Tra pensionati furiosi e incubo tasse locali, Salvini non mette la faccia su una Manovra che non sente sua

Approvata la fiducia, oggi il voto finale. Il leader della Lega preferisce andare a Milano dalla figlia. In aula “solo” Conte, Di Maio e Tria. Assenti anche Grillo, Toninelli, Bonisoli, tutti ministri in odore di rimpasto. Per la Lega il più alto in carico era Fontana. Al netto di Giorgetti che non ha perso una parola del dibattito. Il Pd in piazza e Forza Italia indossa i giubbotti blu. La giornata nera del presidente Fico

Tra pensionati furiosi e incubo tasse locali, Salvini non mette la faccia su una Manovra che non sente sua

"Presidente Conte, la informo che l'avaro di Moliere, come lei ha apostrofato i pensionati e poi, per correggersi, le sigle sindacali, è qui in aula. Glielo ripeta adesso, se ritiene…guardi, sono lassù". Carla Cantone è la battagliera ex segretario nazionale del sindacato dei pensionati italiani (Spi-Cgil) che si è conquistata un posto in Parlamento dopo che Matteo Renzi la volle a tutti i costi in lista con il Pd. Il premier Conte siede al banco del governo tra Luigi Di Maio, alla sua destra, e il ministro Tria alla sinistra. Accenna appena, in rigoroso silenzio, uno sguardo verso la Tribuna degli ospiti che domina dall’alto l’aula di Montecitorio e dove siedono i vertici di Cgil, Cisl e Uil dal 27 dicembre mobilitati in blocco e a oltranza contro la manovra del cambiamento del governo gialloverde. Per quanto vivace e in questi giorni ormai avvezza a fuori programma di ogni tipo, liti, inseguimenti da una parte all’altra dell’emiciclo, toni minacciosi, insulti, lancio di fascicoli, show di cartelli (Pd) e giubbotti colorati indossati a favore di telecamere (Forza Italia ieri ha avviato la stagione dei gilet blu con le scritte “basta tasse” e “giù le mani dai pensionati”), non poteva essere l’aula della Camera il luogo del chiarimento tra il premier Conte e i pensionati. Ma è stato, è e sarà questo il fronte più caldo nei prossimi giorni e settimane, quando i pensionati torneranno in piazza, mentre il governo dovrà scrivere il decreto su Quota 100 e passare dalle parole ai fatti sulle coperture della misura bandiera.

I giubbotti blu

Alle 21 il governo ottiene la fiducia sull’articolo 1 della Manovra, quello diviso in mille e cento e passa commi, il cuore del provvedimento, 556 votanti, 327 sì, 228 no, Forza Italia non ha partecipato al voto e ha lasciato l’aula indossando “giubbotti blu” contro le tasse e in favore dei pensionati, i due fronti di battaglia delle prossime settimane indicati da Silvio Berlusconi con un comunicato di fuoco contro “il tradimento di una manovra firmata dalla Lega di Matteo Salvini”. Giubbotti blu indossati dai parlamentari in aula, in Transatlantico e fuori, in piazza Montecitorio. Sono le pensioni il tema che tiene il racconto della giornata. La mattina portano in piazza il Pd con i parlamentari, da Fassino a Delrio, da Lotti a Martina, Morani, Rotta, Ceccanti, passando per Boccia e tutti i candidati delle varie mozioni, a tu per tu con i militanti in un confronto civile e antico. Sempre le pensioni sono il cuore della conferenza stampa che Forza Italia convoca a mezzogiorno con Renata Polverini e Paolo Zangrillo (capogruppo in commissione Lavoro) e a cui partecipano i segretari Domenico Proietti (Uil), Andrea Cuccello (Cisl) e Antonio Pellegrino (Spi-Cgil), gli stessi che poi, dalle 17, seguiranno il dibattito in aula. .“Dite la verità ai pensionati” dice Debora Serrachiani (Pd) rivolta a Lega e 5 Stelle, “il Movimento 5Stelle pubblica dati falsi, non si possono sbeffeggiare i pensionati dicendo che verranno tolti pochi spiccioli. Circola una tabella prodotta dai 5 Stelle sulle pensioni che è una truffa, i dati sono falsi”.

