voto popolare:  un mix mal riuscito di proporzionale e maggioritario, da cambiare al più presto, a inizio legislatura prima del probabile ritorno alle urne anticipato “con le conseguenze economiche e politiche che tutti possiamo immaginare”. 

“Una legge elettorale a servizio dell’interesse comune non può che essere votata all’inizio della legislatura quando è più facile, anche se non certamente scontato, pensare al bene comune e non al proprio vantaggio”, aveva scritto il professore che indicava la sua preferenza per i sistemi francese e britannico, in quanto capaci di far conoscere con certezza sin dalla chiusura delle urne chi sarà all’indomani il primo ministro.  

Insomma, Prodi è pronto a candidarsi anche alla leadership delle riforme, oltre che alla guida del centro sinistra riunificato. Con Gentiloni, sicuramente. Con Renzi se ci starà. Ma anche senza.