Matteo Salvini prepara l’assalto finale alle "regioni rosse". Il Pd barcolla e si difende con le unghie

Escluse le elezioni anticipate, resta da affrontare un’altra importante tornata di elezioni regionali, tra il prossimo autunno e i primi mesi del 2020

Matteo Salvini e Nicola Zingaretti
Matteo Salvini e Nicola Zingaretti

“Se Zingaretti, dopo che perderà l’Umbria e la Calabria, perderà la Toscana ma soprattutto l’Emilia-Romagna, si potrà considerare conclusa pure la segreteria Zingaretti…”. La battuta è di un (ex) colonnello renziano e, quindi, va presa per quello che è: veleni tutti interni al mondo dem. Ma la battuta, per quanto malevola, ha un suo fondamento. Infatti, ‘se’ il rischio delle elezioni anticipate è quasi fugato, resta il punto. Escluse le elezioni anticipate, resta da affrontare un’altra importante tornata di elezioni regionali, tra il prossimo autunno e i primi mesi del 2020. Entro ottobre si dovrà votare, per forza, in Umbria, entro novembre (o, al massimo, entro gennaio dell’anno venturo) in Emilia-Romagna, in Toscana e Marche si vota nel 2020. Proviamo a guardare queste regioni al microscopio, partendo dai guai di casa dem e allargando l’orizzonte al centrodestra, stabilito che l’M5S è, ovunque, fuorigioco.

L’Umbria ‘rossa’ è ferma al ‘ground zero’

Partiamo dall’Umbria, regione in cui Salvini si sente la vittoria già in tasca. Si voterà a ottobre perché, dopo una sentenza della Corte di cassazione sulle regionali lucane (dove è caduto l’ultimo ‘fortino rosso’ del Pd al Sud), non possono passare più di quattro mesi dalla decadenza o dalle dimissioni di un governatore alla data delle nuove elezioni. Come si sa, Catiuscia Marini si è dimessa a fine maggio, pur avendoci ripensato per ben tre volte di fila, e solo dopo un asfissiante pressing dello stesso Zingaretti e del nuovo commissario del Pd umbro, il deputato (ex) veltroniano Walter Verini. Il quale riconosce – a Tiscali.it – che il “volto del ‘socialismo umbro’, ormai, è stato sfregiato. Dobbiamo trovare soluzioni innovative e originali. La prossima settimana inizierò un giro di oltre 200 incontri in oltre 200 comuni. Dobbiamo costruire una Grande Alleanza Democratica, civica e progressista, coinvolgendo la società civile”. Belle, e impegnative, parole, ma uno straccio di nome a candidato governatore, dopo l’ora del ground zero causata dalle dimissioni della Marini, non c’è ancora. Molti sindaci, anche piccoli, si fanno avanti e la candidata umbra del Pd alle Europee, Camilla Laureti, spoletina e amica di Zingaretti, ci spera, ma l’impressione è che il processo per trovare un candidato forte e autorevole sarà ancora lungo. Intanto, il centrodestra ha il vento in poppa. Salvini ha già lanciato l’attuale sindaca di Montefalco, splendido paesino umbro, Donatella Tesei e anche se il partito della Meloni rivendica per sé la candidatura, difficilmente la spunterà. Le elezioni umbre, del resto, sembrano un copione già scritto: il centrodestra, Lega-centrico, si mangerà l’Umbria. Verini, però, si aggrappa alla speranza, ma sorretta dai numeri: “Su 63 comuni che sono andati al voto, il centrosinistra ne ha vinti 38 e su 90 amministrazioni, ancora oggi ne governa la metà, tra cui Gubbio e Città di Castello”. Il problema è che il centrodestra governa tutto il resto, da Perugia alla rocca dei frati francescani, Assisi. A complicare le cose, dentro il Pd, c’è pure la guerra ‘a bassa intensità’ dei renziani che, capitanati da Anna Ascani – la quale, insieme a Roberto Giachetti, è la pasdaran del renzismo militante - hanno provato a infilare qualche bastone tra le ruote della ‘gestione Verini’ (e, quindi, Zingaretti), per ora arginati.

