[il caso] La rivolta interna al Movimento preoccupa palazzo Chigi. La maggioranza è salva, per ora. Ma non è sana

Fino a settembre non ci dovrebbero più essere occasioni per contare e contarsi. Numeri alti anche per la richiesta di arresto per Salvini per i fatti della Open Arms. Premier e ministri devono correre ai ripari con un Movimento “ribelle e senza più capi” . Il nodo giustizia. Tutte le accuse incrociate sulla notte dei lunghi coltelli nelle Commissioni.

Il premier Giuseppe Conte
Il premier Giuseppe Conte

E adesso la maggioranza può andare in vacanza. Breve, non totale - molti parlamentari saranno coinvolti nella governance dei progetti da portare in Europa - e comunque senza l’assillo di avere ogni giorno una prova di sopravvivenza da superare. E’ una maggioranza salva. Ma non è sana. Ha dimostrato di avere un largo margine di voti (170 mercoledì al Senato per lo scostamento di bilancio, dieci più del necessario) e anche ieri nel voto sul processo a Salvini (otto voti di scarto). Ma questi ultimi tre giorni sono stati, anche, l’agone tra le correnti nel Pd e la fine del Movimento 5 Stelle. Almeno di quello che abbiamo conosciuto nel 2013 quando in Parlamento entrò un gruppo di giovani uomini e donne che volevano cambiare il mondo al ritmo delle “parole guerriere” insegnate loro da Beppe Grillo.

L’ultimo esame

L’ultimo esame è stato ieri: rinviare o meno a processo Matteo Salvini per i fatti della nave Open Arms nell’agosto 2019? Il verdetto dell’aula ha confermato le attese: 149 voti a favore del processo, 141 contrari. Meglio del previsto ma non sufficiente. “Mi fate un regalo a mandarmi a processo, entrerò in quell’aula con la testa alta e la schiena dritta, sicuro di aver fatto il mio dovere” ha concluso la sua arringa il leader della Lega. Lasciando a tutti la traccia di quella che sarà la sua difesa: lasciare in mare quella nave con a bordo 140 persone per oltre dieci giorni davanti a Agrigento non è stato un sequestro di persona o un abuso di ufficio visto che era garantito il soccorso e l’assistenza sanitaria in caso di bisogno. Bensì, ha corretto Salvini “ la necessaria prassi per difendere i confini nazionali dagli ingressi di cittadini le necessarie autorizzazioni”. Piuttosto, aggiunge, “nei confronti della Open Arms furono assunte decisioni collegiali”. Della serie: se mandano a processo me, ci devono andare anche Conte, Di Maio, Toninelli, la prima linea del governo gialloverde.

Poche cose sul taccuino

Del lungo dibattito di ieri restano sul taccuino poche cose. L’appassionato intervento dell’avvocato-senatore Giulia Bongiorno (Lega) che ha messo il dito sull’ipocrisia di questa storia. “Nell’ottobre scorso il governo Conte 2 ha tenuto ferma al largo la nave Ocean Viching per quasi dieci giorni. Il Viminale dette l’ordine di farli scendere solo dopo giorni, a urne chiuse, quelle delle regionali dell’Umbria. Nessun magistrato ha contestato il sequestro di persona a fini di campagna elettorale…”. Resta l’intervento di Matteo Renzi. I suoi 18 senatori avrebbero, se avessero voluto, fatto la differenza: nel voto intermedio di giunta si sono astenuti e c’era quindi grande attesa per le parole del senatore fiorentino. Che ha parlato chiaro: “Noi non ci dobbiamo chiedere se Salvini abbia o meno sequestrato i migranti. La domanda a cui dobbiamo rispondere è se l’allora ministro dell’interno abbia o meno agito in qualità di ministro dell’Interno nell’interesse superiore e preminente quale può essere la sicurezza dello Stato. Ecco, secondo noi lasciare persone in mare non significa agire in difesa dello Stato. Anzi, semmai il contrario”. Il senatore leader di Italia viva ha poi indugiato su altre due questioni. La prima è che probabilmente non solo Salvini ma tutto il governo ha avuto responsabilità in quella vicenda. La seconda è arrivato il momento di ammettere che c’è un problema che intossica il nostro quotidiano e questo è il rapporto tra politica e magistratura. Vedremo come questo sia uno dei nodi più urgenti per questa maggioranza.

