Salvini matador, ma Meloni e Berlusconi non sono più solo dei comprimari

Il nuovo centrodestra “unito” riempie piazza San Giovanni tra insulti e proclami. “Solo uniti si vince” e “noi siamo una squadra”

Berlusconi, Meloni e Salvini a Piazza San Giovanni a Roma (Ansa)
Berlusconi, Meloni e Salvini a Piazza San Giovanni a Roma (Ansa)

Ringrazia tutti, più volte, mani sul petto a formare un cuore da inviare all’indirizzo della piazza, rivendica di essere pronto “a dare la vita” per “cambiare l’Italia”. Ed è lì che ‘chiama’ Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi a salire sul palco insieme a lui perché “solo uniti si vince” e “noi siamo una squadra”. Dopo i recenti incidenti diplomatici con le altre due prime donne (Berlusconi e Meloni) del trio del centrodestra che da giorni si lamentavano per le sue smanie da primo attore, Salvini saluta piazza San Giovanni di Roma e rilancia il centrodestra ‘unito’, ma sotto forma di una vera Triplice alleanza, non di un unico blocco leghista.

Il centrodestra è tornato unito e a tre punte

Il Capitano è soddisfatto ed entusiasta per come il popolo leghista ha reagito per la prima manifestazione di piazza indetta dal suo partito come un governo Conte bis. Al di là dei numeri (tra i 100 mila e le 200 mila persone per gli organizzatori), del ‘teatrino’ sul palco (gli interventi degli altri due leader, quelli delle categorie produttive, degli otto governatori oggi in mano al centrodestra fino al suo discorso, l’acme finale) e della coreografia (un mare di bandiere leghiste, ma molti seguaci del partito come colore portano il blu, non il verde, molti crocefissi e immagini della Madonna, folclore vario), quello che conta è il messaggio che Salvini è riuscito a trasmettere: “il Capo sono io”. Anche il messaggio politico è basic: “il governo Conte è un governo abusivo” i cui membri litigano e mettono le tasse. A casa subito”. Ma, in attesa che siano i renziani facciano loro il lavoro sporco o che il governo, come dimostra il dibattito infuocato di queste ore, si eviri da solo, provocandone la fine anticipata, bisogna galvanizzare le truppe e dare un’immagine di unità dopo le frizioni e i ‘distinguo'’ quotidiani di questi mesi.

Le elezioni regionali la chiave per tornare al governo

Il trampolino di lancio per tornare al governo nazionale sono sicuramente le elezioni regionali: il 26 ottobre si vota in Umbria, entro gennaio del 2020 in Elia-Romagna e Calabria, nella primavera del 2017 in ben otto regioni, ma Salvini speri che la situazione precipiti prima e si torni, entro pochi mesi, a votare per le Politiche. Ma serve ‘unità’.

E allora ecco che Salvini chiama Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi sul palco con lui a godersi “l'abbraccio” della piazza al fine della manifestazione. “Mi piacerebbe, visto che vince sempre la squadra, che l'abbraccio di questa piazza fosse anche per Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi, perché insieme si vince”, scandisce il capo leghista, padrone di casa, che ha giocato a rispettarne le regole dell’ospitalità, introducendo – già nel primo pomeriggio, a sorpresa, cioè intervenendo fuori scaletta in apertura – gli interventi dei due alleati. “Questa piazza” chiarisce Salvini nel presentare Berlusconi – è una cosa emozionante ci impone di lavorare insieme”. Poi, introducendo la Meloni - molto applaudita dalla piazza - il leader leghista fa un accenno alle critiche sollevate ieri dalla presidente di FdI sulla presenza del contrassegno elettorale della Lega sul palco di San Giovanni, archiviando la polemica su cui i “giornali hanno ricamato” e definendo Meloni una “combattente per la libertà”. Il leitmotiv dei tre leader è sempre lo stesso: mandare a casa un governo che non è espressione della volontà popolare, un esecutivo che pensa solo tassare gli italiani, tanto da indurre il Cavaliere a definirlo il “governo delle manette” perché vuole il carcere per gli evasori, motivo che ha spinto il leader azzurro a tornare in piazza col rischio di fischi peraltro mai arrivati.

Paragoni col 2006 e gli interventi di Meloni e Berlusconi

Nel retropalco si fanno già i raffronti con il 2006 quando Silvio Berlusconi e, appunto, l’allora coalizione, composta all’epoca dai centristi dell’Udc, da Alleanza Nazionale e alla Lega, portarono a piazza San Giovanni due milioni di persone per dare la spallata al governo presieduto dal professore Romano Prodi. Di lì a poco, il centrodestra tornò al governo nel 2008 con “la maggioranza più ampia della storia della Repubblica italiana”, disse e dice il Cavaliere.

