La rabbia di Salvini: “Adesso basta, Di Maio e soci stanno esagerando. I porti restano chiusi finché sarò ministro”

Chiude le acque nazionali ad imbarcazioni non autorizzate e divieto ad operare in Italia a quelle già sequestrate. Una risposta a Di Maio e Trenta che ripetono: “I porti chiusi sono un’eccezione. In arrivo migliaia di profughi”

Matteo Salvini
Matteo Salvini

Non è un missile di Haftar su Tripoli, ma l’offensiva è ugualmente dirompente e spacca il fronte del governo come mai prima d’ora. Ben oltre, quindi, la prevista dialettica dello scontro elettorale. E poiché siamo in uno scenario di politica internazionale grave e delicato – la Libia rischia l’incendio ed è a due passi da noi – la guerriglia Lega e 5 Stelle assume contorni ancora più tristi e irresponsabili. Difficile dire chi abbia iniziato prima e a chi per prima sia sfuggita la situazione di mano. Certo è che dopo 48 ore di provocazioni, ieri Salvini ha perso la pazienza. “Adesso basta, Di Maio sta esagerando. Capisco recuperare consenso ma ora sono oltre misura… usare poi il ruolo della ministra Trenta è pericoloso” si è sfogato con alcuni suoi collaboratori.

“Porti chiusi, anche per la Jonio”: ecco la nuova Circolare

E per chiarire chi comanda in tema di sbarchi e migranti e ribadire che “i porti sono e restano chiusi”, i tecnici del Viminale hanno lavorato tutto il giorno per una nuova circolare che va ad integrare la Direttiva di metà marzo sul controllo delle frontiere marittime e il contrasto all’immigrazione clandestina. Il nuovo testo serve a “stabilizzare e rendere esecutive in ogni circostanza le disposizioni della Direttiva di marzo (che in questo mese sono state invece reiterate per ogni momento di crisi in mare, ndr)” e contiene una parte nuova “per impedire - si spiega – alle navi delle ong che sono state prima sequestrate e poi dissequestrate di tornare ad operare nelle acque territoriali italiane”.
E’ il caso della “Mare Jonio” della ong italiana Mediterranea saving humans che ieri mattina, dopo tre settimane di sequestro, ha potuto riprendere il largo puntando alle acque Sar libiche. “C’è bisogno di noi, dobbiamo salvare vite in fuga da una guerra civile visto che nessun paese europeo sta pensando di organizzare corridoi umanitari” ha spiegato la portavoce Alessandra Sciurba.

Botta e risposta con Di Maio e Trenta

E così, al vicepremier Di Maio che ieri mattina dalle pagine del Corriere della Sera ha precisato che “la chiusura dei porti è una misura occasionale” e alla ministra della Difesa Elisabetta Trenta che sempre ieri dava già scontata “la trasformazione dei migranti in rifugiati perché in Libia c’è la guerra”, Salvini ha risposto a modo suo: “I colleghi ministri possono dire quello che vogliono ma finchè faccio il ministro dell’Interno i porti in Italia restano chiusi”. E poi, se non fosse stato chiaro: “Di Maio fa il ministro del Lavoro e si occupi di creare posti di lavoro; la Trenta è ministro della Difesa e si occupi di difendere. Ognuno si preoccupi di fare bene il proprio lavoro e rispetti il lavoro degli altri”.

Giochi pericolosi

Ora il problema è che entrambi, Salvini e Di Maio, stanno “usando” il dossier Libia per posizionarsi, nel caso dei 5 Stelle riposizionarsi, sul tema sicurezza, porti e migranti che così tanto consenso ha portato a Salvini mentre ha trascinato al 20% i 5 Stelle che su questo tema si sono appiattiti sulle posizioni leghiste. Così Salvini fa Salvini, come sempre. Di Maio si mette in testa di fare “il sinistro”, aprendo e dando legna al “secondo” forno, quello del centrosinistra andando a competere proprio nel campo della sicurezza. Un gioco pericoloso, osservano i tecnici della nostra sicurezza, perché “non tutto può essere trattato come merce per la propaganda politica. Meno che mai trascinare le competenze della Difesa, cioè i militari, nel campo della sicurezza”. Da irresponsabili perché gli apparati della Difesa e della Sicurezza devono avere indicazioni certe per poter operare e non assistere alla guerriglia tra galli.

Cambio nella comunicazione

Per una volta, forse, questo andamento scivoloso delle consuete e vivaci cronache della maggioranza giallo-verde, non è solo “colpa” di Salvini. Da tre settimane, infatti, in concomitanza con l’ultima sconfitta alle regionali in Basilicata, Luigi Di Maio ha deciso di cambiare passo rispetto alla convivenza con il vorace Salvini. Per tentare di non finire spolpato alle Europee, il vicepremier stellato ha deciso di ascoltare anche un nuovo spin (un suo amico che si chiama Augusto Rubei ed è il portavoce della ministra Trenta) che lo ha convinto a cambiare passo e toni. A cominciare dalla sicurezza che così tanto ha dato in termini di consenso alla Lega e così tanto avrebbe tolto al Movimento.

