[Il retroscena] La rivolta dentro il Pd: “Accerchiare e isolare Renzi”. E il patto segreto con i Cinque Stelle

Il sospetto dell’ex segretario: “Non vorrei che qualcuno cercasse pretesti per rompere”. Giornata di altissima tensione. Vari i motivi. Prima le parole di Fassino sulla “necessità di un nuovo bipolarismo” dove il Pd starebbe con i 5 Stelle. Poi il “documento della Pace” di Guerini accusato di aver avviato la vera conta interna. La replica: “E’ una richiesta di unità al partito che parte dal ribadire il No secco a chi vuole un governo Pd-5Stelle”. Un sito diffonde i nomi di chi non nega un voto al governo Di Maio. Franceschini: “Qualcosa di profondo non va”. Tutto dipende da cosa dirà oggi Martina. Il Pd verso l’assemblea

[Il retroscena] La rivolta dentro il Pd: “Accerchiare e isolare Renzi”. E il patto segreto con i Cinque Stelle

E adesso è tutto, o quasi, nella mani di Maurizio Martina, il segretario reggente, ex ministro dell’Agricoltura che Renzi volle come suo fidatissimo vice nella stagione dei Mille giorni. Sembra un secolo fa. Dipenderà infatti da come queste ore sapranno suggerire a Martina toni e contenuti della relazione che leggerà oggi alle 15 dando il via alla Direzione che, al di là di come andrà a finire, segna l’inizio dell’accerchiamento e dell’isolamento di Matteo Renzi nel Pd. Se Martina saprà ascoltare l’appello dello stesso Matteo Renzi: “Spero ci sia unità e che nessuno utilizzi  pretesti per rompere”. O quello degli oppositori, oramai tutti i cosiddetti big del Pd, Franceschini, Orlando, Fassino e lo stesso Veltroni: “Il minimo è rinnovare totalmente la fiducia al segretario Martina che deve guidare il partito in questa fase così difficile”. Le minoranze vogliono contarsi e portare quei numeri, certi del loro peso, a definire nuovi equilibri nel partito.  Dipende da ciò che dirà Martina, appunto: se insisterà sulla necessità del “tavolo” con i 5 Stelle per verificare temi e possibili condivisioni programmatiche” che è la linea Franceschini condivisa da almeno un paio di settimane con il Quirinale. Se criticherà, invece, Renzi per aver nei fatti chiuso quel tavolo perché “non sarebbe serio sottoporre una roba del genere ai nostri elettori, non possiamo perdere, quindi uscire dalla porta, e poi rientrare dalla finestra per giochi di palazzo e qualche poltrona”. Il voto sulla relazione di Martina sarà decisivo per la sorte del Pd e per il futuro politico di Matteo Renzi. Il rischio spaccatura è evidente. L’isolamento e l’accerchiamento politico di Renzi anche.   

La scommessa sul ridimensionamento di Renzi  

Chi fa il tifo per l’ennesima scissione, probabilmente resterà deluso.  Ma chi da tempo auspica che sia necessario “processare il delinquente”, cioè Matteo Renzi (cit. l’ex senatore Sposetti), è convinto che i tempi siano ormai maturi. Magari sarà un “processo” lungo, ma il percorso sarebbe iniziato visto che i tentativi dei renziani di “unire” e “ricucire” evitan do le conte interne sembrano sbattere contro il muro delle minoranze interne compatte nelle accuse ad un ex segretario che ancora pretende, dopo le dimissioni, di dare la linea. Linea peraltro condivisa, come dicono le rilevazioni, da un buon 70% di elettori Pd. “Quando uno se ne va, se ne va. Renzi dovrebbe andare qualche anno all’estero” aveva detto l’altro giorno l’ex capogruppo Luigi Zanda suggerendo un provvidenziale esilio all’ex segretario. Ma Renzi non risulta aver programmato viaggi all’estero. Anzi. E per di più, cosa che ha fatto saltare i nervi a più di un parlamentare e ministro in carica, avrebbe smontato un accordo politico probabilmente già pronto e confezionato con i 5 Stelle con la benevolenzadel Quirinale.

“La nuova pace di Lodi”

Va raccontata dall’inizio questa vigilia di Direzione perché è necessario dare conto dei continui cambi di scena. Il terreno del duello non è più nemmeno il governo con i 5 Stelle ma le dinamiche interne, la guida del partito e il mandato del reggente.

