Salta la presidenza del Copasir. Per le divisioni nel Pd e la prepotenza di Conte

Ieri sembrava raggiunto l’accordo sull’ex ministro Guerini (Pd). Ma i 5 Stelle hanno preteso la blindatura dell’altra presidenza, quella della Vigilanza Rai che Conte vuole affidare al suo vice Ricciardi. Intanto nella corsa alla segreteria dem, scendono in campi i lib-lab di Morando-Ceccanti e Bentivogli. Per Bonaccini

Salta la presidenza del Copasir. Per le divisioni nel Pd e la prepotenza di Conte
Lorenzo Guerini candidato Pd al Copasir (Ansa)

L’indecisione degli uni, il Pd. La prepotenza degli altri, i 5 Stelle. Sempre di  opposizione si tratta. Il risultato di questo cortocircuito è che ieri sera intorno alle 22 il Movimento 5 Stelle ha chiesto e ottenuto di sconvocare la prima riunione del Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti che oggi alle 14 avrebbe dovuto eleggere il Presidente. La regola vuole che il Comitato sull’intelligence e la Vigilanza Rai siano le uniche due commissioni bicamerali che devono essere affidate alle opposizioni. E’ questione legata ai pesi  e contrappesi democratici: due organismi così delicati - sicurezza e informazione - devono essere affidati alle opposizioni. Si chiama bilanciamento. Si dà il caso però che le opposizioni siano tre, siano divise e assai poco propense a condividere. E se fino adesso 5 Stelle, prima di tutto, e poi il Pd si sono spartiti la torta - cioè le vicepresidenze di Camera e Senato lasciando fuori il Terzo Polo - Azione e Italia viva reclamo un posto alla guida di almeno una delle due Commissioni.

C’è anche il Terzo Polo

E qui arriva il bello. O il triste della storia. Il Terzo Polo avrebbe manifestato i suoi desiderata per la guida della Commissione di vigilanza Rai. Ci sarebbe un mezzo accordo robusto su questo. Peccato però che Giuseppe Conte voglia metterci il suo pupillo Ricciardi. E che al Copasir tutto sommato ci vedrebbe bene l’ex magistrato antimafia Scarpinato, uno dei titolari del processo trattativa. Di sicuro, è stato l’out out di Conte, “l’una o l’altra tocca a noi” è stato il ragionamento “anche perchè siamo ormai la seconda forza politica nei sondaggi, abbiamo superato il Pd”. Da notare che anche prima dell’eventuale sorpasso di cui parlano i sondaggi, i 5 Stelle hanno fatto i “prepotenti”: delle quattro vicepresidenze disponibili tra Camera e Senato, ne hanno prese tre lasciandone una sola al Pd e zero al Terzo Polo.

Ora però quasi nulla accade per caso in politica. E certamente ha dato una mano a questo stallo il fatto che il Pd ha due candidati: il deputato Lorenzo Guerini, ex ministro della Difesa; il senatore Enrico Borghi, già membro del Copasir nella passata legislatura. I due una volta erano della stessa corrente, Base riformista, ed entrambi ex renziani doc. Poi il tempo ha lasciato Guerini dov’era, alla guida di Base riformista, e ha portato Borghi nella segreteria di Letta.  Adesso, manco a dirlo, il Pd è diviso. E su questa indecisione si è fiondato “falchetto” Conte.

I desiderata di Conte

All’inizio aveva espresso l’intenzione di essere lui il presidente del Copasir, come ex premier che per quasi tre anni si è tenuto la delega all’intelligence, si sentiva in diritto di reclamare quella presidenza. Anche perchè da qui avrebbe condotto in condizione privilegiata una dei suoi più recenti cavalli di battaglia: no alle armi, sì alla pace rendendo più difficile la vita della maggioranza in relazione al decreto armi (Ucraina) che sarà il primo dossier importante ad arrivare al Copasir.  Gli è stato spiegato, a Conte, che non è il caso. Che è meglio che lasci perdere. Infatti non si è neppure messo tra i dicci commissari. Al suo posto ha messo il senatore Scarpinato, il pm che ha portato in Parlamento e che siede nel Copasir con l’altro grillino Marco Pellegrini. Gli è stato spiegato che anche Scarpinato sarebbe stato unfit per guidare la commissione che sovrintende al lavoro delle nostre agenzie di sicurezza. A questo punto, messo nell’angolo, Conte vuole comunque una figura a lui gradita e la certezza della presidenza della Vigilanza Rai. Per ottenere entrambi questi obiettivi è obbligato a trattare con tutti, maggioranza ed opposizione. Lasciando filtrare che Guerini tutto sommato sarebbe per lui “il più digeribile”. Su Borghi però ha qualche problemino la maggioranza: molti gli screzi in passato che ancora non si saebbero rimarginati. Soprattutto, a questo punto ha alzato la mano il Terzo Polo chiarendo che non esiste al mondo restare senza la presidenza dell’una o dell’altra commissione. 

