[L’analisi] Sangue e violenza sulla campagna elettorale: “Rischiamo un attentato”. Lo scontro frontale tra neofascisti e antifascisti

L'azione di Palermo è la più preoccupante perché è stata decisa a tavolino e pianificata: ha avuto bisogno di pedinamenti, appostamenti, “pali” al momento dell'azione. Il gruppo coinvolto non è inferiore a dieci persone. Ricorda molto gli attentati dei gruppi armati d'estrema sinistra negli anni di piombo e affonda le radici tecniche nelle azioni dei Gap e della Sap durante la guerra civile. L'uso del telefonino per girare un video accentua la tendenza alla spettacolarizzazione già presente nei primi sequestri lampo delle Brigate rosse.

[L’analisi] Sangue e violenza sulla campagna elettorale: “Rischiamo un attentato”. Lo scontro frontale tra neofascisti e antifascisti

La violenza politica irrompe sulla scena della campagna elettorale. Al pestaggio con modalità da commando del leader neofascista palermitano ha fatto seguito, dopo poche ore, l'accoltellamento di un attivista comunista a Perugia. Indagini rapide: a Palermo sono già stati fermati due antagonisti e quattro sono stati denunciati, a Perugia sono stati individuati i due gruppi contrapposti ma gli accusati rovesciano i sospetti sulle vittime. Un'escalation che surriscalda un clima già avvelenato. 

Rao: in prospettiva preoccupa più di Palermo

"Anche se l'incalzare della cronaca ci porta a collegare i due episodi - spiega Nicola Rao, vicedirettore del Tgr e unico vero esperto italiano di entrambi i terrorismi degli anni '70 - è utile un'analisi puntuale e non suggestiva. L'azione di Palermo, sul piano tecnico e in prospettiva, è più preoccupante: perché è stata decisa a tavolino e pianificata e ha avuto bisogno di pedinamenti, appostamenti, “pali” al momento dell'azione. Il gruppo coinvolto non è inferiore a dieci persone. Ricorda molto gli attentati dei gruppi armati d'estrema sinistra negli anni di piombo e affonda le radici tecniche nelle azioni dei Gap e della Sap durante la guerra civile. L'uso del telefonino per girare un video accentua la tendenza alla spettacolarizzazione già presente nei primi sequestri lampo delle Brigate rosse. C'è però dell'ironia nel fatto che le videocamere di sorveglianza abbiano favorito l'individuazione del commando. Il ferimento di Perugia, a sua volta, richiama a prima vista lo squadrismo spontaneista e improvviso, con la ricerca di un compagno a caso da accoltellare. Anche qui ci sono molti precedenti negli anni '70, con morti (a Milano e a Bari) e feriti (a Napoli e a Roma). Ma c'è anche un'altra verità da verificare, quella di CasaPound che si attribuisce la partecipazione allo scontro ma sostiene che i suoi militanti, disarmati, si sarebbero difesi da un'aggressione".

Ambrosini: i rischi di una risposta di pancia

E' preoccupato Alessandro Ambrosini, direttore di Notte criminale, portale di cronaca nera e giudiziaria. Lui conosce bene l'ambiente dell'estrema destra. Più di venti anni fa, da giovane, fu leader degli skin veneti e tra i fondatori di Forza Nuova: "Oggi il vero pericolo - spiega "Ambro" - è che la pancia oltrepassi la ragione e che nell'ottica di una rivalsa la risposta sia anche superiore all'offesa. Dopo settimane di atti intimidatori, di assalti ai banchetti elettorali, di tentativi violenti per escludere ogni organizzazione di estrema destra dal confronto elettorale, la possibilità che ci si rincorra in atti violenti è quasi scontata. Una corsa che però non contempla vincitori ma solo vinti. Non bisogna però stupirsi. Il confronto 'di strada' non sempre è regolato dalla ragione ma dall'istinto e l'istinto chiama ad una risposta uguale o superiore all'offesa subita. Non rendersi conto di ciò che si è voluto innescare, legittimando con il silenzio le continue manifestazioni di intolleranza antifascista, è moralmente criminale. Se accendi un fuoco nel bosco, il rischio che si estenda l'incendio è quasi scontato. L'unica speranza è che la storia insegni anche se i segnali delle ultime ore dicono il contrario".

Adinolfi: così si prepara la nuova unità nazionale

A lanciare l'allarme sui rischi di una precipitazione dello scontro tra "rossi e neri", secondo vecchie modalità, era stato, proprio ieri, Gabriele Adinolfi. Fondatore 40 anni fa di Terza posizione, il gruppo extraparlamentare disciolto per i legami con i terroristi neri dei Nar, Adinolfi è oggi una delle poche teste pensanti della destra radicale (è stato a lungo considerato intellettuale di riferimento di CasaPound). Così, scrive sul suo portale informativo No Reporter, per preparare uno scenario di 'unità nazionale' dopo il 4 marzo "si copia il 1974 quando nacque il Compromesso storico, ovvero l'alleanza Dc-Pci maturata in un periodo di vacche magre e con un voltafaccia consumato in poche ore rispetto alla politica ufficiale di entrambe la bande. Come poté accadere che i rivali di sempre si amarono in un abbraccio contronatura? Non fu così difficile, venne fuori all'improvviso il pericolo fascista, al contempo stragista e golpista, e s'instaurò una dittatura fiscalmente rigida (l'epoca dello scontrino fiscale) che preparò il terreno alla privatizzazione della Banca d'Italia, distraendo da tutto ciò l'opinione pubblica nella caccia alle streghe. A cui, va detto per correttezza, si aggiunse l'utilizzo delle Brigate Rosse che attaccarono il cuore dello Stato senza rendersi conto che si trattava di un'anticaglia di cui il “nemico di classe” voleva disfarsi e gliene fu grato".

