[Il caso] Su Roma vince Salvini:"O tutti i comuni o niente". Ma sulla crescita il governo fa cilecca insieme

Oggi la riunione del cdm per il rilancio dell'Italia. Fino all'ultimo i 5 Stelle hanno provato a convincere i leghisti circa la bontà del progetto. La risposta è stata netta. "Nessun favore a Roma che è governata così male...". Sulla tenuta del governo né Lega né 5 Stelle vogliono restare col cerino in mano. Il paradosso Alitalia: per salvarla il governo supplica l'intervento di Atlantis e Autostrade

Di Maio e Salvini
Di Maio e Salvini

Il gioco del cerino è troppo rischioso e soprattutto l'hanno capito entrambi: con i sondaggi che danno il patto Lega-M5s ancora come preferito sarebbe masochismo per entrambi provocare la crisi di governo. Andare avanti, dunque, fino al 26 maggio cercando di fare più danno possibile al "socio". Anche perché alle Europee contano le preferenze, quante se ne prendono e quanti ne vengono sottratte al competitor più diretto. Il socio italiano è il nemico n.1 in Europa.

Trovare le intese

Seguendo questo irresponsabile schema di gioco, oggi pomeriggio il governo si riunisce a palazzo Chigi per approvare, dopo 33 giorni, un record assoluto, quel decreto per la crescita già approvato con la formula del "salvo intese" il 20 marzo, trasformato in queste settimane in una specie di salame omnibus, rispedito in Cdm dal Quirinale che ha ricordato al premier Conte cosa è costituzionalmente un decreto - misura urgente nel contenuto e coerente nella forma - e oggi finalmente licenziato.

Già noto il risultato di questa ennesima partita: al netto di una serie di sconfitte reciproche, della narrazione vittoriosa che nonostante tutto ne deriverà, il partito di Salvini porta a casa, nell'ordine: il No alla norma salva-Roma al grido: "O tutti o nessuno" e i rimborsi ai cosiddetti "truffati" dalle banche nelle forme e nei modi auspicati dalla Lega ma non dai 5 Stelle. Entrambi però perdono la partita più importante: le misure per la crescita, motivo per cui il decreto è stato pensato e sbandierato, avranno un impatto sul prodotto interno lordo pari allo 0,1%. E forse neppure questo. Uno a zero per Salvini. Ancora una volta. E nonostante tutto.

20,30 infine 50 articoli

Venti, trenta, infine cinquanta articoli. Del decreto Crescita sono girate in queste settimane numerose versioni. Quella definitiva, oggi, conta circa cinquanta articoli per altrettante misure a costo zero per stimolare la crescita, dalla modifica del regime Ires per le imprese all'aumento della deducibilità dell'Imu sui capannoni industriali, sgravi fiscali per chi investe in strumenti per l'azienda (quel pezzo di 4.0 di Calenda prima abolita e poi reintrodotta dal premier Conte su richiesta della varie categorie. Il "salvo intese" di quella prima volta ha aperto la strada a di tutto e di più. Ad esempio Di Maio ha voluto che entrasse dentro anche il trasferimento dei debiti di Roma allo Stato; la conversione del prestito-ponte di Alitalia (in scadenza il 30 aprile); i decreti per la restituzione dei soldi ai cosiddetti e presunti "truffati" dalle banche. Tre norme che non c'entrano con la crescita e che indubbiamente, se approvate, staccano importanti dividendi di consenso.

