“Sei miliardi e 400 milioni per accollarci il Monte”. Ecco perché è saltato l’affaire Unicredit-Mps

Ieri tre ore di audizione in Commissione banche dell’ad di Unicredit Andrea Orcel e di Guido Bastianini, l’ad di Rocca Salimbeni. La vendita salta perché “le condizioni non erano più condivise”. Troppi soldi e troppi tagli. Mps non poteva certo essere svenduta. E così le ragioni politiche hanno prevalso su quelle tecniche

L'ad di Unicredit Andrea Orcel (Ansa)
L'ad di Unicredit Andrea Orcel (Ansa)

Unicredit aveva chiesto allo Stato e al ministero delle Finanze sei miliardi e quattro per “comprare” il Monte dei Paschi e togliere finalmente alle casse dello Stato il peso di quel salvataggio. Non contento, avrebbe lasciato a casa anche settemila dipendenti oltre le migliaia già “invitati” al prepensionamento. E così piano piano di Mps, non solo a Siena, sarebbe rimasto solo un ricordo.

In quasi tre ore di audizione davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche (presidente la grillina Carla Ruocco) i vertici di Unicredit e Mps hanno ricostruito le fasi della trattativa che doveva portare alla cessione delle banca senese al colosso bancario ma che invece poi è saltata. Al di là delle parti più tecniche - molte delle quali sono state secretate - è emerso alla fine la questione politica di questa storia. Ben sintetizzata da un deputato di opposizione: “Se il venditore (di Mps, ndr), cioè lo Stato, racconta di avere una deadline rigida (vendita tassativa entro la fine dell’anno, ndr) per vendere e un solo potenziale compratore, è chiaro che non poteva essere altro che una svendita”. Che poi proprio il venditore ha fatto saltare.

La trattativa per la fusione inizia oltre un anno fa, Conte a palazzo Chigi e Gualtieri al Mef. Emerge in modo chiaro a luglio passato, quando gli interlocutori sono diventati Draghi e Franco. Il ministro Franco il 4 agosto viene audito in Parlamento dove assicura che sarà fatto il possibile “per tutelare il marchio storico e i livelli occupazionali”. Che “non sarà una svendita bensì un’operazione nell’interesse del paese”.

Perché è saltata la fusione

E’ chiaro che entrambi questi presupposti sono poi saltati. Il 24 ottobre, chiusi i ballottaggi e dopo giorni di indiscrezioni, arriva la notizia della rottura della trattativa.    “All’improvviso il Mef ha giudicato le condizioni della fusione non più idonei. Anzi, eccessivi - ha spiegato Andrea Orcel, ceo di Unicredit - per noi invece non erano termini flessibili. Cioè abbiamo valutato che non doveva essere un’operazione da portare avanti ad ogni costo”. Poco dopo si è seduto davanti alla Commissione Guido Bastianini, l’ad messo alla guida di Rocca Salimbeni dal governo Conte 2 in quota grillina. Che ha assicurato, numeri alla mano, sul fatto che “l'entità dell'aumento di capitale necessario al Monte dei Paschi di Siena, al momento ancora non quantificabile e che andrà ponderata accuratamente, presuppone che l'azienda sia in grado di camminare sulle proprie gambe”. Cioè che il Monte resti il Monte, una banca autonoma - addirittura un gruppo di banche, un terzo polo -  con sede a Siena. I 5 Stelle e Mps: un altro esempio di cosa volesse dire “aprire il potere come una scatoletta di tonno” e di come la politica riesca a cambiare le persone. In questo caso in meglio. La banca più odiata dal mainstream grillino, cuore e motore delle campagne elettorali del 2013, il grande “buco nero del Pd” nonché paradigma di “tutte le sue disfatte e porcherie”, è diventato il bene più prezioso da difendere.  Per cui adesso il premier Draghi, ha detto ieri sera Carla Ruocco, presidente della Commissione, “deve ottenere da Bruxelles una proroga di almeno 12 mesi per avere più tempo nella trattativa”. E’ stata la Commissione Ue infatti a dire che “entro la fine del 2021” dovevano cessare gli aiuti di Stato al Monte dei Paschi. E lo ha detto proprio a settembre, nel pieno della campagna elettorale per le suppletive del collegio Camera di Siena. Quello lasciato da Padoan e poi vinto da Letta.   

