Crimi è tornato e rivendica i "pieni poteri" nella guida dell’M5S. Ritratto di un "reggente" finto bonario

Di sicuro il successore di Di Maio giocherà il suo ruolo con ambizione nella guerra interna al Movimento

Crimi è tornato e rivendica i 'pieni poteri' nella guida dell’M5S. Ritratto di un 'reggente' finto bonario

Ieri sera Vito Crimi, in teoria solo reggente pro tempore del Movimento, ha chiuso la campagna elettorale dell’M5S a Cesena, insieme al candidato più sfortunato della storia pentastellata, quel Simone Benini che, nella gara a candidato governatore dell’Emilia-Romagna, si è trovato come vaso di coccio tra due vasi di ferro (la Borgonzoni di Salvini e Bonaccini di Zingaretti). Reggente, sì, ma in prima linea, petto in fuori e sprezzo del pericolo davanti a una sconfitta che rischia di assumere i toni della disfatta. 

Il ‘reggente’ è già in prima linea e ci ha già preso gusto 

Sempre ieri ha dispensato perle della sua saggezza antica, e – se non fosse un ex impiegato statale – contadina. “Le regionali? Non avranno alcun impatto sul governo. siamo pronti a lavorare e proseguiremo con il cronoprogramma”, assicura benevolo, come se ci credesse per davvero (il governo, fino alle regionali, ha deciso di non fare nulla di nulla tanto teme quel voto) e aggiunge anche che “abbiamo già iniziato ad abolire il cuneo fiscale” come se un tema così enorme, e costoso, si facesse per decreto in un giorno: “16 milioni di italiani avranno più soldi in busta paga”, promette dal palco di Cesena neanche fosse Berlusconi. Poi, naturalmente, per il futuro del Movimento, “la discussione sui nomi” è bandita: “Il Movimento sta crescendo, sta riorganizzando se stesso, questo conta, non importa chi ci sarà dopo”, ma rispondendo a una domanda sulla possibilità che ci possa essere anche lui, nel ‘dopo’. Perché no, in fondo? Vito Crimi è fatto così: fintamente bonario, fintamente modesto, del genere ‘sono Cincinnato’ o ‘non suum dignus’, attendeva la sua occasione da tempo. E ora, complice il passo indietro di Di Maio (dimissioni vere? Dimissioni finte? Si vedrà, ma pare voglia tornare), che si dimette da capo politico del Movimento, tocca a lui. 

Crimi già rivendica i “pieni poteri” nel Movimento 

Tanto che, in un’intervista a piena pagina del Corriere della Sera di ieri, arriva ad evocare i ‘pieni poteri’ di Salvini: “Non ci poniamo il problema dei tempi o dei poteri, ma di guidare il M5S nella riorganizzazione. In ogni caso, da capo politico ho tutti i poteri previsti dallo Statuto”. Statuto che, in realtà, dice altro: il reggente, individuato nel membro più anziano del Comitato di garanzia (formato da tre persone: lui, Roberta Lombardi e Giancarlo Cancelleri, il siciliano), dovrebbe dare vita a immediate (entro 30 giorni al massimo) votazioni su Rousseau per individuare il nuovo capo politico e di certo non potrebbe candidarsi lui, alla carica, ma la democrazia dal basso può aspettare, per ora. Ci sono gli Stati generali da celebrare, una guerra interna sfibrante che va avanti da mesi da far decantare e sbollire, una marea di nodi politici, dentro il governo, da sciogliere, una batteria di partenza per la nuova leadership che non è ancora chiaro chi vedrà in pole position per la gara finale. Meglio procrastinare, rinviare a dopo gli Stati generali, quando ci si sarà chiariti anche sul ‘dove’ andare e non solo sul ‘con chi’, anche a costo di forzare l’inviolabile Statuto. 

Ego e ambizioni, sotto una patina di bonarietà, sono alte 

Crimi, però, ci ha preso gusto. Affronta la missione con il senso della ‘sfida’ ma soprattutto con ego e ambizioni sfrenate, smisurate: “sento una grossa responsabilità. Ho avuto tantissimi attestati di stima, attivisti e colleghi si sentono rassicurati. Mi dicono che sono la persona giusta per condurre il Movimento in questo momento di crescita, anche alla luce della mia esperienza”. Fa pure un po’ ridere l’auto-considerazione che Crimi ha di se stesso, ma tant’è, questo è il materiale umano con cui ha a che fare l’M5S. Crimi, nella parte del traghettatore che potrebbe diventare condottiere si trova benissimo: “Non farò alcuno strappo, lavorerò in continuità con il percorso individuato da Luigi. Non sono mai stato conflittuale, ma sempre di leale confronto e collaborazione”. Certo, come no. Come quando – esaurito il governo gialloverde in cui Crimi brillava per odio rivolto ai giornalisti in qualità di sottosegretario all’Editoria (“Gerarca minore” lo definì il mai troppo compianto ex direttore di Radio radicale, Massimo Bordin), creando solo scompensi e sfracelli – Crimi fece il diavolo a quattro per restare anche dentro il governo giallorosso, parlando con tutti, smuovendo le coscienze di tutti, da Grillo (di cui è un fedelissimo della prima ora) a Casaleggio ma ottenendo solo un posto di secondo piano al Viminale, quello di viceministro agli Interni, ad oggi senza deleghe. 