Dopo l’intervista di Renzi a “Che tempo che fa” con cui è stata probabilmente smascherato un accordo politico già pronto con i 5Stelle e tenuto indefinito con distinguo lessicali buoni solo per una certa politica,  il coordinatore del partito Lorenzo Guerini ha passato il ponte del Primo maggio a trovare il modo per ricucire con chi si era molto offeso - Martina e Franceschini - per la sortita dell’ex segretario. Che, oltre a svuotare la Direzione già convocata per oggi, avrebbe anche “mancato di rispetto” al Presidente della Repubblica che cerca faticosamente di trovare una via d’uscita allo stallo post voto. Non c’è dubbio che le parole di Renzi (“mia opinione personale” ha ripetuto più volte “perchè poi ci sarà la Direzione”) hanno tolto dal tavolo un progetto in stato avanzato: l’accordo Pd-M5S. Non si capisce, altrimenti, perché Martina e Franceschini abbiano insistito  così tanto sull’asse Pd-M5s se non erano convinti almeno della sua probabilità.

Il documento, della cui esistenza Tiscalinews aveva dato conto ieri mattina, viene diffuso intorno alle 12. Sono tre punti per dire, in sostanza, no alle conte interne, no a un governo con M5s o Lega e sì a riscrivere con tutti i partiti le regole delle repubblica (legge elettorale e bicameralismo).In fondo ci sono, a metà mattinata, le firme di 77 deputati, 52 senatori e 123 componenti la Direzione. Viene subito ribattezzato “la nuova pace di Lodi” in omaggio al patto che nel 1454 mise fine alla guerra tra Venezia e Milano.

Ma nonostante le migliori intenzioni (“è un appello a trovare l’unità, a non dividerci e a rifiutare le conte interne” ha spiegato Guerini) e l’apertura al “contributo di tutti senza chiusure né reticenze”, il documento viene letto dalla opposta sponda del Nazareno come un dito in un occhio. “Una conta per evitare la conta, mai visto” dice Andrea Orlando. Quelle firme, infatti, sembrano un di più, anzi un controsenso: ci sono i due capigruppo, Marcucci e Delrio, ma anche i ministr Padoan e Calenda, anche parlamentari dell’area Fassino. Così, quella che doveva essere una mano tesa diventa in un nulla una presunta prova di forza dei renziani nei confronti delle minoranze.

Il sito senzadime.it

Come se non bastasse, a complicare la situazione, al Nazareno rimbalza la notizia della nascita di un sito legato al gruppo che ha dato vita al gruppo #senzadime che dal 5 marzo avvisa i dirigenti Pd che non esiste al mondo fare alcun tipo di alleanza con i 5 Stelle e che da domenica sera è tornato a guidare la classifica degli hashtag su twitter. Il sito, lanciato una settimana fa da un elettore Pd (Alberico De Luca), ha pubblicato la lista dei parlamentari favorevoli e contrari al tavolo con i 5 Stelle. Una lista “di proscrizione” - denunciano i contrari - che è in effetti un errore clamoroso. Come tutte le liste. Il Nazareno, i renziani, prendono subito le distanze dal sito. “Non c’entriamo nulla” si difendono. I nomi saranno poi tolti. “La prova che qualche legame tra sito e gruppo dei renziani c’è” diranno poi. In realtà il proprietario del sito risulta essere più vicino a Leu che al Pd. E i conti non tornano. Fatto sta che prima dell’ora di pranzo, tra lettera di Guerini e sito, Franceschini dichiara: “Quando in una comunità alla vigilia di una discussione seria che riguarda il partito e il Paese si arriva a questo, c’è qualcosa di profondo che non va”.  Dove: nel sito, comunque sbagliato? O nella lettera di tregua di Guerini?