Meloni si rivolge direttamente ai due alleati per chiedere un patto ufficiale anti-inciucio. “La calma è la virtù dei forti, questi mesi ci servono per studiare”, dice Salvini, “Si vota in Umbria, in Calabria, in Emilia, in Toscana, in Veneto”, quindi dico che, da qui fino al 2020, “alziamo la testa: vinciamo in tutte e nove le Regioni e il governo va a casa”.

Ma è soprattutto il richiamo all'unità a scandire gli interventi dei tre leader. “Siamo qui in piazza insieme perché solo se siamo insieme tutti uniti potremo vincere”, dice Berlusconi, che non risparmia una 'stilettata' a Salvini Meloni rimarcando che, per vincere, “siamo tutti indispensabili”. Stilettata rivolta a Salvini e la Lega che, nei mesi antecedenti la crisi di governo avevano più volte fatto capire di voler correre da soli: senza Silvio Berlusconi e FI, ovvio, ma anche senza FdI era, a un certo punto, sembrato). Anche per Meloni la ‘battaglia’ va combattuta “insieme oltre i confini dei singoli partiti, senza egoismi: così il nostro cammino sarà inarrestabile”. Infine, non passa inosservato il passaggio in cui Salvini, nel presentare il Cavaliere, ricorda il suo ruolo di ‘fondatore’ del centrodestra e le storiche battaglie vittoriose contro la sinistra. Un riconoscimento che soddisfa la vanità del Cav.

Gli insulti di Salvini e i ‘vaffa’ della piazza…

Altro tema che accomuna i tre leader è la sottolineatura del carattere pacifico e democratico della manifestazione. “Qui non ci sono gli estremisti”, chiarisce Salvini, “non è la piazza della rabbia e dell'odio”. In effetti, non succede nulla, neppure uno spintone, ma la rabbia in piazza è tanta e Gad Lerner viene malamente insultato e allontanato. Sarà che il malcontento della folla verso il governo giallo-rosso, e soprattutto i 5 stelle, si fa sentire in più occasioni con cori offensivi nei confronti di Giuseppe Conte, Luigi Di Maio, Matteo Renzi e ‘vaffa' all'indirizzo di Beppe Grillo. Tra i tanti attacchi, Salvini prende di mira la Raggi e Zingaretti “una vergogna per Roma. Dateci una mano a mandarli a casa, Gianni e Pinotto, il duo sciagura, due perdenti a livello nazionale”. E prosegue: Grillo - dice del fondatore del M5s - vuole negare il voto: adesso tocca agli anziani, poi domani non facciamo votare i disabili”. Dalla folla scatta il vaffa, ma Salvini li stoppa: “No, che a lui piace”.

Casapound sfila con Lega, FdI e Fii: sembrano tranquilli…

In piazza, davanti al palco, centinaia sono le bandiere della Lega, i leoni veneti di San Marco, gli stendardi di FdI con la fiamma tricolore, le bandiere di Forza Italia e anche quelle dei totiani di ‘Cambiamo’ per 200mila persone circa.

Come annunciato, arriva in piazza anche Casapound, fiera nei suoi striscioni e bandiere, una presenza, quella dei neofascisti (criticata nei giorni scorsi da alcuni esponenti di FI. Il gruppo di ultra destra giunge in corteo dalla sede di via Napoleone III guidato dal leader Simone Di Stefano brandendo i tricolori, per poi posizionarsi proprio al centro. Applausi per gli interventi, ma nessun saluto romano né tensioni. Secondo Di Stefano erano presenti 1.500 militanti. I contenuti della manifestazione non sono diversi dai tradizionali raduni leghisti. Speaker Alessandro Morelli, gli interventi politici dei leader sono preceduti dal coro del ‘ilbuon governo’ locale, per voce dei nove governatori del centrodestra, tutti presenti all'appello, tranne il presidente della Regione Basilicata, Vito Bardi. Prima di loro hanno parlato la giornalista 'sovranista' Maria Giovanna Maglie, e rappresentanti dei sindacati di polizia penitenziaria.

