[il caso] Ritorno a scuola, tredici mesi passati invano. Il grido di presidi e docenti: “Non siamo pronti”

I problemi sono quelli di sempre: distanziamenti, aule, tracciamenti, trasporti. I sindacati i primi a sollevare dubbi. Cosa hanno fatto in tutti questi mesi? Ecco i numeri. Intanto è già scontro con Emiliano che ha firmato una ordinanza che va contro l’indirizzo del governo

Foto Ansa
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Tredici mesi e venti giorni dopo la scuola non è ancora pronta a riportare in classe al 100% i suoi alunni. Che sono i suoi azionisti di maggioranza. La propria ragion d’essere. Un mese fa il premier Draghi aveva già detto che il governo avrebbe “investito il proprio tesoretto di miglioramenti nella lotta alla pandemia per far tornare in classe i ragazzi”. Fece una promessa: “Faremo di tutto perchè possano vivere almeno l’ultimo mese dell’anno in classe, tra i loro coetanei per provare a riprendersi quello che è stato loro tolto in questo anno”. Ci siamo, il 26 aprile la scuola, tutta, tornerà in presenza. Al cento per cento. Con tutte le precauzioni e gli accorgimenti del caso. Quella lista di regole che in questi tredici mesi sono stati scritte e simulate in protocolli, vertici e riunioni. E però nulla è pronto. A parte le fin troppo facili battute sui banchi a rotelle, i problemi sono gli stessi di settembre, di dicembre e poi gennaio e febbraio quando nei fatti gli oltre ottomila istituti di ogni ordine e grado sono stati chiusi di nuovo. Mezzi pubblici insufficienti, classi troppo piccole, nessun sistema di tracciamento sperimentato. Come se qualcuno in questi mesi avesse scommesso sulla non ripartenza dell’anno scolastico. Il premier lo ha annunciato venerdì in conferenza stampa. Ieri, lunedì, si sono levati dubbi, perplessità, appelli che già si erano affacciati nel fine settimana: “Non ce la possiamo fare, è un grosso rischio, torneranno i contagi” hanno obiettato presidi e docenti. Ma un paese che investe sul proprio futuro e la propria gioventù non può riaprire i ristoranti e tenere chiuse le scuole. Sarebbe uno schiaffo imperdonabile.

Una nuova cabina di regia

Oggi (ore 17) è convocata una nuova cabina di regia Governo-Regioni per decidere su mezzi di trasporto e orari scaglionati per l’ingresso a scuola. Tutto ha il terribile sapore e la rabbia delle cose già viste e sentite. E non risolte. “Da parte delle Regioni - ha spiegato il Presidente della Conferenza Stato-regioni Massimiliano Fedriga - c’è la massima disponibilità ma bisogna avere la consapevolezza che limiti fisici come la disponibilità dei mezzi e il numero delle classi non si possono superare”. Se googolate queste parole chiave le trovate pari pari a settembre e a dicembre 2020. Se ne deve dedurre che nulla è cambiato in questi mesi. Perchè probabilmente nulla è stato fatto in questi mesi. Annusata l’aria, visto che insieme ai governatori anche presidi e docenti nutrono dubbi sull’opportunità del ritorno in classe, ieri sera fonti di palazzo Chigi hanno precisato che “sul ritorno in classe il premier è il più convinto di tutti e non ci sono dubbi. Saranno intraprese tutte le possibilità, anche il modello della scuola diffusa, all’aperto, nei parchi e nei musei come già succede in Emilia Romagna”. Già ieri otto studenti su dieci sono tornati a scuola. Lunedì prossimo saranno al cento per cento.

Le riunioni al ministero

Ieri ci sono stati due tavoli al ministero di viale Trastevere, uno sui protocolli di sicurezza (che sono ancora quelli di marzo dello scorso anno e non sono mai stati aggiornati) e uno sul reclutamento degli insegnanti. Oggi si riunirà il Cts per dare risposte al quesito che il ministero dell'Istruzione ha posto a quello della Salute: se e come irrigidire il protocollo in funzione delle varianti. Alle 17 sarà la volta del tavolo Governo-Regioni, con Upi e Anci. Per sindacati e presidi il Paese non è pronto. Dopo tredici mesi di preparativi. Come se qualcuno avesse scommesso sul fatto che la scuola non avrebbe più riaperto. Il ministro Patrizio Bianchi, che ai tempi dell’Azzolina guidava la task force riaperture del ministero, ha subito stoppato una deriva di dichiarazioni a senso unico. Sulla data del 26, ha precisato, c'è stata “un’azione parlamentare che ha impegnato tutti i gruppi nella comune volontà di riaprire in presenza”. Vuole essere un “segno importante”: “La scuola prima e non ultima. E’ un’indicazione politica che diamo a tutta la nazione”. Della serie: toglietevi dalla testa di rinviare e di non farlo. “I problemi ci sono, ma li affronteremo. Non siamo né ciechi né astratti, siamo gente che lavora”.

