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Salvini ha fatto il pieno di consensi in Italia, ma per il governo populista di Roma ora la manovra economica sarà un incubo

Il leader leghista sta già facendo la voce grossa, reclamando posti importanti sulle future poltrone europee, ma per quanto gridi non è detto che ci sia qualcuno disposto ad ascoltarlo

Maurizio Riccidi Maurizio Ricci   
Salvini ha fatto il pieno di consensi in Italia, ma per il governo populista di Roma ora la manovra...

A Salvini è andata male. Il leader della Lega ha fatto il pieno di consensi in Italia, ma il governo populista di Roma - quale ne sia in futuro l’incarnazione - si ritrova, da ieri, con un problema. Anzi, due. E il secondo, probabilmente, è anche più grosso del primo. Li vedremo materializzarsi minacciosamente nei prossimi mesi: subito, a giugno, con le raccomandazioni della Commissione di Bruxelles sulla politica economica italiana, poi, a settembre, la nuova manovra 2020, per proseguire - probabilmente tumultuosamente - a ottobre con le nuove cariche Ue fino ad arrivare, a novembre, alla sostituzione di Mario Draghi alla guida della Bce. Ognuno di questi appuntamenti è diventato, con i risultati elettorali di domenica, più difficile.

Il flop populista

Salvini sta già facendo la voce grossa, reclamando posti importanti sulle future poltrone europee, ma per quanto gridi, non è detto che ci sia qualcuno disposto ad ascoltarlo. Il punto è che la scommessa che la Lega (e i 5Stelle) hanno fatto un anno fa nel rapporto con Bruxelles è fallita. L’ipotesi era che le elezioni avrebbero rovesciato gli attuali equilibri europei, aprendo Commissione, Parlamento, Consiglio dei governi, se non ad una egemonia sovranista, ad una intesa politica che desse più spazio alle esigenze nazionali - in particolare in materia di bilanci e disavanzi - piuttosto che alle regole di stabilità. Non è andata così. I sovranisti non hanno affatto sfondato. Complessivamente, dopo un assordante tam tam propagandistico, i diversi gruppi populisti europei (quello intorno alla Polonia, quello raccolto intorno alla Lega, quello della Le Pen) sono passati dal 20 al 25 per cento dei seggi a Strasburgo, sempre ammesso che si possa parlare di un’alleanza populista in grado di compensare, al suo interno, le diverse spinte nazionaliste (l’immigrazione è il primo test che viene in mente). Un successo, ma i sovranisti puntavano al 33 per cento, per far tremare le istituzioni. Inoltre, se si eccettua la Lega e l’Ungheria di Orban, i risultati nazionali sono stati deludenti. In Francia, Marine Le Pen ha battuto Macron, ma era risultata prima anche nelle elezioni europee del 2014. In Olanda, un alleato come Wilders è stato spazzato via e anche in Danimarca i populisti sono andati male. Soprattutto, in Germania, l’ascesa dell’euroscettica AfD si è bruscamente interrotta.

La linea Merkel

E’ proprio in Germania che la strategia della Lega si è dissolta. Fuori dalla propaganda, realisticamente l’unica leva con cui Salvini poteva sperare di reinventare gli equilibri europei era l’aggancio con il centrodestra moderato, il Ppe della Cdu e della Merkel. Era una ipotesi improbabile, ma, ora, con lo stop alla AfD, i moderati tedeschi non hanno più paura di chi fa concorrenza alla loro destra. Inoltre, la tentazione del dialogo con i sovranisti, se mai c’è stata, è svanita con i numeri delle urne: non esiste una maggioranza centrodestra-sovranisti. Certo, la grande novità di queste elezioni è che non esiste neanche quella fra centrodestra e socialisti, che tradizionalmente, ha sempre governato la Ue. Tuttavia, la maggioranza può essere ricreata alleandosi con i liberali (il gruppo, fra gli altri, di Macron). La coalizione diventerebbe addirittura plebiscitaria se imbarcasse anche i verdi. In ogni caso, il punto cruciale è che i possibili nuovi protagonisti (liberali e verdi) sono l’esatto contrario degli euroscettici. Si tratta, infatti, dei due partiti con le più solide credenziali europeiste. Per Salvini, insomma, è il risultato elettorale europeo peggiore.

