Le Sardine alla prova del nove. Diventare un ‘partito’ e candidarsi o restare un movimento prepolitico?

Le risposte del leader Santori e i dubbi degli altri. Il neonato Movimento vive già le prime contraddizioni. Girotondini e cigiellini vogliono di nuovo assaltare il Pd

Il simbolo delle 'Sardine'
Il simbolo delle 'Sardine'

“Non faremo un partito” dice l’attivista Grazia De Sario, al termine della prima assemblea nazionale del movimento. “Candidarmi io alle elezioni? Mai dire mai” risponde, enigmatico, all’ennesima intervista tv Mattia Santori, leader riconosciuto del Movimento delle Sardine e tra i ‘fab four’ originari che hanno dato vita alla prima piazza di Bologna. Poi aggiunge: “Il nostro obiettivo è allargare il consenso a oltre il 25%, vogliamo interessare più di un italiano su quattro”. Sottinteso: e da loro essere votati, alle elezioni. Un movimento magmatico, ancora allo stato nascente e sul quale (o dietro al quale) tutti (o molti) vogliono salire mostra le sue prime crepe, le sue prima contraddizioni.  

Le prime contraddizioni  

Comprensibile, certo, dato l’enorme clamore mediatico che il movimento anti-sovranista e anti-salviniano (ma anche anti-meloniano) ha suscitato e date le attese e le speranze con cui lo guardano elettori stanchi dei ‘vecchi’ partiti e ceti dirigenti dei ‘vecchi’ partiti ansiosi di prendere una boccata d’aria e di rifornirsi di ossigeno di cui sono in debito presso la società civile e il loro stesso elettorato. Ma anche, queste prime crepe, pericolose per il futuro del Movimento. Intanto, prima di cercare di trovare il ‘filo rosso’ che animerà le mosse delle sardine da oggi in poi, meglio riavvolgere il nastro alla manifestazione di ieri.  

Chi c’è dietro le quinte

Al netto del ‘popolo’ di giovani e meno giovani (parecchi) scesi in piazza, persone normali e vip (Fiorella Mannoia, Paola Turci, Sabrina Guzzanti, etc.), va detto che i media della destra sbagliano a indicare il Pd nel ‘regista occulto’ delle Sardine. Basta mettere insieme alcuni tasselli. Il servizio d’ordine, pronto a evitare incidenti con Casa Pound, ma anche a garantire il normale e pacifico deflusso in piazza, lo ha garantito la Fiom-Cgil (e la ex segretaria, Susanna Camusso, era in piazza). Dal palco ha parlato Carla Nespolo, presidente dell’Anpi. L’Arci era presente in forze con Arcigay e Arci-lesbica a fare la parte del leone. Le associazioni che difendono e promuovono le ong italiane e straniere e la loro battaglia contro i porti chiusi erano presenti in massa e sono state loro a far correggere, in diretta, durante il comizio di Santori, un punto del programma: non ‘rivedere’ i decreti sicurezza di Salvini, ma “abrogarli” nella loro interezza, cosa che neppure il Pd chiede. Il solo politico autorizzato a parlare dal palco è stato il medico che cura i migranti a Lampedusa Pietro Bartolo: oggi è europarlamentare del Pd, ma ieri è stato candidato da LeU e proprio la sinistra fuori dal Pd e che si riconosce nell’orbita di LeU impose, a Zingaretti, la sua candidatura. Centri sociali, romani e non, hanno dato una mano alla riuscita della manifestazione, discreti e fattivi. Persino la lista più a sinistra che si è presentata alle ultime politiche, quella di Potere al Popolo, ha dato una mano non piccola. In piazza, gli unici esponenti politici riconoscibili erano quelli a sinistra del Pd: l’ex leader di SeL, Nichi Vendola, l’ex presidente della Camera, Laura Boldrini, la Camusso, l’ex organizzatore di Mdp, Nico Stumpo. Del Pd, zero, tranne Roberto Morassut, che il Pd lo vuole ‘rifondare’, cambiandogli persino il nome (lui propone “Democratici”). Antifascismo e antirazzismo sono le due parole d’ordine più gettonate, in piazza e sul palco, manca solo l’antiliberismo ma il mood è quello della sinistra radicale.  