Le silenziose Marche traballano, ma forse resistono

Le Marche rispondono, di fatto, al tormentone che, da anni, gira, sui social, sul piccolo Molise (“Ma il Molise esiste?!”) nel senso che, della regione più quieta e meno polemica d’Italia, anche sul piano politico, non si parla quasi mai. Eppure, anche le Marche sono governate, storicamente – ma nella Seconda Repubblica, perché nella prima era la Dc a farla da padrone – dal centrosinistra. Oggi in sella con il governatore Luca Ceriscioli che, quando si voterà di nuovo (nel 2020, non prima), si ricandiderà senz’ombra di dubbio. Ma anche nelle Marche spira, e forte, il vento di Salvini, e non solo perché è diventato cruciale il tema della sicurezza. Certo, è vero che il sindaco uscente di Pesaro, Matteo Ricci (ex renziano oggi passato dalla parte di Zingaretti, nonché responsabile degli Enti locali del Pd e, da poco, presidente di Ali, la nuova Lega delle Autonomie dei comuni italiani), ha umiliato il centrodestra, a Pesaro, con la sua rielezione. Il centrosinistra governa anche Fano, ma Urbino e altri centri sono caduti nelle mani di un centrodestra che, ad Ascoli Piceno, ha a sua volta umiliato il centrosinistra, portando al ballottaggio due liste e due candidati sindaci contrapposti, uno della Lega e uno di Forza Italia. Inutile dire che ha vinto il leghista, contro un candidato imposto da Tajani, e che la Lega rivendica la candidatura in Regione. Insomma, anche nelle Marche, l’assedio di Salvini al centrosinistra è asfissiante, ma il senatore marchigiano Francesco Verducci (capofila, con Orfini, dei Giovani turchi) è sicuro che “manterremo il governo delle Marche”. Molto però dipenderà dalla qualità del candidato di Salvini.

La ‘rossa’ Toscana resiste, pure come ‘ridotta’ renziana

Ovviamente, gli occhi e gli appetiti di Salvini sono tutti, oltre che per l’Emilia rossa, appuntati sulla Toscana. Qui, però, il centrodestra ha subito battute d’arresto importanti, alle ultime amministrative. Livorno, dopo cinque anni di amministrazione pentastellata, quella di Filippo Nogarin, è tornata ‘rossa’ come era alle origini, e in modo massiccio. Ma il neo-sindaco, Salvetti, eletto con il 63% dei voti, ci ha tenuto subito a specificare che “io non sono del Pd, sono ‘di sinistra’”. Parole che hanno raffreddato gli entusiasmi dem. Anche Prato è rimasta ‘rossa’, grazie a Matteo Biffoni, e Firenze è stata facilmente rivinta dal sindaco, ora al secondo mandato, Dario Nardella, che si spogliato delle stimmate del renzismo militante e che ha facilmente battuto il candidato della destra, scelto da Salvini (e da Verdini). Ma le amministrazioni di Massa e Carrara, Lucca, Siena, cuore dell’Mps, Pisa e Grosseto, sono tutte di centrodestra.
Intanto, i ‘giochi’, dentro il Pd toscano, sono lame di coltello affilate lanciate in tutte le direzioni. Per fare un esempio, Elisa Simoni - ex deputata dem, poi candidata non eletta nelle fila di Mdp, poi rientrata nel Pd, ma ben prima del patto, alle Europee, tra Zingaretti e Speranza, e per lo ‘scuorno’ dei renziani, che le hanno vomitato fiumi di bile - ha strappato la vittoria nel comune di Figline Val d’Arno contro il centrodestra, ma anche contro il ‘fuoco amico’ dei renziani che boicottavano il suo candidato a sindaco. Zingaretti ha pochi uomini fidati in loco (tranne la Simoni), il Pd toscano è retto dalla segretaria, nonché neo-rieletta parlamentare europea, Simona Bonafé, con pugno di ferro, pur se dentro un guanto di velluto, e i renziani (i senatori Marcucci e Parrini) o ex renziani (Federico Gelli, per dire, è diventato ‘gentiloniano’) fanno il bello e il cattivo tempo. Poi, c’è il governatore uscente, Enrico Rossi, che aderì alla scissione di Mdp e si candidò con LeU, senza risultare eletto, e che da poco – e, soprattutto, senza che nessuno si accorgesse della ‘notizia’ – si è riaccasato dentro il Pd. Rossi punta a ottenere un terzo mandato, per la guida della Regione (si vota nel 2020, forse a maggio), ma quasi sicuramente, entro l’autunno, si terranno le primarie. Primarie che un tempo erano un modo per ‘allargare’ il campo del centrosinistra, ora servono solo a ‘restringerlo’, di fatto diventate un gioco al massacro tra le varie correnti. Eppure, si faranno. Il presidente dell’assemblea regionale toscana, Eugenio Giani, ci tiene moltissimo: molto popolare – tanto che viene chiamato “il sindaco della Toscana” – tra la gente ma anche molto, e sempre, frenato dal suo ex dante causa (Renzi), Giani vuole fare il salto e candidarsi lui. Avrà, contro, sicuramente Rossi e Gelli, forse la Bonafé. Intanto, Salvini si gode lo spettacolo delle divisioni interne che lacerano il Pd toscano e punta tutte le sue carte sulla sindaca di Cecina (Pisa) Susanna Ceccardi, mentre FI, che sognava di candidare il volto della tv Paolo Del Debbio, non può che accordarsi, come FdI, al carro salviniano.
Insomma, anche in Toscana, “l’assalto al cielo” (rosso) è possibile, anche se il Pd pensa di riuscire a sventarlo. Infine, Renzi, Boschi, ma soprattutto Luca Lotti, potrebbero ancora voler dire la loro, ma molto dipenderà da quanto Zingaretti vorrà lasciargli in mano la ‘riserva indiana’ o no.