Giubilato da sottosegretario, è tornato da viceministro ma senza deleghe e c’è chi si ricorda i suoi forti lamenti… 

E ancora se lo ricordano, nei corridoi di palazzo Montecitorio, il povero Crimi che si sfogava e scuoteva la testa sconsolato, solo pochi mesi fa, perché la Lamorgese non gli affidava e non gli affida le deleghe (non si fida di un pasticcione come lui: si può, povera donna, biasimarla?), Solo che questa impuntatura, a cascata, comporta che non vengono date le deleghe ben più cruciali al Mef come al Mise, ministeri economici delicatissimi, e la ‘colpa’ originaria è di Crimi che nessuno voleva dentro il Viminale anche perché ha chiesto le deleghe più pesanti e delicate, quelle sulle forze di polizia, quelle che contano e pesano. “Perché non mi dà le deleghe, la Lamorgese, cosa le ho fatto?” si lamentava, tenendosi il capo, il povero Crimi, finito dall’altare alla polvere, ma oggi tornato agli altari. 

Il palermitano emigrato a Brescia che votava di tutto 

Vito Crimi viene da Palermo, quartiere Brancaccio, classe 1972, una prima moglie, un figlio, una seconda moglie, compagna di partito, su cui torneremo, da cui ha avuto un altro figlio, ha un ex impiego statale e una pelata triste sui capelli, oltre alla barba rada e una leggera pinguetudine. Emigrato a Brescia – e forse per questo triste come tutti i meridionali emigrati – nell’anno 2000 per un lavoro modesto (impiegato in qualità di assistente giudiziario alla Corte d’Appello) anche perché, dopo il diploma, la laurea non è mai arrivata, Crimi politicamente aveva le idee confuse (ha votato An come Rifondazione, l’Italia dei Valori come il Pds), ma la sua fortuna è stata di essere rimasto folgorato sulla strada del Movimento delle origini. 

La folgorazione per il Movimento e l’elezione a senatore 

Nel 2007 si iscrive al Meetup “Amici di Beppe Grillo” di Brescia, nel 2010 è già il candidato alle regionali lombarde del Movimento (ottenendo il 3%) e alle politiche del 2013 diventa senatore, eletto in Lombardia, grazie al primo grande exploit dei 5Stelle alle elezioni. Rieletto alle Politiche del 2018, quando la stella di Di Maio è già salita e ha fatto piazza pulita di tutta la vecchia guardia del Movimento, Crimi ha sempre avuto il gusto di stare sotto i riflettori. Come l’altra volta, all’esordio, dopo le elezioni del 2013, quando – insieme a Roberta Lombardi – si divertì ad angariare il povero Bersani che voleva fare il governo con loro non potendolo fare con nessun altro, ma loro due – allora su diretto e ferreo mandato di Grillo e Casaleggio – dissero il loro ‘niet’ in diretta streaming, presero in giro l’allora segretario del Pd (“Ma che stiamo a Ballarò?!” la famosa frase, in romanesco, della Lombardi) e lui, Crimi, visse il suo quarto d’ora di celebrità, anche se durò poco, dicendo con tono grave a Bersani “non ci fidiamo di voi”. 

Il momento di celebrità contro Bersani e il lento declino 

“E’ uno dei pilastri del Movimento” dicono i suoi sostenitori, “non a caso è stato scelto come membro del comitato di garanzia”. “E’ cattivo dentro, fintamente gentile, un coniglio mannaro” dicono i suoi detrattori. I giornalisti hanno avuto modo più volte di assaggiare la sua scure, la sua ira funesta: “”un branco di deficienti e puttane che non vogliono lavorare, io li odio” disse, intercettato al telefono mentre era in treno, della categoria, i giornalisti, che doveva ‘gestire’ e trattare, in teoria con rispetto, in qualità di sottosegretario all’Editoria (e a molto altro) nel I governo Conte. Gli enti della categoria (Ordine, Fnsi, associazioni varie) andarono alla guerra, Crimi tagliò i rubinetti del denaro con un particolare odio discriminatorio verso le voci più libere e originali del panorama editoriale: il quotidiano il manifesto e Radio radicale, il cui direttore Bonin gli affibbiò l’icastica e perfida definizione di “gerarca minore” (e il disprezzo che trasuda nel ‘minore’): Crimi li stava portando entrambi sull’orlo della chiusura.  