Girotondini e cigiellini vogliono di nuovo assaltare il Pd

La verità è che se c’è una ‘regia’ occulta, dietro le Sardine, non è quella del Pd e neppure quella di Romano Prodi (cui pure, in vista dell’elezione del nuovo Capo dello Stato, questo mondo guarda con simpatia) ma, appunto, quella che si muove a sinistra del Pd. LeU, Mdp, Sinistra italiana, Pap (Potere al Popolo), persino il piccolo Prc, tutte sigle oggi pulviscolari e prive di consensi reali nel Paese ma che hanno, da decenni, il know how giusto per far riuscire le manifestazioni e in modo pacifico. Alla pari di Fiom, Anpi e Arci, ong e centri sociali, nerbo di ogni protesta di sinistra dai tempi dell’anti-berlusconismo militante. Ciliegina sulla torta, i vecchi leader dei ‘girotondi’ e dei movimenti no-B che, a cavallo degli anni Duemila, monopolizzarono la protesta e l’indignazione dell’opinione pubblica contro il berlusconismo aggressivo di allora (come il salvinismo oggi) ma cercando anche, nel contempo, di ‘scalare’ la sinistra, all’epoca dalemiana e blariana, scegliendo come loro campione il leader della Cgil d’allora, Sergio Cofferati. Ecco, dunque, rispuntare i vari Paolo Flores d’Arcais, Michele Santoro, Massimo Cacciari, Erri De Luca, Daria Colombo (manca, all’appello, solo Nanni Moretti…). Lo stesso milieu che guidò la guerra dei ‘professoroni’ a Renzi e al suo referendum costituzionale, sconfiggendolo. Sognano una sinistra-sinistra alla Corbyn, quindi fuori tempo massimo, non amano neppure il povero Zingaretti (giudicato troppo mite e troppo moscio), non vogliono alcun rapporto non solo con Renzi e i moderati, ma neppure con i riformisti rimasti nel Pd, i liberal, gli ex renziani, etc. Sognano, da sempre, un Grande Partito di Sinistra-Sinistra e pensano di aver trovato, nelle Sardine, terreno da arare. Si faranno, però, le Sardine – cui simpatizza un popolo vasto, composto da delusi del Pd come dei 5Stelle, di ex elettori di sinistra come di ex astenuti, di giovani e vecchi – ingabbiare in una manovra così retrò e politicista? Si vedrà. Per ora è troppo presto per dirlo. Tornando alla cronaca, ieri le sardine hanno cercato di ‘fare il punto’ sulla prima ondata di (enorme) mobilitazione che hanno già prodotto.  

Il ‘non congresso’

E dopo la manifestazione che sabato ha riempito piazza San Giovanni, emblema dei comizi della sinistra (dai funerali di Berlinguer alla stagione dei girotondi), ma anche della destra (da quelli di Berlusconi a quelli di Salvini), il movimento ha scelto come cornice per il suo ‘non congresso’ un altro luogo fortemente simbolico. I delegati (circa 120) delle varie città d'Italia del movimento delle Sardine si sono riuniti nel palazzo occupato da un centinaio di famiglie – e gestito da collettivi e centri sociali romani vicini ad Action dell’ex consigliere comunale di Rifondazione Andrea Alzetta detto Tarzan - in via di Santa Croce in Gerusalemme 55, lo stesso palazzo dove il 12 maggio scorso l'elemosiniere del Papa, cardinale Krajewski, si calò nella centralina elettrica per togliere i sigilli e ripristinare la corrente nell'immobile abitato da 450 persone che avevano accumulato un debito di 300 mila euro. “Il primo obbiettivo è tornare nelle piazze il prima possibile”, sottolinea sempre lui, Mattia Santori, leader del movimento che in quasi due mesi ha riempito le piazze di mezz’Italia, l'altro è mantenere aperto il dialogo all'interno del movimento. Le Sardine, nel loro post su Facebook dedicato al congresso parlano di “ascolto”, “empatia”, “accettazione della diversità”, con lo scopo “non di decidere o comandare, ma di coinvolgere”. Parole un po’ generiche e molto ‘perbene’ che hanno già suscitato ironie e ilarità nei loro avversari, proprio come il decalogo lanciato a piazza San Giovanni, una sorta di prontuario per politici ‘scostumati’ e ‘sboccati’ da riportare sulla retta via. Si vogliono contare, le sardine, ma guardano anche fuori: “Il nostro obiettivo è superiore a coinvolgere un italiano su 4”, dice sempre Santori a ‘In mezz'ora’ rispondendo alla domanda se un italiano su 4 potrebbe essere interessato al movimento, visto che già volano oltre il 20%, nei sondaggi.  

