[Il retroscena] Russi, M5S e Conte mettono Salvini sulla graticola. Torna in agenda il voto anticipato. O il governissimo

Insistenti le voci di una crisi di governo. I due vicepremier mai così ai ferri corti. Salvini:“Non mi fido più”. Smentisce di salire al Colle. Ma non andrà neppure al Consiglio dei ministri. Nuove carte dall’affaire russo: la trattativa è andata avanti per mesi. E adesso dovrà spiegare al Parlamento

[Il retroscena] Russi, M5S e Conte mettono Salvini sulla graticola. Torna in agenda il voto anticipato. O il governissimo
Il ministro dell'Interno e vicepremier Matteo Salvini (Ansa)

Adesso il Capitano è ufficialmente sulla graticola. Scomoda e pericolosa. Fatta salva la buona fede e la presunzione di innocenza, o Matteo Salvini chiede scusa perché ha mentito sapendo di mentire oppure ammette di non sapere cosa facevano i suoi più stretti collaboratori. Delle due non si sa quale sia la peggiore. I sondaggi non lo puniscono, il consenso resta alto, anzi cresce di un punto percentuale, il sentiment sui social registra una sostanziale tenuta (da 73 a 71). Ma Salvini si ritrova da qualche giorno e per la rima volta nell’angolo più scomodo di questo ring che è la maggioranza giallo verde. Deve uscirne in fretta perché il rischio logoramento è alto. Così, nonostante i calcoli sulle finestre elettorali che sarebbero in via di chiusura, al Quirinale attuale l’ipotesi del voto anticipato (il 29 settembre) ma anche quella del governissimo: un Conte bis con tutti dentro tranne la Lega. Ipotesi del terzo tipo, inverosimili per il buon senso ma probabili per chi vede come la peggiore delle soluzioni quella di interrompere anticipatamente la legislatura.

Russiagate, isolamento in Europa, il “voltafaccia” dei 5 Stelle che da essere inutili a Bruxelles perché senza neppure un gruppo parlamentare sono diventati l’ago della bilancia della maggioranza a sostegno di Ursula von der Lyenen, il rischio di non portare a casa neppure il promesso commissario, lo stallo di una legge “identitaria” come quella sulle Autonomie, le resistenza sulla flat tax e il continuo battibecco via social e interviste: è un mix tanto tossico da togliere lucidità persino a chi si è sempre mostrato sicuro del fatto suo. Sulla graticola, confuso e solo: ecco come appariva ieri pomeriggio il viceprmier Salvini, l’uomo forte della politica italiana.

Trattativa in piedi fino a febbraio

Saranno anche quattro sfessati convinti di poter vendere il Colosseo i consulenti della Lega seduti all’hotel Metropol, ma quella trattativa per quanto improbabile visti i quantitativi (fonte 007) e poi abortita, è stata sul tavolo per mesi, almeno fino a febbraio scorso, due mesi prima del voto per le Europee.
La botta, l’ennesima arriva a metà pomeriggio quando Salvini è ancora a Helsinki per il Consiglio europeo dei ministri dell’Interno. Sul sito dell’Espresso, che per primo aveva scritto la storia a febbraio scorso, viene pubblicato un lungo articolo di undici pagine in cui si ricostruiscono i dettagli della trattativa portata avanti da Savoini, l’ex portavoce poi alla guida dell’associazione Lombardia-Russia, l’avvocato Meranda (che ieri non ha risposto agli investigatori della GdiF) e il suo consulente bancario Francesco Vannucci.
“La trattativa per finanziare la Lega con soldi russi non è finita il 18 ottobre 2018. E’ proseguita anche dopo l'incontro nella hall dell'hotel Metropol, a Mosca” si legge nell’articolo dei giornalisti Vergine e Tizian che per primi ne scrissero a febbraio scorso. Nell’articolo si citano documenti esclusivi della proposta commerciale indirizzata a Rosneft, colosso petrolifero russo a maggioranza governativa, dieci giorni dopo il summit di affari e politica in cui era presente Gianluca Savoini. Le condizioni indicate nella proposta, preparata dalla banca d'affari londinese Euro-IB Ltd, ricalcano esattamente quelle di cui hanno discusso Savoini e gli altri interlocutori al tavolo del Metropol”.