Il ‘gerarca minore’ che, nel privato, è un orsacchiotto… 

Protagonista di innumerevoli gaffes, fuori onda e simili, Crimi, nella vita privata, pare sia un orsacchiotto mansueto, innamorato perso e felice: è fidanzato con la deputata del Movimento 5 Stelle Paola Carinelli, con cui ha avuto un secondo figlio, dopo il primo, a cementare la loro unione. Fidanzata che l’altro ieri, con il ‘cadavere’ di Di Maio ancora caldo, le lacrime ancora bagnate (si fa per dire) di tutti i presenti alla cerimonia degli addii, subito twitta “Nessuno conosce il Movimento meglio di te, amore mio. Ci saprai guidare in questo momento di passaggio. Oggi più che mai, in alto i cuori”. E certo, l’amore conta, nella vita, ma non è tutto. Conta anche saper comandare, in politica, soprattutto, e dunque Crimi ora mostra il pugno di ferro. Subito dopo l’investitura annuncia che “è il momento di essere più uniti, umili, disponibili e decisi che mai”. Ecco, sull’unità (interna) si nutrono dubbi, ma sull’umiltà non ce ne sono: Crimi non è umile, si sente un protagonista e vuole tornare a dettare legge come faceva già un tempo. 

Le prime decisioni di Crimi già sono in controtendenza 

Ieri, per dire, ha preso tempo sulle sanzioni ai parlamentari non in regola con le restituzioni mentre Di Maio voleva procedere spedito e con la mannaia, ma forse perché Crimi non vuole farsi bollare come leader (ops, reggente) del Movimento che subisce nuove emorragie di parlamentari. Poi, appunto, mentre molti – se non tutti – contestavano a Di Maio gerarchizzazione e verticismo nella sua gestione, ecco che Crimi si mette in scia, rivendica i suoi pieni poteri. Inoltre, mentre l’ala che si va coagulando intorno al ministro Patuanelli e quella degli ortodossi vicina a Fico vuole aprire al Pd e al centrosinistra, Crimi non ci pensa nemmeno: ontologicamente distinto e distante dal Pd versione Bersani-Zingaretti, vorrebbe, invece, tornare a destra, in questo più vicino a Di Maio e a Di Battista. Di certo, per Conte, che non lo ama, Crimi sarà un osso duro. 

Il futuro del Movimento si deciderà agli Stati generali 

Ma è il futuro stesso del Movimento che è incerto, sospeso come nel vuoto. Il passo indietro di Di Maio, si sa, è finto. Non vede l’ora di tornare, magari in ticket con Appendino, e suonare la carica dei suoi per la linea ‘ago della bilancia’ (né con il centrodestra né con il centrosinistra ma con chi ci sta, pur di tornare al governo anche la prossima volta…), Di Maio, e sta solo riorganizzando le truppe in vista degli Stati generali di metà marzo quando si capirà chi sta con chi, le truppe in campo e le varie candidature per la futura leadership che dovranno passare per il voto su Rousseau. Sul capo politico unico (o al massimo la diarchia) Di Maio non vuole cedere: nessun organismo collegiale. Patuanelli, gli altri ministri, Fico, la Taverna e la Lombardi, quasi tutti i parlamentari, invece, proprio questo vogliono: organismo direttivo collegiale (cambiando lo Statuto) e rinnovo dell’alleanza con il Pd fino a renderla ‘organica’. Sarebbe una rivoluzione per l’M5S, come pure se tornasse in pista il battitore libero Di Battista, oggi vicino alla Lega, che tutti dicono stia per lanciarsi alla guida del Movimento. 

Anche Crimi giocherà il suo ruolo nella battaglia interna 

E Crimi? Vicino, storicamente, a Grillo (che vuole il leader unico ma vuole anche l’alleanza organica col centrosinistra) come a Casaleggio (fermo al primo punto, non al secondo), di sicuro più in sintonia con Di Maio, che pure lo aveva messo da parte, che con l’ala dei pentastellati ‘progressisti’, più a suo agio con la Lega che col Pd, più avvoltoio che aquila, ma anche più jena che volpe, è diventato leader pro tempore per sbaglio (e per demeriti altrui, cioè di Di Maio) ma ora vuole giocarsi la sua partita e contare nel futuro. Il suo sguardo finto bonaccione non inganni: Crimi è tornato.