Il copione sempre uguale del comizio di Salvini

Copione classico anche per il discorso di Salvini che non si discosta granché dagli interventi fatti in passato, tranne che per il fatto che, per una volta, il segretario leghista non ha fatto ricorso a simboli religiosi, come crocifissi e rosario, limitandosi a chiedere che la politica resti fuori dalle chiese e dalle scuole e se “a Fioramonti il crocifisso in aula non va bene, se ne vada a casa”. Salvini è invece molto duro nella critica alle politiche sull'immigrazione del governo: “Io credo che chi applica davvero gli insegnamenti del Vangelo sia colui che impedisce che i migranti si mettano in mano agli scafisti: al governo abbiamo gente con le mani sporchi di sangue”.  “Al governo abbiamo gente con le mani sporche di sangue" accusa Salvini che difende senza se e senza ma, invece, le forze dell'ordine. E sui casi di presunte violenze degli agenti dice: “Sono stufo che vale più la parola di uno stupratore di quella di un poliziotto. Per carità - aggiunge - ho piena fiducia nella magistratura”, poi si corregge: “Nella libera magistratura italiana”, spiega applaudito dalla folla, che intona spesso 'Matteo-Matteo'.

Il tema dei migranti lo affronta anche la leader di FdI che si dice pronta a innalzare muri e interrompere Schengen, “se serve”. Il 'pantheon' salviniano è il solito: va da Oriana Fallaci a Voltaire, ma stavolta si arricchisce di Luigi Einaudi (usato per criticare Conte sul contrasto all'evasione) e don Gnocchi. Alla fine è sempre lui, ovviamente, Salvini il vero protagonista di piazza San Giovanni, da cui va via dopo essersi concesso alla folla e ai 'selfie', stanco ma soddisfatto del risultato “oltre le aspettative, è stato pazzesco”. “Qui facciamo la storia”, rivendica nella piazza che lo acclama ufficialmente leader del centrodestra. “cambieremo il Paese e andremo al governo”. Le distanze tra i tre leader, però, ci sono ancora. Una volta calato il sipario sulla manifestazione e mentre si fa sera si notano atteggiamenti molto diversi tra di loro: Salvini si focalizza sulla piazza, tra la gente che lo acclama. Occhi lucidi mentre scatta selfie con le tantissime persone che lo vogliono vedere e toccare da vicino, attorniato dalla scorta che fa fatica a tenere la piazza". Berlusconi resta sul palco sorridente, abbracciato dai suoi, Giorgia Meloni è la prima a lasciare la piazza. Tutti e tre portano a casa un risultato: la Meloni è la vera spalla e alter ego di Salvini, oltre che molto più a destra di lui, e la sua popolarità cresce, ormai a dismisura; Berlusconi torna a essere legittimato pienamente, dentro la coalizione, non più un ‘appestato’; Salvini se ne riconferma alla guida, ne detiene la golden shara e ne esercita la leadership. Ma il tempo dei proclami è finito. Salvini deve vincere le Regionali e sperare che Renzi gli faccia il regalo di far cadere il governo per andar al voto.

La svolta unitaria e ‘federale’ cogli alleati del Capitano

Ma quello di ieri era un Salvini diverso dal recente passato: la sua non è più la corsa dell’uomo solo al comando, che a colpi di “pieni poteri” e di porti chiusi aizza la gente, divide il Paese e spaventa l’Europa e il mondo intero. In piazza San Giovanni c’è anche un Salvini diverso, costretto a indietreggiare, a rispolverare una coalizione che fino a tempo utilizzava solo per vincere in Abruzzo, Molise, Sardegna, Friuli Venezia-Giulia e  che adesso, invece, rinasce anche come potenziale coalizione di governo. Non a caso, solo un paio di mesi fa, in una serata torrida, a Cervia, Salvini urlava così a tal proposito: “Non ho nostalgia del passato”. E, a Pescara, diceva: “Basta con il vecchio” (il Cav). Ha cambiato idea il Capitano leghista: coccola il vecchio Silvio Berlusconi, ne tesse le lodi, lo protegge da eventuali fischi. Un regalo per l’ex premier, 83 anni, attorniato dalla claque azzurra e dallo stato maggiore azzurro, da Anna Maria Bernini ad Antonio Tajani, da Giorgio Mulè a Licia Ronzulli, da Maria Stella Gelmini a Sestino Giacomoni. Il Cavaliere, nella sua arringa appassionata, non ha certo brillato. Ma la foto finale, che torna a essere quella dei tre tenori, Berlusconi, Salvini e Meloni, è anche un cambio di linea ma anche un passo indietro significativo. Con l’amico “ritrovato” Silvio e l’amica “ritrovata” Giorgia. E stata una vittoria quella di piazza San Giovanni?