In serata salta tutto

SaltaQuando ieri alle 14 è stata data la notizia che la Commissione era stata convocata per oggi alle 14 per e’lezione del Presidente e procedere poi alla prima audizione - il presidente del Senato Ignazio La Russa - sulla carta l’accordo ancora non c’era ma se ne parlava sia alla Camera che al Senato  e il nome indicato era quello dell’ex ministro della Difesa Lorenzo Guerini. Ma ieri sera Conte è tornato alla carica chiedendo di blindare e procedere insieme con le due elezioni per avere appunto la certezza di avere la Presidenza della Vigilanza. Gli è stato spiegato che non è possibile anche perchè il Terzo Polo ha dirito ad almeno una di quelle cariche. E’ saltato tutto. “Riunione convocata”. Il rischio ora è che si proceda liberi, senza accordi, con accodi incrociati. Prassi vorrebbe che queste due presidenze fossero elette non all’unanimità ma  con ampio accordo politico. Un altro retaggio di un bipolarismo che non c’è più.  

Sullo stallo ha pesato anche il fatto nello stesso Pd la scelta tra Borghi e Guerini non era comunque così scontata. Bastava vedere ieri certi capannelli, sia alla Camera che al Senato. In un’ottica “segreteria” e “congresso”, l’ex ministro non è certo uno dei coach della candidata Schlein e, nel caso, guarda certamente a Bonaccini. Così come Borghi forse non è del tutto convinto dalla carta Schlein e ancora sta osservando le varie candidature.

Lalternanza

Lo stallo è anche figlio - ma giusto un pezzettino - del fatto che la prassi parlamentare prevede una sostanziale alternanza fra le due Camere. La legge che istituisce il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, prevede che esso sia “composto da cinque deputati e cinque senatori, nominati, all'inizio di ogni legislatura, entro venti giorni dalla votazione della fiducia al Governo, dai Presidenti dei due rami del Parlamento in proporzione al numero dei componenti dei gruppi parlamentari, garantendo comunque la rappresentanza paritaria della maggioranza e delle opposizioni”. Il terzo comma del medesimo articolo, prevede che “il presidente è eletto tra i componenti appartenenti ai gruppi di opposizione e per la sua elezione è necessaria la maggioranza assoluta dei componenti”. La legge non precisa in modo esplicito se il presidente debba essere un senatore o un deputato. Nel tempo c’è stata però una sostanziale alternanza fra le due Camere: nella passata e tormentata legislatura che ha visto succedersi ben tre governi, la presidenza è andata al deputato Guerini fino al 4  settembre 2019. Con la nascita del Conte II, la presidenza è passata al deputato della Lega Raffaele Volpi. Con la nascita del Governo Draghi, la presidenza, per andare all’unica opposizione presente nel Comitato, andò al senatore Adolfo Urso.

Deciderà la maggioranza

Con le opposizioni che marciano in ordine sparso, sarà quindi fondamentale il voto della maggioranza sui nomi messi in campo dall'opposizione. E qui tocca leggere in controluce tanti movimenti.

