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Salvini, l’Europa e la strategia per boicottare l’asse Meloni-von der Leyen

Il leader leghista tira fuori dal cassetto la maglietta di Putin e saluta il plebiscito russo: “Quando il popolo vota ha sempre ragione”. Immediata la replica di Tajani in direzione opposta. E’ rottura totale nel governo. Gelo del Quirinale. Proprio nella settimana del Consiglio europeo

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
Salvini, l’Europa e la strategia per boicottare l’asse Meloni-von der Leyen
Salvini, Meloni (Ansa)

E meno male che nel pranzo con i vice premier dopo la vittoria in Abruzzo avevano tutti, Giorgia, Antonio e Matteo, concluso che da adesso in poi “pancia a terra, lavorare per non disperdere consensi”. Una sorta di tregua fino alle Europee. Era lunedì scorso, 11 marzo, al pranzo di lavoro Salvini era il più silenzioso però era d’accordo: da qui a giugno mettere in frigorifero i provvedimenti divisivi. Non disperdere consenso, appunto. Peccato che il consenso di Salvini vada a pescare in un elettorato diverso da quello di Forza Italia e Fratelli d’Italia.  

Il vicepremier ha preso alla lettera l’impegno assunto a quel tavolo e sta curando il proprio consenso visto che poi alle Europee si vota con le preferenze e non certo per la coalizione. Quindi nella settimana passata ha tirato fuori il nodo “terzo mandato” spaccando una volta di più la maggioranza ma è esattamente questo quello che vuole fare: dimostrare che lui, che la Lega è una storia ormai diversa dai Fratelli e dai berluscones. “Lo hanno voluto loro , del resto, hanno fatto un patto che chiaramente ci esclude e ci mette nell’angolo, non penseranno mica che lo accettiamo senza reagire” diceva anche ieri un dirigente del partito.  Così, tenuto sotto le braci il dossier “terzo mandato” e pronti a fare fuoco su altro “perchè Meloni sta rallentando l’iter dell’autonomia differenziata”, ieri Matteo Salvini ha letteralmente rovinato la settimana europea di Giorgia Meloni. Giovedì e venerdì è in agenda il Consiglio europeo, uno degli ultimi prima del voto, l’ordine del giorno sarà tutto su Ucraina, Russia, Medioriente. Sotto traccia il tema non più rinviabile della difesa e della politica estera unica europea. La premier si muove con agio a Bruxelles, forse più lì che a Roma, le piace il respiro internazionale, guida la presidenza del G7, è reduce da una importante missione diplomatica in Egitto, fianco a fianco, come sempre, con Ursula von der Leyen. Tutti ottimi motivi, per Salvini, di guastare la festa. Il plebiscito russo per Putin ha fatto il resto.  

Guastafeste  

Così Salvini, a margine di una inaugurazione di una fiera a Milano, ha voluto sottolineare come “le elezioni in Russia siano un successo. Del resto quando un popolo vota ha sempre ragione e il verdetto va rispettato”. Non una parola su morti, assassini politici, arresti, violenza, democrazia negata ogni giorno. Navalny? Boh, quasi un incidente di percorso. Che lo zar resti tale fino al 2030, trent’anni di regno grazie ad un’opposizione messa a tacere negli anni con dosi veleno o le armi, è “volontà popolare”. Da non crederci: il vicepremier di un paese Nato, impegnato in una coalizione militare e politica pro Kiev e contro Mosca alla stregua del leader cinese, iraniano e coreano che hanno telefonato allo zar Putin per complimentarsi.   

E infatti, l’altro vicepremier Antonio Tajani, a Bruxelles per un vertice dei ministri degli Esteri della Ue alla vigilia del Consiglio europeo, trattenendo la proverbiale calma e atarassia replica così: “Sono il ministro degli Esteri e la mia posizione è chiara oltre che nota: le elezioni in Russia sono state caratterizzate da pressioni forti e anche violente. Navalny è stato escluso da queste elezioni con un omicidio, abbiamo visto le immagini dei soldati nelle urne, non è stata un’elezione democratica”.  

La spaccatura  

Il bianco e il nero non potrebbero avere una rappresentazione più plastica. Gli opposti in questo caso non si uniscono e restano tali. E poiché si tratta dei due vicepremier del governo italiano, Giorgia Meloni ha tecnicamente e ufficialmente un problema grosso come una casa. Che non può più derubricare a “retroscena giornalistici dei soliti giornaloni che gufano contro il governo”.  Un problema che scoppia in tutta la sua evidenza nella settimana che avrà al centro il Consiglio europeo (21-22 marzo) e nel mezzo di uno stallo ucraino che vede l’Europa divisa sulle mosse da fare. Macron fa la voce grossa e chiede “boots on the ground”, uomini sul campo in Ucraina perché numericamente Kiev non riesce a tenere il fronte che misura centinaia di km e Mosca sta già spostando carrai armati per una potenziale nuova offensiva di terra in primavera. La Germania dice ok più armi ma no all’invio di soldati. Insomma, sarà il tema del Consiglio Ue.   

Restando, al momento in Italia, le opposizioni - a cui non pare il vero di distogliere l’attenzione dal pasticcio dell’ormai “campo perso”  del centrosinistra in Basilicata - saltano all’ugola della premier, “cara Giorgia, con che faccia andrai a Bruxelles a sostenere la causa Ucraina”. Cosa ci verrai a raccontare oggi e domani in Parlamento per le comunicazioni sul Consiglio Ue? E cosa dirai al Presidente Mattarella nel tradizionale pranzo al Quirinale prima di volare a Bruxelles?   