“Che grande regalo”

Infine Salvini. Il leader della Lega ha spiegato: “Mi state facendo un grande regalo mandandomi a processo”. Nel privato con i suoi fedelissimi ha detto fregandosi le mani: “Questa faccenda mi dà subito un rimbalzo del 10 per cento nei sondaggi” che invece lo vedono precipitare intorno al 22-23 per cento dopo essere stato fino a gennaio intorno al 33 per cento. Lo vedremo presto. Certo è stato “regalato” un tema chiave per la campagna elettorale in vista del 20 settembre visto che gli sbarchi, la gestione degli immigrati arrivati via mare via terra, la presenza di positivi al Covid nei centri e il fatto che spesso scappino dalle quarantene gruppi di cento persone a volta, sono temi di cui parleremo per tutta l’estate amplificando e drammatizzando un allarme vero, reale ma che di sicuro non si risolve con la speculazione della drammatizzazione. E’la terza volta che il Senato s’interroga se l’ex ministro dell’Interno abbia o meno sequestrato o meno i migranti: sulla nave Diciotti Salvini ha vinto (non è andato a processo), sulla Gregoretti ha perso (il processo inizia il 3 ottobre) e sulla Open Arms anche.

Maggioranza malata


I numeri blindano governo e maggioranza. I fatti successi nelle ultime 36 ore danno corpo a molti retroscena sempre smentiti di questi mesi sul regolamento di conti in corso all’interno del Movimento. Dai retroscena alla scena. Il voto per le presidenze di commissione ha fatto da detonatore. Alla fine di una notte da lunghi coltelli stretti tra i denti, il voto segreto ha regalato alla Lega la presidenza di ben due commissioni in Senato; stava per farne saltare altre due alla Camera recuperate poi alla fine di una lunga notte segnata da riunioni, drammatici faccia a faccia, minacce della serie: “Qui salta tutto”. Ha umiliato Leu, rimasta a mani vuote, e il suo fondatore, l’ex presidente del Senato Piero Grasso dato sicuro alla presidenza della Commissione Giustizia del Senato e invece tradito proprio, pare, da due senatori di area grillina. Quello delle Commissioni è un rito molto politico e per addetti ai lavori. A metà legislatura vanno cambiati i Presidenti e sostituiti ai vertici di 28 commissioni parlamentari. In questo caso, con il cambio di maggioranza politica e l’obbligatoria uscita di scena dei leghisti, è un termometro perfetto per tutti per capire a che punto sono i rapporti tra Pd, M5s, Iv e Leu. I quattro partiti di maggioranza lavorano da mesi per trovare il modo di accontentare tutti: 14 presidenze ai 5 Stelle, 9 al Pd, 4 ai Iv, una a Leu. Fatte le caselle, è stato ancora più difficile trovare la sintesi sui nomi. Comunque, doveva essere tutto pronto. Invece è stato tutto travolto da una vera rivolta interna grillina.

La rivolta interna grillina

Ha mantenuto alla presidenza di ben due commissioni del Senato ben due leghisti: Ostellari alla Giustizia e Vallardi all’Agricoltura, la prima doveva andare a Leu, la seconda ad un grillino. La rivolta si è replicata alla Camera. E sempre in Commissione Giustizia dove il grillino Perantoni si è visto superato da Vitello Catiello, un ex 5 Stelle passato a Italia viva. Intuita la trappola - dare la colpa ai renziani di tanto sconquasso - la capogruppo Boschi ha chiesto le immediate dimissioni di Catiello. E il grillino Perantoni ha potuto così occupare l’incarico assegnato. Questo ennesimo scherzetto, dopo i due al Senato, ha provocato ritardi, riunioni, grida nei corridoi, “cosa state facendo” e lo stop all’elezione del presidente della Commissione Finanze assegnato al renziano Luigi Marattin che non gode però delle simpatie dei 5 Stelle.
A quel punto è successo l’inimmaginabile per un Movimento entrato nel Palazzo per svuotarlo come una scatoletta di tonno e ripulirlo da tutti i suoi “riti malsani”. Vito Crimi, il capo politico del Movimento, ha convocato subito i capogruppo Crippa e Perilli e ha ordinato di sostituire dieci deputati in Commissione Finanze alla Camera per evitare scherzi. Non contenti, si è arrivati anche ad ordinare il tracciamento delle schede per mettere a nudo i franchi tiratori. Avvenuto il cambio di truppe, tramite le schede tra insulti e minacce, solo con la mattina si è potuto completare il quadro delle Presidenze. E Marattin è andato nel posto assegnato.