Ieri Calenda ha avuto un incontro di 90 minuti a palazzo Chigi con Giorgia Meloni. Il tema è stato rigorosamente la legge di bilancio, non si è parlato di Commissioni e presidenze ma non c’è dubbio che il confronto sia stato utile e probabilmente anche proficuo se, come pare, la premier ha manifestato molto interesse alla contromanovra del Terzo Polo e nello specifico a come risolvere il nodo del Reddito di cittadinanza, degli aiuti a famiglie ed imprese e della rinascita dell’unità di missione Italia sicura contro il dissesto idrogeologico.  Un altro segnale è arrivato  dall’Aula della Camera dove ieri sono state discusse le mozioni sull’Ucraina nate da una richiesta di Conte. A parte il dibattito assai moscio e ben lontano da certi proclami di piazza, Pd e M5s hanno stretto un “patto di non belligeranza” con la possibile reciproca astensione sulle mozioni (il voto sarà oggi). Sempre ieri il Pd al Senato è andato in pressing con Sinistra italiana per spuntare il blitz (“un vero colpo di mano” per il Pd) della maggioranza che aveva messo in un decreto che parla soprattutto di Sanità in Calabria l’emendamento che avrebbe prorogato la missione militare dell’Italia in Ucraina. Un atto così forzato - si parla del decreto con cui inviamo armi da febbraio scorso e che è in scadenza il 31 dicembre - da sembrare provocatorio. “E’ questione di tempo, non ce la facciamo” si è giustificato Crosetto. Hanno fatto marcia indietro. Giovedì il governo farà un consiglio dei ministri per fare un decreto ad hoc.

Il risiko del Copasir troverà la sua soluzione in mezzo a tutto questo. Il partito della premier Giorgia Meloni, ha tre componenti: Giovanni Donzelli, Andrea Augello e Angelo Rossi. Per la Lega c'è Claudio Borghi, mentre Forza Italia ha indicato la capogruppo al Senato Licia Ronzulli. Per l'opposizione, ci sono due componenti a testa per Cinquestelle (Scarpinato e Pellegrini) e Pd (Borghi e Guerini). Per Azione-Italia viva c’è Ettore Rosato che è stato sottosegretario all’Interno. E vedi un po’ se alla fine dovesse spuntarla lui.

La partita commissioni e il relativo stallo risentono senza dubbio del momento assai tribolato del Pd, diviso su tutto e nel cuore di un congresso che inuma modo o nell’altro sarà definito: se cambia, perchè cambierà tutto; se farà finita di cambiare, perchè è destinato all’implosione.

Il manifesto lib-lab. Per Bonaccini

Purtroppo in tempi come questi il partito sembra più concentrato sulla corsa alla segreteria che in una vera opposizione.  Elly Schlein scioglierà la riserva sulla sua candidatura alla segreteria del Pd domenica mattina, al Monk di Roma. Dopo l'annuncio sui social - “abbiamo bisogno di organizzarci, di costruire insieme una nuova strada” - i suoi supporter sono certi che l'outsider, paladina dei diritti, ufficializzi la sua corsa per il dopo Letta. Oltre a lei, nel mese di dicembre potrebbe farsi avanti anche Matteo Ricci, sindaco di Pesaro e coordinatore dei sindaci dem che con le sue “dieci idee per il Pd” ha incassato il favore dell'ala più a sinistra del partito. Potrebbe essere il ticket Ricci-Schlein.

La giornata di ieri ha segnato un passaggio importante. Che mancava. Un momento di chiarezza che serviva. E’ stato pubblicato un manifesto-appello firmato dall'associazione dei liberal del Pd presieduta da Enrico Morando che auspica una svolta “laburista” del partito. Il documento è firmato da tanti nomi di peso del dibattito politico di questi anni:Marco Bentivogli, Filippo Barberis, Federico Butera, Stefano Ceccanti, Maurizio Del Conte, Giorgio Gori, Pietro Ichino, Marco Leonardi, Valeria Mancinelli, Enrico Morando, Umberto Ranieri, Tommaso Nannicini, Carlo Salvemini, Giorgio Tonini, Lucia Valente, Silvia Zanella. Il manifesto punta a rendere il “lavoro” il tema fondamentale attorno a cui ricostruire un'identità politica e termina con la richiesta di rilanciare la “partecipazione democratica”. Sembra abbastanza chiaro che i firmatari di questo Manifesto abbiano fatto la loro scelta di campo: il loro candidato sarà Stefano Bonaccini, il governatore dell’Emilia Romagna. Anche il sindaco di Firenze Dario Nardella si sta muovendo in questa direzione.  Prende forma il quadro verso le primarie del 19 febbraio.