Il nuovo bipolarismo di Fassino

La verità è che molti firmano la lettera di tregua di Guerini perché colpiti, e preoccupati, per quanto ha detto Piero Fassino martedì sera, Primo maggio, ospite a Porta a Porta. “Le vie d’uscita dallo stallo possono essere solo due: un governo per scrivere insieme nuove regole tra cui una nova legge elettorale (come ha detto Renzi, ndr) o prendere atto del fatto che bisogna tornare ad una nuovo bipolarismo e da tre poli tornare a due”. Un polo c’è già, il centrodestra. L’altro, a detta di Fassino, “può nascere tra Pd e 5 Stelle”. “Una coltellata nel cuore, da far mancare l’aria” commenta la turborenziana Simona Malpezzi. “Perchè Fassino ha fatto un’affermazione così netta? Cosa c’è dietro?” si chiedono molti parlamentari che prendono nota dello spostamento governista di un altro big. Ad altri torna in mente “la sicurezza con cui nelle ore in cui il presidente Fico esplorava l’asse Pd-M5s, i vertici della Casaleggio considerassero cosa fatta l’accordo “perchè tanto il Pd non può stare all’opposizione e deve per forza andare palazzo Chigi”. Chi dava, in quelle ore, garanzie cosi sicure circa il successo dell’iniziativa che formalmente non era neppure iniziata?. Erano le stesse ore, tra martedì 24 e giovedì 26, in cui Martina faceva, ad ogni dichiarazione sull’andamento delle consultazioni con Fico, un passo sempre più in avanti. Verso l’accordo Pd-M5s.  Nello sbalordimento generale dei gruppi parlamentari.

Renzi alla riunione del gruppo

Nel primo pomeriggio, alle 15, la scena si sposta a palazzo Madama, al terzo piano, dove è convocato il gruppo Pd del Senato per la nomina dell’ufficio di presidenza.  Arrivano tutti, renziani e non, arriva Matteo Renzi che, proprio da Franceschini, è stato accusato di “non partecipare alle riunioni degli organismi dirigenti”. La riunione dura 15 minuti. Molti, alla fine vanno via alla spicciolata. La tensione è alta. “Non ho firmato alcun documento” replica stizzita la ministra Valeria Fedeli lasciando l’aula della riunione. “Ma che metodo è quello di firmare prima di porre il merito in Direzione?”. Niente firma anche per Anna Rossomando, da poco eletta vicepresidente di un gruppo compatto.  Anche lei, area orlandiana, non ha firmato. “Per me non è assolutamente auspicabile che ci sia un governo Pd-5 Stelle. E’ così anche per molti altri iscritti e simpatizzanti. Ma qui il punto è come entriamo nel dibattito in corso, quali le questioni che pone il Pd e non rinunciare ad influenzare il corso degli eventi”.

La riunione in realtà dura poco più di un quarto d’ora. Come sempre è quello che viene detto margine quello che conta.  Uscite le minoranze, restano dentro Renzi e i “suoi” senatori. Il documento Guerini è la prima cosa con cui Renzi fa i conti. Quei pochi minuti lì dentro gli hanno fatto capire che le posizioni si sono molto irrigidite. “Non vorrei che qualcuno utilizzasse qualche pretesto per rompere” osserva. Tra battute sulla Fiorentina, la Juventus e la barba non fatta da qualche giorno, il tema è la fiducia a Martina su cui è già chiaro che i non renziani non rinunceranno a chiedere il voto.  “Io non ho problemi, io sono per l’unità  - sono le sue parole riferite da testimoni - però dipende da quale sarà la sua linea”. Il dubbio generale è che “il rafforzamento del segretario possa diventare lo strumento per creare una nuova maggioranza nei gruppi”.

Guerra di numeri

L’ex segretario avrebbe definito “un bluff” i conteggi che i non renziani fanno circolare in queste ore sui rapporti di forza in Direzione. La maggioranza c’è, ancora. Su 209 esponenti, Renzi ne aveva il 70% contro il 20% di Orlando e il 10% di Emiliano. In quel 70 per cento (150 persone) erano compresi anche Franceschini, Martina e Veltroni, circa trenta persone che ora sembrano passate all’opposizione.  I numeri, se confermati, parlano di un forte ridimensionamento dell’area renziana. Se oggi la Direzione arriverà alla conta, l’egemonia di Renzi uscirebbe indebolita. Per le opposizioni sarebbe l’inizio della sua fine.