Un veloce riassunto

A luglio la seconda banca italiana (Unicredit) aveva accettato di avviare “trattative esclusive” per l'acquisto di “alcuni asset selezionati” di Rocca Salimbeni, controllata dal Mef con una quota pari al 64% dopo il bailout del 2017. Occorre precisare però che in estate si realizza la parte finale di una trattativa nei fatti iniziata molto tempo prima, ai tempi del Conte 2 e del ministro Gualtieri titolare del Mef. Nell’inverno del lungo lock down, con l’Italia divisa a colori e che a tutto pensava tranne che a Siena e al Monte dei Paschi. Siamo nell’autunno del 2020, sono i mesi in cui l’ex ministro economico dei governi Renzi e Gentiloni lascia il seggio alla Camera, vinto a mani basse nel 2018 proprio a Siena, e diventa presidente di Unicredit. Un incarico studiato a tavolino e su misura per il biennio 2021-2023 — dissero allora le indiscrezioni - per gestire la trattativa per le vendita di Mps.

A luglio, tra i principali presupposti per la cessione c’erano “la neutralità dell'operazione sul capitale del gruppo Unicredit”, oltre a “un accrescimento significativo dell'utile per azione dopo aver considerato le possibili sinergie nette” e in ogni caso “il mantenimento dei livelli attuali di utile per azione anche prima di tener conto delle possibili sinergie al 2023”. Tra le garanzie offerte in dote a Unicredit era stata stabilita “l'esclusione di contenziosi straordinari non attinenti all'attività di ordinaria gestione bancaria e di tutti i relativi rischi legali, attuali o potenziali" e anche "l'esclusione dei crediti deteriorati e l'adeguata copertura di eventuali ulteriori rischi di credito che siano identificati anche a seguito della due diligence attraverso modalità da definire". Per quanto riguarda il capitolo gestione del personale, le parti avrebbero provato a convergere su circa 6mila-7mila uscite, in forma volontaria e senza licenziamenti, incluso il piano esuberi annunciato all'inizio di quest'anno dal Monte (con 2.700 uscite preventivate su un arco quinquennale di cui circa mille quest'anno) ma mai sinora implementato. In pratica, lo Stato si accollava crediti deteriorati ed esuberi. Unicredit si sarebbe presa la parte buona. Tutto pur di lasciare quel 64% di azioni di Unicredit.    

Orcel: “dispiaciuto sul piano personale”

La storia che sembrava chiusa e blindata è quindi non solo ancora tutta da scrivere ma potrebbe anche ribaltare i pronostici. Il Monte dei Paschi, la più antica banca italiana, ha un recente passato di cui vanno “ancora compresi parecchi aspetti”. Ma ha anche un presente e un futuro “in cui saprà dimostrare di saper camminare sulle sue gambe” che è il presupposto di un aumento di capitale che non può essere considerato aiuto di Stato.

Il primo ad essere audito è stato Andrea Orcel che ora della partita è solo spettatore. E’ lui, alla parte secretata, a svelare le condizioni a cui “Mef vendeva e Unicredit avrebbe comprato”: lo Stato avrebbe dovuto sborsare ben sei miliardi e 400 milioni. E poi trovarsi sul groppone settemila esuberi. Altro che svendita… 

Orcel ha ripercorso le fasi del negoziato spiegando di aver fatto del “nostro meglio per trovare un accordo” ma alla fine è emerso che “l'ammontare di capitale necessario per dare esecuzione all'operazione coerentemente con quanto concordato nel termsheet era più significativo di quanto il Mef si aspettasse”. Troppi soldi, insomma. Pur con “margini di manovra ristretti, abbiamo comunque cercato e proposto diverse alternative per ridurre il fabbisogno di capitale identificato” per Mps “ma tutte si sono rivelate insufficienti a permettere alle parti di proseguire nella trattativa”. Orcel si è detto “dispiaciuto sul piano personale” che l'operazione non sia andata a buon fine. I termini però erano chiari. Per cui “raggiungere un accordo a condizioni non coerenti con i presupposti concordati non sarebbe stato nell'interesse di UniCredit e dei suoi azionisti e, a mio avviso, anche della stabilità del sistema bancario nazionale” ha ribadito il manager. A dire il vero - ha aggiunto - “i mercati non hanno risentito per la notizia dello stop alla trattativa”. Orcel ha sottolineato anche che “Mps è adesso una banca pulita” (dai crediti deteriorati) e che “non vanno cercate qui la cause del fallimento della trattativa”. 