Si spiega così, a suo dire, il grande spazio dato dall'autunno a CasaPound: per rendere noto a tutti un soggetto da usare come bersaglio predestinato. "In realtà - aggiunge l'intellettuale "nero - serve altro: un'atmosfera di guerra civile facile da alimentare se si sospingono e si foraggiano pubblicamente spacciatori, delinquenti e violentatori venuti da fuori che creano una reazione epidermica e anche ragionata da parte della popolazione locale. Si determina una situazione di emergenza perpetua, nel classico schema di dominio oligarchico nella post-democrazia, così come aveva denunciato da Eric Werner. Poi si gioca facile. Qualcuno s'incazza, il Traini della situazione, e allora si fa invadere la città dal circo degli schiavetti antifa i quali vengono sì rigettati dalla popolazione intera tanto da dare l'impressione di essere stupidi suicidi, ma, per stupidissimi che siano, non stanno uccidendosi da soli perché lo scopo dei loro pupari non è di ottenere consensi ma di alimentare odi e tensioni, e ci riescono perfettamente". Quanto agli ultimi fatti conclude: "Tutti quelli che oggi si scontrano sulla base di spinte emotivamente comprensibili non si rendono conto che stanno facendo il gioco di Mangiafuoco".

La condanna di Boldrini e la difesa dei centri sociali

Sui fatti di Palermo va registrata una netta presa di distanza di Liberi e Uguali dai centri sociali, con cui nei giorni scorsi aveva condiviso iniziative antifasciste (come il presidio di domenica a Venezia contro il comizio di Forza Nuova). La presidentessa della Camera, Laura Boldrini, che da tempo batte il chiodo sulla necessità di bandire le organizzazioni neofasciste, è stata tranciante: “Condanno la brutale aggressione di Palermo ai danni di un esponente di Forza Nuova. I violenti non usino l'antifascismo per giustificare le loro azioni. L'antifascismo è una cultura di pace" . 

Gli antagonisti palermitani confermano invece solidarietà e sostegno legale agli indagati (sono sei i fermati dopo un blitz notturno della Digos). Nel corso di una veloce conferenza stampa il portavoce dei centri sociali Anomalia e San Basilio, il 31enne Giorgio Martinico, ha ribadito: “Noi stiamo con gli antifascisti". Quanto alle condizioni del ferito, Massimo Ursino, ha banalizzato: “ Non mi pare ci sia stata la violenza di cui ho letto. Venti giorni di prognosi? Io dopo aver giocato a calcetto ne ho avuti di più". L'agguato è stato in qualche modo giustificato: ''Dopo le campagne da bulli di Forza nuova sui bus e sulle strade prima o poi incontri qualcuno che non è d'accordo con te. Su quel piano hanno avuto una risposta. Se scateni una campagna di odio di quel tipo te lo devi aspettare. Palermo si è mostrata determinatamente antifascista''.

Colombo e Biffo, l'emergenza non è fascismo

Una campagna elettorale tutta giocata sulla contrapposizione frontale non piace ad Andrea Colombo, notista politico del Manifesto: “Capisco di offendere i nobili sentimenti di tanti bravi compagni, ma a me una campagna elettorale giocata sui temi del fascismo e dell'antifascismo sembra il colmo della scemenza. E anche dell'irresponsabilità”. E precisa: “Parlare di antifascismo e prendere di mira nullità politiche come FN significa riproporre schemi che con quello che sta succedendo non c'azzeccano niente. Se metti fuorilegge FN o se strilli ai loro comizi alla stragrande maggioranza di quelli che vorrebbero cacciare tutti gli immigrati non frega niente. Perché non si sentono né razzisti né fascisti. I signori del neoschiavismo invece sono proprio d'accordo e magari sono i primi a chiederla la messa fuori legge, perché quella messa in scena li disturba.

Sono democratici e antifascisti pure loro e per certi versi lo sono davvero. Semplificare in questo modo non serve”. I fili del ragionamento li tira Franco Berardi, “Bifo”, fondatore di radio Alice, protagonista del Movimento del '77, oggi intelligenza critica dell'estrema sinistra: “Quello che sta emergendo, dall'America di Trump all'India di Modi si può definire fascismo solo per un errore ottico. Riusciamo a riconoscere solo quel che già conosciamo. Il fascismo storico fu espressione di energie giovani e futuriste, il suprematismo bianco contemporaneo è espressione di un'umanità senescente e incapace di pensare il futuro. Anche se possiamo usare quella parola perché ci manca la parola giusta, questo non è fascismo. Temo che presto capiremo che è molto peggio”.