Sfida continua

Non è sfuggita al Viminale, due settimane fa, un’intervista in cui Di Maio ha lanciato la proposta di “un nuovo modello di sicurezza simile a quello americano”, molto “tecnologico” e la cui cabina di regia veniva trasferita – ma guarda un po’ – a palazzo Chigi. Salvini c’è passato sopra e non ha reagito. Domenica mattina, dopo la tragedia del carabiniere ucciso in Puglia da uno spacciatore, tema su cui il ministro dell’Interno stava twittando con successo da ore, Di Maio ha consegnato alcuni virgolettati alla stampa in cui ha parlato quasi fosse lui il titolare del Viminale. “Così non si può andare avanti – ha detto il vicepremier - le nostre forze dell’ordine vanno protette, s’è parlato per mesi della legittima difesa e per i nostri uomini in divisa cosa facciamo?”. Di Maio ha già pronto “un pacchetto di misure” studiate con la ministra Trenta e il Guardasigilli Bonafede.

“Quando gli altri cambiano idea…”

Una doppia invasione di campo che ha fatto andare in bestia il leader della Lega. Che ha passato la domenica ad attaccare la sindaca Raggi e ad elencare “le condizioni in cui sono costretti a vivere i romani”: buche in terra, spazzatura per strada, metro ferma, traffico al collasso, persino il debito. Lunedì mattina, cioè ieri, le doppie interviste di Di Maio e Trenta hanno fatto precipitare la situazione. Dando il via ad una giornata in cui Di Maio dagli Emirati Arabi e Salvini prima da Monza e poi in varie interviste e dirette Facebook (l’ultima ieri sera alla 21) si sono vicendevolmente sparati alzo zero. “I colleghi ministri possono dire quello che vogliono ma i porti restano e resteranno chiusi. Non cambio idea e non cambio atteggiamento” è stato il concetto ripetuto. “Se altri hanno cambiato idea – ha aggiunto - vengano a dirlo in consiglio dei ministri dove faremo una discussione molto franca con i numeri che mi danno ragione”.

Premier e i suoi vice indagati

E quando, per dare corpo alle sue parole, Salvini ha rivelato di essere “nuovamente indagato per i migranti della Sea match 3 rimasti a bordo della nave dal 24 al 30 gennaio davanti al porto di Siracusa” e che per quello che lo riguarda lo possono “indagare altre 18 volte ma lui non cambia posizione”, Di Maio ha battuto il petto dagli Emirati per dire: “Sono indagato anch’io ma non per questo faccio Napoleone”. In effetti è indagato mezzo governo - Conte, Di Maio, Salvini e Toninelli – e tutti per sequestro di persona dei 47 migranti rimasti a bordo della ong tedesca. L’inchiesta del procuratore Zuccaro sembra un deja vu della Diciotti: la procura ha chiesto l’archiviazione e ha trasmesso gli atti al Tribunale dei ministri che per la seconda volta in pochi mesi dovrà giudicare un caso analogo.
Oltre i toni così perentori e quasi senza ritorno, un’altra novità in questo scambio di cortesie è che molti big pentastellati hanno attaccato Salvini: Raggi, Taverna, Lombardi, persino il sottosegretario all’Interno Sibilia (quello per cui lo sbarco sulla luna è “un episodio controverso”). “Curioso Salvini – hanno fatto filtrare alcun idi loro – quanto teme di essere processato dice che le cose si fanno insieme, quando invece è in campagna elettorale dice che decide da solo sui porti…”.

Divisi anche sulla Libia

La situazione in Libia preoccupa ma, si fa notare dal Viminale, “non è per fortuna ancora precipitata”. Anche su questo Salvini e Di Maio sono divisi. La ministra Trenta è già convinta che sia in atto “una guerra civile con 800 mila profughi pronti a partire”. Il ministro dell’Interno, al contrario, non è disposto a riconoscere che “chiunque parta dalla Libia adesso debba essere considerato un rifugiato”. E considera propaganda quella che da giorni spunta sulla stampa libica o viene veicolata in interviste anche sui quotidiani italiani. Gli “800 mila profughi pronti a partire” sono, ad oggi, un’arma di pressione contro il governo italiano. Qualcosa di molto simile, a dir la verità, lo dice anche la nostra intelligence.
Lega e 5 Stelle litigano da mesi. Si sapeva anche che la campagna elettorale avrebbe esasperato questa dinamica. Questa volta, però, sembrano aver imboccato una strada senza ritorno. O, almeno, con un’unica destinazione finale: lo strappo. Salvini è infuriato, sorpreso, quasi spiazzato dalle mosse di Di Maio. E tra i leghisti, ieri in Senato alle prese con le audizioni per il Def, comincia a passare l’idea che “i porti chiusi potrebbero valere un crisi di governo”.