Il giallo delle tabelle

In effetti non è facile orientarsi nella girandola di numeri e tabelle messe in circolazione dal governo. Di sicuro se fosse stato garantito un dibattito parlamentare serio, con esame e discussioni, saremo tutti più e meglio informati. Il dato certo, come risulta da tabella allegata al volume di circa 700 pagine che è la Manovra, è che in cinque anni, dal 2019 al 2023, il governo intende incassare dal congelamento degli scatti legati all’inflazione (per le pensioni da 1522 euro lordi mensili in su) la bellezza di 7 miliari e 600 milioni di cui tre miliardi e mezzo nei primi tre anni. Una cifra enorme. Eppure, nella tabella dei 5 Stelle, risulta che non ci sarà alcun prelievo. O almeno, così minimo da risultare “irrisorio”. “Neppure l’avaro di Moliere si potrebbe lamentare…", ha detto il premier Conte. Frase infelice. Come hanno spiegato bene ieri i tre segretari, si tratta di soldi che “sono un diritto per lavoratori che hanno pagato le tasse e versato contributi”. E se anche fossero 5 euro al mese, non sarebbe giusto. Quello che il governo non spiega è come sia compatibile un gettito pari a oltre sette miliardi in cinque anni senza fare prelievi o tagli. La verità viene fuori a fatica. Nel 2019 il blocco delle indicizzazioni darà al bilancio dello Stato “solo” 415 milioni (cinque volte il gettito del taglio delle pensioni platino, cioè 76 milioni). In effetti il “taglio” va da 6 euro l’anno per chi prende 1523 euro a 375 per chi prende 5.972 euro. Quello che il governo tace è che a gennaio 2019 doveva scattare (accordo fatto nel 2016 con il governo Renzi) la cosiddetta “legge Prodi” (la n.388 del 2000), ovverosia ci doveva essere il ritorno al meccanismo di perequazione previsto da quella legge. Meccanismo che il governo gialloverde ignora ma che poi è quello che fa salire fino a sette miliardi in cinque anni il gettito di questa voce. Se è vero che il governo Conte leva “poco” dalle tasche dei pensionati, è vero che non dà loro quello che gli sarebbe spettato dal gennaio 2019, che sono miliardi.

"Una persecuzione"

I conteggi sulle pensioni sono affare delicato e materia per pochi eletti. Tranne che per gli interessati. Domenico Proietti, ieri alla Camera a prendere contatti con le forze politiche interessate alla battaglia, la spiega così: “Dal 2011 ad oggi l'indicizzazione delle pensioni è stata bloccata con due differenti interventi e una proroga, che hanno modificato in via temporanea la normativa con la quale annualmente si rivalutano le pensioni in relazione all'aumento dell’inflazione. Il governo Conte prevede un ulteriore blocco triennale fino al 2021”. E questo è “un prelievo forzoso a discapito di milioni di pensionati”, una “persecuzione in atto dal 2011” a cui “bisognerà porre fine”. Sarà battaglia “con ogni iniziativa per ripristinare la piena indicizzazione delle pensioni”, fino a chiedere “un recupero del montante perso in questi anni”. Il punto è che Salvini e Di Maio avevano promesso ai pensionati di fare piazza pulita dei torti subiti in questi anni, da Monti in avanti. E se faranno andare in pensione 400 mila lavoratori con Quota 100, faranno un “torto” al 58% dei pensionati italiani che si troveranno le mensilità bloccate una volta di più. “Pagano Quota 100 facendo cassa con le pensioni delle persone perbene” ha tagliato corto Polverini. Intanto l’Inps ha inviato la circolare datata 27 dicembre, con cui annuncia il regolare pagamento delle indicizzazioni a partire da gennaio. Aumenti che saranno tolti in seguito con opportuni conguagli.