La mitica ‘Emilia rossa’ è il vero obiettivo di Salvini

Ma il vero ‘bersaglio grosso’ che Salvini ha in mente è, ovviamente, la conquista della ‘regione rossa’ per ‘statuto’ e per definizione, cioè l’Emilia-Romagna. Il governatore uscente, Stefano Bonaccini (ex bersaniano, ex renziano, ora zingarettiano…), ha annunciato di volersi ricandidare. Zingaretti, di certo, non gli si oppone. La regione è troppo importante, ma nel Pd è già guerra del ‘tutto contro tutti’. Il deputato emiliano Luigi Marattin, ex consigliere economico del governo Renzi e molto efficace negli interventi in aula come nei talk show, ha sferrato, per primo, l’attacco: “Il Pd regionale dell’Emilia Romagna non elegge un segretario con le primarie da dieci anni. Il modo migliore per sostenere la candidatura di Bonaccini, è rinnovare il Pd attraverso un congresso straordinario”. Obiettivo, il segretario regionale dem, e deputato, Paolo Calvano. Le sconfitte dem subite a Ferrara e Forlì bruciano, e molto. E se, in Emilia, il Pd è risalito di cinque punti rispetto alle Politiche del 2018 (+35mila voti in termini assoluti), il dato regionale uscito dalle europee è preoccupante: il centrodestra è al 44%, con la Lega al 33%; il centrosinistra arranca al 39, col Pd al 31% (Il Pci, qui, faceva il 70%...). Certo, ben 174 su 235 comuni in cui si è votato a maggio sono andati al centrosinistra che, oggi, governa sette province su 10: Bologna, Reggio, Modena, Ravenna, Cesena, Rimini e Parma, regno di Federico Pizzarotti (ex M5S delle origini, oggi capofila di ‘Italia Bene Comune’), mentre il centrodestra governa a Forlì, Ferrara e Piacenza. A Modena il Pd vince bene, a Ferrara ha perso malissimo.
In Emilia, in teoria, si dovrebbe votare a novembre, insieme alla Calabria (altra regione ‘destinata’ a finire alla Lega), ma è probabile che il voto venga ritardato fino a gennaio. Per consentire alla giunta Bonaccini di approvare il bilancio regionale senza andare in esercizio provvisorio e, dunque, dando ossigeno, con i fondi regionali stanziati, ai comuni. Gli uomini forti del nuovo Pd di Zingaretti in regione sono tre. Il sindaco di Bologna, Virginio Merola – uno che si sente ‘importante’ come se fosse il sindaco di Milano o di Roma – che parla di “modello Bologna” da ‘esportare’ in regione. Il deputato dem Andrea De Maria, già cuperliano e, oggi, zingarettiano, da tempo membro della segreteria. E l’astro nascente locale, Gianluca Benamati: ex renziano, è stato lui che ha fatto vincere, spostandosi dall’area Martina a Zingaretti, il congresso tra gli iscritti e tra gli elettori. Ed è lui che spiega, a Tiscali.it, che “il Pd si deve concentrare su due punti: valorizzare il lavoro svolto dalla giunta Bonaccini e rilanciare il partito e radicarlo sui territori”. Ma Salvini ha già l’asso da calare: l’attuale sottosegretario Lucia Borgonzoni, onnipresente in tv, tosta, brava e donna. Sarà una sfida all’ultimo sangue, quella che si svolgerà in Regione. Perché, appunto, per riprendere le parole del colonnello renziano dell’inizio, “Se Zingaretti, più ancora che la Toscana, perde l’Emilia, è finito il regno Zingaretti”.