L’incubo della Manovra

E’ uno scenario che verrà tenuto ben presente quando, fra due settimane, la Commissione uscente, ma ancora in carica, si riunirà per fornire ai singoli paesi le sue raccomandazioni sulla politica economica. Come stanno le cose con l’Italia lo ha già chiarito il rapporto dei tecnici di Bruxelles, reso noto un mese fa. Roma ha sfondato i parametri previsti negli ultimi anni, dovrebbe fare immediatamente una manovra correttiva per fermare lo scivolamento del debito e rischia - se non accetterà, a settembre, di aumentare l’Iva nel 2020 - di arrivare ad un disavanzo pari al 3,5 per cento del Pil, fuori da qualsiasi parametro europeo. In teoria, dunque, l’Italia potrebbe essere già sanzionata e commissariata. E’ possibile, però, che, per il momento, Bruxelles si fermi a parole, comunque, assai dure. Ma, a settembre, per la manovra 2020, lo scontro sarà frontale. L’Europa reclamerà l’aumento dell’Iva o misure di bilancio per importi analoghi e boccerà qualsiasi flessibilità che sia non per investimenti, ma per misure come quelle che stanno a cuore all’elettorato della Lega, tipo lo sgravio fiscale della flat tax.

La corsa alle poltrone

Saranno settimane roventi anche sui mercati. Nel complesso, la situazione peggiore per saldare alleanze e trovare compromessi nella delicatissima partita delle nuove poltrone europee. I nuovi equilibri - con il probabile accordo fra centrodestra, socialisti e liberali e, forse, i verdi - non lascia voce in capitolo al governo populista italiano sul nome del successore di Juncker alla presidenza della Commissione. Ma sarà difficile anche trovare sponde per ottenere un posto di peso per il commissario che spetta all’Italia. Nella Commissione uscente, Federica Mogherini era responsabile della politica estera. Ora Salvini reclama un incarico economico: commercio o concorrenza o agricoltura. Ma i primi due sono gli unici incarichi in cui il Commissario ha un potere immediato e diretto (le trattative con gli americani o le indagini antitrust) e l’agricoltura è il settore in cui ci sono in ballo i più corposi interessi economici nel bilancio Ue. Difficile che l’Italia si guadagni una simile apertura di credito. Anche il nome del commissario dovrà passare il vaglio poco amichevole del resto d’Europa. Le nomine, infatti, non sono a scatola chiusa. Dieci anni fa, l’Italia dovette rinunciare a nominare Roberto Formigoni, poco gradito ai colleghi europei.

Il dopo Draghi

In ogni caso, la partita più importante è quella sul successore di Draghi alla testa della Bce. Per l’Italia, Draghi è stato un ancoraggio decisivo per salvare noi e il resto dell’Europa dalla crisi dell’euro. Una colomba o un falco alla guida della banca centrale europea possono cambiare radicalmente il cammino dell’euro e quello, sempre difficile, dell’Italia nell’eurozona. Ma, ora, noi rischiamo di restare tagliati fuori, in un anno cruciale, anche dalla plancia di comando della Bce.

La gestione quotidiana dell’autorità monetaria europea viene, infatti, assicurata da un board di sei persone, che solo a cadenze mensili viene affiancato dal consiglio di tutti i governatori delle banche centrali dell’eurozona. Per tacito accordo, nel board di sei persone ci devono essere sempre un rappresentante tedesco e uno francese (le economie più importanti dell’eurozona). Questo vuol dire visto il calendario delle scadenze dei mandati dei singoli esponenti del board) che, se il futuro presidente della Bce sarà un francese o un tedesco, ci sarà posto, nel board, per un rappresentante italiano, al posto di Draghi. Altrimenti, sarà molto difficile.

Attualmente, nel consiglio esecutivo, oltre a Draghi, ci sono, infatti, un francese, una tedesca, un belga, un lussemburghese, uno spagnolo. Nel caso di presidente francese o tedesco, il relativo rappresentante nazionale si dimetterebbe per fargli posto nel board e l’Italia avrebbe lo spazio per nominare un successore di Draghi nel comitato esecutivo. Ma se il nuovo presidente fosse un finlandese, sarebbe lui a prendere il posto di Draghi nel board. L’Italia rischia, insomma, di restare senza voce nel consiglio esecutivo, fino alla successiva scadenza di mandato, cioè per tutto il 2020, l’anno in cui la Bce dovrà decidere se abbandonare o no la politica della moneta facile, che ha tanto aiutato il bilancio italiano.

Maurizio Riccidi Maurizio Ricci   
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