“Ma io non capisco - avrebbe aggiunto Renzi - come si possa pensare ad un accordo di governo con i Cinque Stelle”.  Il documento di Guerini, a ben vederlo, contiene un No deciso ai governi Salvini o Di Maio.Ma non dice una parola l’eventuale tavolo di confronto. E questo è certamente la mano tesa dei renziani rispetto alla linea del segretario.  “In ogni caso - insiste - è pazzesca la pretesa che io non possa più dire la mia. Credono che da senatore possa smettere di dire quello che penso?”. Un’altra cosa pazzesca è che “da due mesi si parli solo di me e non del fatto che due forze politiche che hanno vinto non sono in grado di dare un governo al Paese”. O di tutto il resto che accade in Europa e nel mondo e che ci vede protagonisti come i soggetti di “Aspettando Godot”.

Un secondo documento

Nel primo pomeriggio è dunque chiaro che la tregua offerta da Guerini è stata intesa come un atto di forza contro le minoranze. “Serve unità nella chiarezza” riferisce una persona che fa capo all’area Martina. “Perchè - ad esempio - chiedere unità dopo che hai delegittimato chi sta gestendo collegialmente questa fase, è come prendere in giro ancora una volta tutti quasi i tuoi”.  Così, mentre l’ala renziana fa rimbalzare il successo della sua iniziativa, le minoranze diffondono la voce che “sia già pronto l’odg da votare in direzione”. E’ muro contro muro.

La controprova

Per i non renziani (una vasta area che mette  insieme franceschiniani, orlandiani, governisti e altri) i No alla linea indicata dall'ex segretario hanno la maggioranza in Direzione ed è per questo, per scongiurare una  sconfitta, che sarebbe nato il documento Guerini. A spingere per la resa dei conti sono i franceschiniani e gli orlandiani.

“Domani serve un voto, e chiarezza”, dice Gianni Cuperlo. “Mai visto un documento che fa la conta chiedere di non farla” il sarcasmo di Orlando. Per Franceschini “l'unità si può costruire facilmente ma partendo da un voto esplicito di fiducia della Direzione al segretario reggente, atto minimo ma indispensabile per dargli la forza di gestire una fase così difficile, sino all'Assemblea o al Congresso, vedremo. E sono certo che Renzi, che ha a cuore come tutti noi l'unità del Pd, sarà il primo a votare la fiducia al suo ex vicesegretario”. Siamo sempre lì: cosa vuol dire fiducia a Martina? Su cosa chiede la fiducia Martina?

Mettendoci il carico, i renziani fanno trapelare che la convocazione dell'Assemblea e l'avvio del percorso congressuale non è più rinviabile e dovrà essere deciso domani in Direzione: “Martina non è adatto a gestire questa fase”. Pronti i candidati renziani alla segreteria come Guerini e Ettore Rosato e la data dell'Assembla, subito: a metà maggio.

La enews

La tensione resta alta per tutta la giornata. In serata Renzi lancia la sua enews. Spiega: “Ho invitato tutti gli amici del Pd all’unità anche in vista della direzione di domani. Abbiamo preparato e firmato un documento molto sobrio per evitare polemiche inutili”. Insiste: “Non capisco tutte queste polemiche: ho fatto una sola intervista in due mesi in cui ribadisco la linea ufficiale scelta dal Pd in direzione: non è possibile per noi votare la fiducia al governo Di Maio. Ripeterlo non si tratta di una ripicca ma è il rispetto per chi ci ha votato”. Si stupisce “del nuovo bipolarismo secondo Piero Fassino” che lascia intendere un accordo nei fatti Pd-5 Stelle. I pontieri, Guerini e Delrio, lavorano fino a sera, e anche stamani, per stamani per sminare un terreno che questa volta, però, non è stato armato da Renzi. L'ipotesi a cui stanno lavorando i pontieri di una parte dell’altra è un Odg - quindi un terzo documento - che richiami in parte il documento Guerini (il punto 3, quello più condiviso) e indichi una data per l’Assemblea. “Se il discorso di Martina domani in Direzione avesse toni condivisibili, si potrebbe chiudere così. Di fatto, anche senza esplicitarlo, sarebbe l'ok al reggente. Fino all'Assemblea. Come, del resto, si è sempre  detto” spiega un big che sta lavorando alla mediazione.

A meno che qualcuno voglia “utilizzare pretesti per rompere”. E tentare capovolgimenti in Direzione. Come è già successo negli anni recenti almeno altre due volte.