La linea ‘partitista’ di Santori e quella ‘movimentista’ di altri  

Ma se le parole di Santori – una sorta di troppo precoce annuncio di ‘discesa in campo’ del Movimento nell’agone della politica dopo tanti dinieghi di voler fondare ‘un partito’ – provocano e provocheranno polemiche interne, il dilemma è proprio queste: politicizzare o no, e come, quest'onda di persone che si riunisce grazie ai social ma poi lascia la dimensione virtuale per scendere nelle piazze. “Puntiamo a trovare un dialogo con la politica, non siamo ancora pronti a trovare né i punti del dialogo né un interlocutore del dialogo”, spiega stavolta Santori, tirando, in questo caso, il freno a mano. Per il momento comunque “Non faremo un partito, non ci sarà una candidatura. Continueremo a riempire le piazze e a lanciare i nostri messaggi di antifascismo, antirazzismo, contro l’odio verbale e per arginare Salvini, diciamolo chiaramente. Sicuramente appoggeremo la sinistra, ognuno nella sua libertà. Non ci saranno partiti e non ci saranno liste civiche in Emilia-Romagna. Appoggeremo le liste di sinistra” riprende la parola Grazia De Sario, Sardina di Barletta. E già qui si nota la prima spaccatura interna: sembra che l’onnipresente (in tv come sulle piazze) Santori sia tentato dalla presenza delle Sardine sotto forma di lista, specie se si tenessero elezioni politiche anticipate, come pure lo sono quelli che abbiamo elencato sopra, i supporter ‘esterni’ e molto interessanti della Sinistra-Sinistra che fu i quali non vogliono confluire in un listone nel Pd ma creare una lista autonoma che veda LeU e altri soggetti politici ‘sciogliersi’ nelle Sardine e affrontare la prova elettorale sotto le loro bandiere. Una linea, diciamo così, più ‘partitista’ e ‘di sinistra’. E una linea, invece, più ‘movimentista’ e ‘apartitica’ che vuole far restare il movimento in una fase pre-politica lasciando che siano i partiti della sinistra (Pd in testa) a rinnovarsi e a intestarsi, nelle urne, le loro istanze. Una linea che, però, oggi non ha ancora leader riconosciuti e volti spendibili in tv, dove invece Santori – accusato già, internamente, di muoversi e comportarsi come “un piccolo Stalin” – si muove, ormai, agilmente e anche abilmente.  

Il voto in Emilia resta cruciale

Ovviamente, la Politica che già c’è, per quanto ammaccata, è allettata sempre di più dalle Sardine. Conte vuole incontrarle, Di Maio confessa di aver avuto “la tentazione di passare a San Giovanni”, il segretario dem Zingaretti promette di “fare di tutto per metterne in atto le proposte”. In ogni caso, gli step delle Sardine, dopo la prima fase (dalle manifestazioni di Bologna e dell’Emilia alle centinaia che si sono sparse a macchia d’olio su tutto il territorio nazionale), ora passerà a una seconda, nuova, fase (“tornare nei territori, soprattutto quelli più piccoli, per ‘ascoltare’ le comunità locali) e, dopo le elezioni in Emilia-Romagna, passare alla ‘terza’ fase, quella della trasformazione in ‘qualcos’altro’. Un partito e/o una lista elettorale, nell’idea ‘partitista’ del capo-sardina Santori o per sponsorizzare delle candidature specifiche in liste altrui, a partire dal Pd, come pensano altri, senza darsi né struttura né coordinatori. Il dilemma non è risolto, la discussione è appena iniziata, gli interessi e appetiti altrui sono molti e, spesso, voraci, ma una cosa è certa e la riconosce lo stesso Santori: “Se il Pd e il centrosinistra perdono le elezioni in Emilia abbiamo fallito, vuol dire che la nostra mobilitazione non è servita”. Come per gli scenari e gli equilibri politici nazionali, dunque, la vittoria o la sconfitta in Emilia è esiziale anche per le Sardine. Perché mobilitarsi e scendere in piazza va bene, è un gesto e un atto salutare, ma poi i voti si contano. Una sconfitta di Bonaccini vorrebbe dire che le Sardine possono servire a riempire le piazze, ma non a vincere le elezioni. E “piazze piene, urne vuote”, il vecchio ammonimento del leader socialista Pietro Nenni rivolto a placare gli ardori della sinistra socialcomunista prima delle nevralgiche elezioni del 1948, vale oggi pure per le Sardine.