La prova documentaria

L’Espresso mostra anche altri documenti che dimostrano come “la negoziazione è andata avanti almeno fino a febbraio”, a tre mesi dalle elezioni europee stravinte dalla Lega di Salvini. La prova è in una nota interna di Gazprom, un’altra società di Stato russa, e nella risposta inviata direttamente a Savoini dalla banca londinese rappresentata al tavolo di Mosca dall'avvocato Gianluca Meranda. “In questa risposta – si legge nell’articolo - Meranda cita esplicitamente Eni come compratore finale della maxi fornitura petrolifera, allegando una lettera di referenza commerciale della società di Stato italiana”. Eni, come sempre in questa storia, anche ieri ha smentito. Insomma, una mole di documenti che rendono inverosimile quanto detto da Savoini nelle ore successive la pubblicazione del file audio il 10 luglio: “Quello del Metropol è stato un incontro casuale in cui politica e soldi alla Lega c’entrano poco o nulla”. La sensazione è che siano in giro ancora più carte e altri file audio. Per cui è chiaro il motivo per cui Savoini e Meranda si sono entrambi avvalsi della facoltà di non rispondere. L’aria è che se uno dice una cosa, il secondo dopo si ritrova pubblicato un file audio che lo smentisce. E’ utile in questi casi volare basso e possibilmente camminare accanto ai muri.

L’urgenza della risposta

A questo punto il ministro dell’Interno non può più rinviare l’informativa al Parlamento che il Pd chiede da una settimana. Se anche fosse vero che mai un rublo o un dollaro è arrivato nelle casse della Lega dalla Russia e che quindi la trattativa (relativa a 6 milioni di tonnellate metriche di carburante, 3 di gasolio e 3 di kerosene, l’intero fabbisogno nazionale di un anno su cui applicare uno sconto del 4% per ottenere una provvista di 65 milioni) non è mai stata finalizzata, restano in piedi tutta una serie di questioni: perché l’ex portavoce di Salvini cercava soldi in Russia? Carburante in cambio di cosa? Possibile che Salvini non sapesse nulla di questa gigantesca trattativa e dei positivi effetti collaterali che sarebbero potuti arrivare al suo partito tra l’altro in seria crisi economica dopo la condanna per i 40 milioni di finanziamento pubblico sparito? Tra l’altro, sappiamo che la sera del 17, poche ore prima dell’incontro al Metropol, Salvini ha incontrato il suo omologo russo Dimitri Kozak nello studio legale di Vladimir Pligin, fedelissimo di Putin così come Kozak e Ilya Yakunin presente la mattina dopo al Metropol. Di cosa ha parlato Salvini quella sera?

Salvini in Parlamento? Forse

"Presto andrò in Parlamento a ripetere ciò che dico da settimane: che sono fantasie e che la Lega non ha mai avuto un soldo da nessuno” ha detto ieri pomeriggio il ministro dell’Interno nel punto stampa a conclusione del vertice europeo dei ministri dell’Interno. Negli stessi minuti l’Espresso pubblica le nuove carte. E da Helsinki a Roma e ritorno rimbalza la spiacevole sensazione che ormai la legislatura sia agli sgoccioli. Del resto il fuoco incrociato di interviste di Salvini, Di Maio e del premier Conte sono una miscela esplosiva che in altri tempi avrebbero aperto la crisi di governo senza possibilità di rientro. La giornata inizia con Salvini sul Corriere che dice “basta, o i 5 Stelle fanno queste tre cose oppure tutti a casa”; con Di Maio che insiste, “il leader della Lega deve andare in Parlamento a spiegare, nn so più come fare per dirglielo”. E poi Conte, il premier, che decide di consegnare a Repubblica - di certo un giornale che non fa sconti al governo - una lettera dove uno dei passaggi fondamentali è l‘accusa a Salvini per aver fatto saltare il piano sul Commissario europeo: “Avevo organizzato tutto nei minimi dettagli - è il senso del suo intervento scritto - bastava che tu dessi l’ordine ai tuoi di votare la von der Leynen”. In pratica gli apre la crisi e gliela mette in conto.
Per tutta la giornata è un crescendo costante. “Posso capire che mi attacchino le opposizioni ma chi governa con me - allarga le braccia Salvini tra una pausa e l’altra dei vari bilaterali sulla sicurezza con i ministri europei - non dovrebbe arrivare a tanto. Invece è quello che succede”. Giorgetti, intanto, è a Roma e sale al Colle dove incontra il Capo dello Stato cui deve motivare la sua non disponibilità a fare il Commissario.