Salva- tutti o salva nessuno

La Lega è sempre stata sostanzialmente contraria ad inserire la ristrutturazione del debito della Capitale (12 miliardi) nel decreto Crescita. Negli ultimi dieci giorni, da quando Salvini punta sfacciatamente a cacciare la Raggi dal Campidoglio, il no della Lega è stato tanto tassativo quanto provocatorio. Fino a ieri mattina quando Salvini dalla piazza di Pinzolo, in Trentino, ha ripetuto: "Non ce l'abbiamo con Roma e però non ci possono essere comuni di serie A e comuni di serie B. Molti sono i comuni tecnicamente falliti che hanno contratto debiti pazzeschi. Dunque, se si interviene per la Capitale, lo si fa anche per altri". Una possibile mediazione su cui i tecnici di entrambi hanno lavorato in questi giorni festivi prevede, ad esempio, di allargare la formula del Salva Roma anche alle città metropolitane in default come Firenze e Catania, giusto per fare due esempi, dove Salvini ha bisogno di raccogliere consensi: nel capoluogo toscano dove il candidato del centrodestra Bocci sfida il sindaco uscente Nardella (Pd); in Sicilia orientale dove il sindaco di Catania, un ex An, ha appena lasciato Forza Italia per unirsi al Capitano.

5 Stelle spiazzati

Ancora ieri sera fonti della Lega hanno ribadito: "No alla salva-Raggi visto che tra l'altro non sa amministrare la città. Sì, invece, ad una norma quadro che risolva subito il nodo dei comuni piegati dal debito". Dunque, o tutti-subito ma non solo-Roma-adesso.  I 5 Stelle, ancora ieri sera, sembravano irritati e spiazzati. "È un falso problema e Salvini lo sa benissimo: la rinegoziazione del debito di Roma (uno dei punti del programma Raggi, ndr) è a costo zero e farà risparmiare tasse ai romani... Affrontiamo invece, a parte, il tema dei comuni piegati da debito". I Comuni "vanno salvati tutti" ma "i problemi sono diversi" e a ciascuno serve "la sua cura", è stata la replica del sottosegretario Castelli.

Vedremo oggi. Fonti della Lega sono state esplicite ieri sera: "In caso di accordo, il salva-Roma non sarà inserito nel decreto ma solo in sede di conversione assieme alle norme per gli altri Comuni".  Nella guerra a bassa intensità tra i soci di governo, fonti dei 5 Stelle ieri mettevano in giro la voce che "quelli della Lega non si presenteranno in cdm". Falso, visto che l'ordine di scuderia è esattamente l'opposto. "Abbiamo tutti spostato le ferie per questa riunione del Consiglio..." sottolineano irritati due ministri della Lega. È tutto e solo ricerca di consenso.

La crescita che non c'è

Salvini e Di Maio hanno esaltato le norme per la crescita contenute nel testo, meno tasse e più investimenti. "Bene il decreto crescita con le misure per abbassare le tasse alle imprese e ridurre la burocrazia degli enti territoriali" rimbalza da Lega e 5 Stelle. In realtà è stato ripristinato, su richiesta specifica degli imprenditori, il programma Industria 4.0 dell'ex ministro Carlo Calenda. Ma non saranno queste norme a fare quel "boom economico" di cui parlò Di Maio. Meno che mai "l'anno bellissimo" vagheggiato da Conte. Il pacchetto di norme che in tanti consigli dei ministri e interventi è stato presentato come il volano e l'accelerazione del prodotto interno lordo, finisce per essere marginale nel consiglio dei ministri. Anche perché ci ha pensato il ministro Tria a valorizzare l'impatto di queste misure sul nostro Pil: lo 0,2%.

Il paradosso Alitalia

Nel decreto sarà inserita la norma per i rimborsi ai risparmiatori, seguendo quel doppio binario degli indennizzi automatici (per redditi inferiori a 35mila euro e investimenti mobiliari sotto i 100mila) e dell'arbitrato: binario che non ha visto l'ok unanime delle associazioni tifose del "rimborsare tutto a tutti".

Ha un che di speciale, invece, il nodo Alitalia. La norma per l'estensione del prestito ponte alla compagnia di bandiera, salvo colpi di scena, sarà nel decreto ma va varata prima del 30 aprile, deadline per la presentazione dell'offerta di Ferrovie dello Stato. Il bello è che, al di là delle valutazioni personali, nella ricerca del socio il pressing del governo finisce su Atlantia, che sovrintende anche Autostrade. Da cacciati e reietti ora "l'unico gruppo, che potrebbe avere la voglia di investire sulla compagnia di bandiera".