L’occasione è stata troppo ghiotta per non chiedere conto a Orcel anche dell’affare Antonveneta-Mps, se non l’inizio di sicuro l’accelerazione finale della rovina del Monte dei Paschi. L’attuale ceo di Unicredit infatti era adivisor del Banco di Santander per Merryl Linch ai tempi dell’operazione ABN Amro. “E’ corretto dire che sono stato coinvolto nell'acquisto di Antonveneta nel contesto della operazione ABN Amro quando lavoravo come advisor di Santander. Non ho però rappresentato Mps nell'acquisto di Antonveneta, né ho avuto alcun ruolo nella negoziazione dell’operazione”. Una domanda forse oltre il perimetro consentito dalla legge istitutiva della Commissione. Orcel ha sottolineato anche che “non esiste alcun conflitto rispetto il ruolo del presidente Padoan che si è sempre astenuto da ogni confronto sul tema”.

I progetti di Bastianini 

Poi è stato il turno del ceo di Mps, Guido Bastianini. Una relazione piena di numeri, anche positivi, tanto che alla fine l’onorevole Stefano Fassina (Leu) ha sottolineato che “Mps non è con l’acqua alla gola così come è stato prospettato ma anzi mostra un continuo miglioramento”. Il risanamento è in corso ed ha numeri importanti: 600 sportelli in meno (da 2032 a 1423) e 4000 dipendenti in meno (da 25.566 a 21997). 

 Nell'ambito della “revisione” del piano da sottoporre alla Ue “sono in corso approfondite analisi”su una serie di iniziative “finalizzate al completamento del percorso di ristrutturazione”. AI parlamentari Bastianini ha indicato che queste misure “potrebbero includere un ulteriore scrutinio del perimetro del gruppo, la necessaria ulteriore riduzione dei costi, amministrativi e di personale e maggiori investimenti”. Si parla di circa “4mila uscite volontarie” il cui costo attraverso il fondo esuberi “sarebbe pari a circa 950 milioni” e consentirebbe di ottenere una “riduzione del costo del personale pari a circa 315 milioni annui nel 2026”. Tutti elementi che serviranno per definire l'aumento di capitale necessario all'istituto e che dovrà tenere quindi conto degli “oneri di ristrutturazione che verranno previsti e alle iniziative di capital management che potranno essere attivate”. Insomma, Mps sta migliorando il suo profilo, ha raggiunto il target sul taglio degli sportelli, non ancora quello sul personale. Rocca Salimbeni sta provando a camminare sulle sue gambe e a restare sul mercato. “L’aumento di capitale presuppone necessariamente che la banca sia in grado di camminare sulle proprie gambe”.

Il tema dell’azionista della banca, cioè lo Stato che ha il 64%, “è diverso - ha detto Bastianini - la banca potrà essere ceduta, come potrà fare un'integrazione con qualcun altro, nei tempi e nei modi che deciderà l’azionista”.

Ruocco: “Una proroga di 12 mesi”

“Audizione utile, il punto adesso è politico” ha sottolineato Fassina. Il presidente Ruocco ha chiesto “una proroga di almeno dodici mesi” per “studiare una strategia di ricapitalizzazione” finalizzata alla cessione della banca da parte dello Stato nelle migliori condizioni possibili. “L'Europa non avrà difficoltà ad assecondare tale richiesta, lo Stato ha i mezzi e le capacità per poter raggiungere tali obiettivi, a beneficio di tutti i contribuenti, i dipendenti e, più in generale, per il sistema bancario nazionale e per l'economia italiana”.

Ora lo Stato, tuttora proprietario di Mps, dovrà sedersi a due tavoli, con la Ue e con la Bce. A Bruxelles deve appunto chiedere più tempo per trattare e le interlocuzioni con la commissaria alla Competizione Margarethe Vestager sono già avviate. Fondamentale capire cosa chiederà in cambio. A Francoforte, con la Bce, dovrà invece essere negoziato l’aumento di capitale necessario a stare in piedi. Il Tesoro potrà versare altri soldi pubblici a patto però che lo facciano anche investitori privati. Che vanno però ancora trovati.
Chissà. Conti recenti hanno calcolato che in 14 anni il Monte ha bruciato 22 miliardi.