Il detonatore

Come si è arrivati a questo? La piccola “truffa” sul Mes, infilato in quattro righe della Risoluzione votata mercoledì sul superdeficit, ha sicuramente contribuito. La firma su quella Risoluzione è quella del capogruppo M5s Perilli. Dunque lui, e i vertici, hanno nei fatti avallato l’utilizzo del Mes in quanto tra gli strumenti messi a disposizione dell’Europa per fronteggiare la crisi post Covid. Questo c’è scritto nella Risoluzione, compromesso dirimente per avere quel giorno la maggioranza e portarla a votare in blocco. Quando la truppa M5s ha capito cosa era successo era già troppo tardi.
Da mesi si trascina il malcontento verso i vertici, Crimi e i capigruppo, accusati di non tutelare gli interessi del Movimento, di decidere in totale assenza di democrazia.  “Sono troppo succubi del Pd e hanno ceduto sulle commissioni come si preparano a fare sul Mes” è l'accusa. Nel mirino oltre a Crimi finiscono anche i due capigruppo Gianluca Perilli e Davide Crippa. “Con un vero e legittimo capo politico una forzatura così eccessiva non l'avremmo mai avuta” ha detto il sottosegretario Alessio Villarosa alludendo all’elezione di Marattin avvenuta solo dopo la sostituzione di dieci deputati ritenuti non affidabili in quella Commissione per quella votazione. Il vice di Crippa,  Riccardo Ricciardi, filogovernativo doc, è accusato di aver ridotto le presidenze di commissione M5s da 9 a 7 e di aver ceduto quelle economiche lasciando al Pd le caselle cruciali nella gestione della politica economica del governo. Leonardo Donno, deputato legato a Di Maio, si è dimesso da capogruppo in commissione Bilancio: “Il Movimento è stato fortemente penalizzato”. Ha lasciato anche Davide Tripiedi, vicepresidente della commissione Lavoro. Ha ballato, tutto il giorno, un documento per sfiduciare in blocco tutto il Direttivo.

Tutte le accuse

Meglio far sbollire la rabbia evitando per ora, complice il caldo e la stanchezza, di darle forma e contenuto grazie ad un’assemblea. I parlamentari si sfogano su post e social. E uno dopo l’altro ripetono di essere disposti a cadere e a far cadere il governo piuttosto che votare il Mes. La questione dunque si riproporrà a settembre. Al Senato i capigruppo di maggioranza, presente il ministro Federico D'Incà, si sono riuniti per capire come rimediare al pasticcio delle due commissioni lasciate alla Lega. M5s e Iv nel corso della riunione si rimpallano responsabilità: chi sono i franchi tiratori che hanno fatto promuovere i leghisti? “In commissione Agricoltura sono stati i senatori del Misto ma anche un M5s” spiegava ieri un Dem. “E in commissione Giustizia Iv non può essere stata perchè c'è una foto del voto…” ha aggiunto. Come ricompensare poi Leu? Quale risarcimento politico visto che è rimasta a mani vuote? Intendiamoci bene: in tutta questa buriana nessun 5 Stelle ha mai veramente messo a rischio la maggioranza, la legislatura, il proprio posto in Parlamento.
Alla fine è stata una protesta a costo zero. Senza rischi visto che non ci sono più voti difficili fino a fine settembre. L’unica occasione sarà il decreto Semplificazioni. Il congelamento, nei fatti, del codice degli appalti. La maggioranza è salva, il Movimento è a pezzi.