"Non mi fido più"

Sta diventando sempre più indigesta questa storia del Commissario. Salvini ha pronto anche il nome di Giulia Bongiorno ma potrebbe ripiegare su un tecnico. Per alleggerire la situazione, Di Maio torna sull’argomento un paio di volte: “Rischiamo di non avere più il Commissario per colpa del voto contrario della Lega alla Von der Leyen”. Che poi è quanto gli ha detto Conte nella lettera a Repubblica dove si legge del “tradimento” e del “danno” che lui, Salvini, avrebbe fatto all’Italia. La crisi per colpa del Commissario europeo? Sarebbe un contrappeso micidiale. La verità è che anche Salvini comincia ad avere dei dubbi. A pensare di avere sbagliato. Almeno due vote in tre giorni: nel voto europeo e nella gestione del caso Savoini, prima ignorato, poi “conoscente” infine “collaboratore da 25 anni” che è la verità. Di una cosa è sicuro il leader leghista: “Io non mi fido più, non ho più fiducia in Di Maio di cui pure mi sono fidato per mesi e mesi. Quando hanno toccato qualcuno di loro, qualche fratello, qualche amico, qualche padre non mi sono permesso di dire mezza parola. Sarebbe carino che quelli che governano con me si fidassero di me quando dico che non abbiamo mai visto una lira”. E invece Di Maio continua a chiedere che Salvini vada in aula a spiegare al Parlamento cosa ha combinato in Russia. Sul commissario, e sul voto mancato a von der Leyen, Salvini non ha dubbi: “Ho scelto la mia dignità… anziché buttare tutto per la promessa di qualche poltrona”. Un’altro siluro a Di Maio. E a Conte. La verità è che la rabbia di Salvini è doppia: i 5 Stelle hanno iniziato a fare politica sotto la regia del premier Conte, si sono messi a sedere al tavolo da gioco e hanno visto le carte: la carica di vicepresidente del Parlamento. E poi Conte, appunto: è evidente che l’uomo che promette “mai più incarichi politici” e assicura “niente giochini” sta in realtà allenandosi per un nuovo incarico. Per un Conte bis. “Pd e 5 Stelle governano già insieme da due giorni” ripete Salvini. E l’elettorato grillino perde pezzi.

La "finestra" di Mattarella

Chi conosce bene Salvini parla di un leader per la prima volta "spaventato e confuso". In serata - il vertice di Helsinki registra il solito nulla di fatto sull’immigrazione e una tensine crescente tra Salvini e Seehofer - è già in Italia, a Barzago, in provincia di Lecco a fare un po’ di benzina tra i suoi. Cerca di sdrammatizzare - “domani non salirò al Colle” - di allontanare voci di crisi. Che salga o meno oggi al Quirinale, Salvini sa che “la finestra elettorale non si chiude”, anzi, resta “aperta come il cielo di Helsinki”. Oggi non sarà neppure al Consiglio dei ministri . Meno che mai alla riunione sulle Autonomie. “Impegni precedenti”. Un po’ di sana distanza che magari se vede Di Maio esce di bocca qualcosa che è meglio non esca. Il clima è tale per cui il Quirinale deve per forza tornare in modalità “vigilanza attiva”. I ragionamenti che ruzzolano giù dal Colle dicono che la priorità è mettere in salvo la legge di Bilancio 2020 ed evitare assolutamente l'esercizio provvisorio. Per portare a casa questo obiettivo serve un governo in carica, nuovo o un governissimo di garanzia. In poche parole, se nel giro di consultazioni obbligatorie in caso di crisi, i partiti arrivassero con le idee chiare e il conteggio blindato di una maggioranza alla Camera e al Senato, il Presidente potrebbe/ dovrebbe tenerne conto e agire di conseguenza cosi come dicono le regole di cui è il massimo custode. In alternativa, per andare alle urne c’è la data del 29 settembre. L’Europa, alle prese a sua volta con la nascita della nuova commissione, saprebbe essere tollerante e flessibile rispetto alla data di consegna della legge di bilancio (15 ottobre). La finestra chiude tra qualche giorno, tra il 27 e il 28 di luglio.