“Una sola linea” 

La situazione sta scappando di mano, non si parla d’altro, anche sui social, da Bruxelles arrivano segnali di inquietudine. Il Ppe, la più grande famiglia politica europea, ad esempio, chiede di “non riconoscere il voto russo e quindi di considerare illegittima l’elezione di Putin”. In serata Giorgia Meloni cerca di correre ai ripari. Lo staff di palazzo anticipa uno stralcio di un’intervista in onda stamani a Agorà. “La posizione del governo è molto chiara, il centrodestra è una maggioranza molto coesa come si dimostra nell’unico modo utile, cioè nella velocità di attuazione e nella chiarezza di attuazione delle iena di un governo. Non importa quanto il campo sia largo ma quanto sia coeso in quello che fa”.   

Anche la Lega, a dir la verità, nel pomeriggio aveva provato a buttare acqua sul fuoco, “abbiamo solo preso atto di un risultato elettorale”. La pezza è quasi peggiore del buco.  

La strategia 

Dietro la finta banalità del male di Salvini c’è una strategia precisa: spingere Meloni sempre di più nelle braccia di Ursula von der Leyen che per essere rieletta sta cercando i voti dei Conservatori (Ecr), la famiglia politica europea di cui Meloni è presidente e in cui entreranno anche i voti di Fidesz, il partito di Orban.  Un abbraccio che potrebbe rivelarsi “letale”, secondo gli auspici di Salvini, visto che i sondaggi europei danno le destre nazionaliste e sovraniste in costante crescita. Identità e democrazia (ID), la famiglia politica in cui si trovano Lepen, i tedeschi di Afd, i portoghesi di Chega e la Lega di Salvini continua a crescere e, secondo le proiezioni, è ormai il terzo gruppo nell’Europarlamento. Al primo posto ci sono i Popolari (Ppe, 182 seggi), al terzo I Socialisti e democratici (S&D) con 140 seggi. I Conservatori di Meloni sono stimati oggi con 83 seggi (se e quando dovesse entrare Orban, torna però terzo) e Renew Europe con 81. Von der Leyen - è sempre l’auspicio di Salvini - potrebbe essere il cavallo zoppo che azzoppa anche i piani da statista europea della premier Meloni.  L’obiettivo è boicottare l’asse Meloni-von der Leyen per far fallire il loro piano di riconquista-conquista dell’Europa. 

Boicottare l’asse Meloni-von der Leyen 

Si tratta di mettere in fila i fatti. La complicità tra Ursula e Giorgia è sotto gli occhi di tutti: si sono scelte, hanno deciso di condividere un comune destino atlantista, anti Russia, filo Kiev, a media distanza rispetto a Israele, Piano Mattei, difesa europea comune (e anche la politica estera). Non c’è palco internazionale che Giorgia non condivida con Ursula: domenica erano insieme al Cairo, lo erano a Tunisi la scorsa estate, ancora prima in Romagna per l’alluvione, a Kiev per il G7 a guida italiana nei due anni di guerra. Il patto ha un prezzo: si chiama Orban, anche lui filoputinista ma detentore di un ricco pacchetto di voti al parlamento europeo. Von der Leyen gli ha abbonato 10 miliardi di aiuti europei congelati da due anni (altri 20 restano bloccati per violazione dei diritti). Il compromesso è anche l’assegno di 7 miliardi all’Egitto di Al Sisi, non certo un campione di democrazia.  

Si tratta però di un pacchetto di scelte di campo in nome della real politik (senza l’Egitto non parte il piano Mattei, non si bloccano i flussi dell’immigrazione e non arrivano aiuti a Gaza) che che in questi ultimi mesi hanno fatto storcere naso e bocca alla famiglia dei Socialisti europei, l’altro grande bacino di voti per von der Leyen.  

Anche i Popolari non sono compatti: nella convention di Bucarest che due settimane fa l’ha confermata spitzenkandidaten, le hanno fatto mancare circa ottanta voti.  Tutto l’Europarlamento contesta i fondi per la Tunisia, per l’Egitto (sette miliardi e mezzo) e in generale i rapporti della Presidente della Commissione con i partiti e i leader di destra. 

Insomma, le rielezione di Ursula non è nè scontata nè facile. Macron e i liberali di Renew Europe e del Pde hanno detto che non faranno votare la presidente uscente. Dei mal di pancia tra i socialisti abbiano detto.   

Lo scacchiere  

Salvini muove le sue pedine in questo scacchiere: non ha nulla da perdere, qualcosa forse da guadagnare. E pazienza se la base leghista è in fermento, sulla Russia come su tante altre cose, a cominciare dalla scelta sulle candidature per le Europee.  Non piace Vannacci e neppure mr Preferenze Patriciello.  Gioca d’azzardo il leader della Lega. Il fronte interno non lo aiuta tra dissidenti e quelli che dicono: “Ha esaurito il suo tempo”. Il file Veneto rischia di diventare la sua Caporetto. Salvini sta provando a convincere il governatore a candidarsi alle Europee anche per levarselo di otrno, lui e la sua popolarità che ipotecano la leadership del Capitano. Ma Luca Zaia vuole stare a casa. In Veneto. “Ho ancora un anno e mezzo di mandato in Regione, vediamo cosa succede” spiega Zaia a chi gli chiede cosa farà. Di sicuro però non si candida per le Europee. L’idea  è quella di una lista  Zaia alle regionali del 2025. Il diretto interessato non la esclude.  

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
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