Incubo tasse locali

Un altro spettro agitato nei vari interventi in aula è stato quello del rischio di aumento delle tasse locali visto che dopo tre anni, a partire dal primo gennaio Comuni e enti locali possono decidere in autonomia come e quali tasse applicare se hanno bisogno di risorse (fino ad un massimo dello 0,8%). Possono aumentare Irap, Tasi, Imu e addizionali regionali e comunali all’Irpef, tutta roba che si scarica sui cittadini. Gli occhi sono puntati sui comuni più piccoli, in difficoltà e sulle seconde case. La Lega allarga le braccia: “Liberalizzare non vuol dire aumentare per forza, metteremo alla prova gli amministratori…”. Il rischio dell’aumento delle tasse locali non è stato calcolato dall’Ufficio studi del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti che pure ha conteggiato come nel prossimo triennio lo Stato potrà beneficiare di maggiori entrate nette per 12,9 miliardi. Somma che mette insieme la stima di nuove tasse (12, 4 miliardi) più i vari condoni (7,3 miliardi) e da cui sottrae le minori tasse (6,8 miliardi). “Le tasse non aumentano” ha promesso Conte. Peccato che proprio l’Ufficio parlamentare di bilancio abbia certificato un aumento della pressione fiscale dal 2 al 2,4 per cento.

Il presidente Fico nel mirino

Per le opposizioni è stata “la pagina più brutta nella storia del Parlamento dal dopoguerra in avanti” perchè mai era successo che la legge più importate dello Stato non sia stata discussa articolo per articolo come recita la Costituzione. Una blindatura che è dura spiegare sia stata pretesa proprio dal Movimento 5 Stelle che ha fatto della trasparenza la sua cifra e il suo stile. Nulla è stato trasparente in questa sessione di bilancio, da settembre a oggi. Di tutto questo ne ha fatto le spese il presidente della Camera Roberto Fico accusato di non essere terzo e imparziale. Anche ieri Delrio, Fiano, Morani, Migliore gli hanno a turno fatto presente la sua partigianeria. Se il giorno prima non aveva messo in votazione la richiesta delle opposizioni di riportare il testo in Commissione perchè c’era il rischio, visti i banchi vuoti, che non ci fosse la maggioranza, ieri Fico è stato accusato di non aver censurato Teresa Manzo (M5s) che nella dichiarazione di voto ha dato dei “truffatori” a quelli del Pd. Sono giorni che va avanti cosi. “Lei ha rinnegato se stesso” il leit motiv del Pd. “Signor deputato Fico, presidente pro tempore…” ha cercato di sminuirlo Brunetta.

Rimpasto sì o no?

In tutto questo Salvini ha preferito stare lontano. Alla larga. Da Roma e dal lavoro? O dalla manovra? “E’ con la figlia, basta polemiche…” ha chiarito lo portavoce Iva Garibaldi. Il segretario della Lega ieri si è fatto sentire solo per smentire tutti i retroscena dei giornali in cui si parlava di rimpasto. Del resto “rimpasto” è parola usata dal premier Conte durante la conferenza stampa, pur con tutti i distinguo del caso. “Andiamo avanti compatti, squadra che vince non si cambia” ha sorriso il viceministro alle Infrastrutture Edo Rixi, in predicato per sostituire Toninelli al Mit. Il ministro Tria, che ha seguito dall’aula il dibattito insieme con Conte e Di Maio, avrebbe smentito di persona sue eventuali dipartite. E del resto, se non si libera la sua casella (al suo posto andrebbe Garavaglia, l’uomo manovra nella Lega), è difficile anche solo immaginare un rimpasto. Almeno fino alle Europee. “L’unica cosa chiara - ha detto il capogruppo Delrio (Pd) nelle dichiarazioni di voto - è che questo governo non farà la prossima manovra perchè non saprebbe da che parte iniziare con le clausole Iva fino al 23 %”. E Salvini non ha voluto confondere la sua faccia neppure col faldone della Manovra. Al suo posto ha mandato Giorgetti, Bitonci e Garavaglia, la Lega che più piace e rassicura. E anche questo gesto non è chiaro se è un favore o un indizio.
Per ora è tutto fermo. Se ne riparla a gennaio, quando arriverà il tempo di nuove scelte - il governo dovrà scrivere la parte che conta della Manovra, i decreti per Reddito e Quota 100 - e le piazze d’Italia si riempiranno degli scontenti e delusi per la manovra del popolo.