Presidi e sindacati, i primi a dire no

Il fatto è che mentre il ministro parlava, ieri pomeriggio, dai Tavoli riuniti uscivano più No che Sì. Più mugugni che parole positive sulla riapertura di lunedì prossimo. A cominciare dal numero 1 dei presidi (Anp) Antonello Giannelli. “Tornare a scuola al 100% è l’auspicio di tutti ma restano sul tappeto tanti nodi irrisolti cui dobbiamo porre rimedio”. Prima di tutto i vaccini visto che “solo il 75% del personale scolastico ha avuto la prima dose”. E poi i trasporti, il tracciamento, il distanziamento nelle aule - “gli spazi nel frattempo non si sono allargati da soli” - nelle scuole in cui è difficile reperirne di nuove. “Alla luce delle varianti del virus, poiché i protocolli sono quelli di un anno fa - ha aggiunto - dobbiamo aggiornarli e garantire un tracciamento rapido in caso di contagio o con funzione preventiva”. Ok ad esempio ai tamponi salivari che “richiederebbero però un’organizzazione imponente e complessa”. Allo stesso tavolo hanno presentato la loro lista anche i sindacati. Indicando le emergenze. Ancora una volta quelle di sempre: mezzi di trasporto pubblici troppo affollati, scarsità di personale, interruzione della campagna vaccinale per gli insegnanti, tracciamento inesistente, mancanza di impianti di aerazione.

Un po’ di numeri

Insomma, tale e quale ad un anno fa quando di discuteva se far finire l’anno scolastico in classe almeno per qualche settimana. La domanda è d’obbligo: cosa è stato fatto in questi msi? Come e dove sono stati spesi i miliardi assegnati alla scuola - “mai così tanti” - di cui parlava la ministra Azzolina? Maddalena Gissi (Cisl scuola) cerca di mettere un po’ d’ordine tra i numeri. “In Italia abbiamo 8100 istituti, cioè le sedi giuridiche delle varie scuole, che contano nel complesso 42 mila plessi. In questi mesi sono stati spesi 461 milioni per realizzare interventi di edilizia leggera. In tutto sono stati 6318 piccoli cantieri che hanno consentito di aprire porte, finestre, cambiare infissi, alzare pareti interne per ricevere due classi da una. Dove è stato possibile, presidi e dirigenti scolastici sono intervenuti”. La ministra Azzolina aveva decantato circa ventimila cantieri e 2-3 miliardi destinati solo alla scuola. Sempre Gissi: “Io sto dicendo i numeri forniti oggi al Tavolo. Dunque quelli ufficiali. Altri 306 milioni sono stati rendicontati per altri piccoli interventi interni. Poi ci sono i 18 mila euro assegnati ad ogni istituto, altri 144 milioni per servizi sociali e sanitari, con per tracciamento e tampone”. Ora, non saranno i miliardi di cui parlava la ministra Azzolina, ma tra una voce e l’altra si arriva quasi ad un miliardo. Non è un caso se ieri il ministro Bianchi, capito l’andazzo, abbia subito messo le mani avanti con presidi e sindacati: “I soldi li avete avuti. Dunque perché non sarebbe possibile aprire?”.

Lo scontro con Emiliano

A dir la verità il primo a mettere in dubbio la volontà del premier è stato il governatore della Puglia Michele Emiliano che per l’appunto è diventato da dieci giorni vicepresidente della Conferenza Stato-regioni. Una scelta sicuramente avvalorata dal segretario dem Enrico Letta. Draghi ha creato in questi primi due mesi di buttare acqua sul fuoco nel rapporto sulle Regioni. Una volta chiarite le priorità nella somministrazione dei vaccini per evitare gli scandali di ventenni e trentenni vaccinati al posto di anziani e fragili; una volta fatto appello “alla coscienza di ciascuno” per non saltare le file; Draghi ha chiesto poi alle Regioni di marciare unite.Ad esempio sulla scuola per evitare, come è successo, che ciascuno andasse per conto proprio. Peccato che Emiliano, appena Draghi ha indicato l’obiettivo di far fare “in classe l’ultimo mese di scuola”, ha firmato un’ordinanza in cui in sostanza decidono le famiglie se i ragazzi vanno a scuola oppure no. E’ chiaro che palazzo Chigi non ha gradito una mossa che ha il sapore dell’affronto e della provocazione. Non passa inosservato che Emiliano sia tra gli esponenti di punta del partito delle vedove/orfani di Conte. Per andare sopra questa ordinanza, che finora non è stata impugnata proprio per evitare lo scontro, il decreto in arrivo a metà di questa settimana dovrà esplicitare l’obbligo della scuola in presenza in tutte le fasce, anche rosse. Intanto s’è fatto sentire Agostino Miozzo, responsabile della taskforce del ministero di viale Trastevere consigliere del ministro Bianchi (di cui è nei fatti il successore). “Il territorio deve seguire la linea del ministero - ha detto Miozzo - è sbagliato lasciare l’opzione di scelta alle famiglie”. Anche Fedriga vede più problemi che benefici. E oggi nelle riunioni chiederà bene di valutare i costi e i benefici di questa che vede ancora come “una forzatura”. Nelle condizioni date - e cioè senza aver fatto praticamente nulla di quelle cose decise da tempo - il rischio che i contagi possano ripartire è molto alto. Propone “il tampone salivare che sarebbe di grande aiuto ma al momento non praticabile”. E poi lo scaglionamento degli orari di ingresso e uscita, ma anche di ragionare meglio sulla modulazione delle percentuali in presenza. Di certo, ha precisato Fedriga, “bisogna raccontare la verità, dire dove si può arrivare e dove no”.

Le scommesse al ribasso sulle scuola

Ecco, la verità è che si è chiacchierato molto ma fatto molto poco. Nulla sui doppi e anche tripli turni. “Non ci sono risorse per i docenti” chiarisce Gissi. E nulla sul ripensamento degli orari che sarebbe stata la soluzione di tante cose. E nulla sul trasporto pubblico dove sarebbe semplice per le amministrazioni locali intervenire sui dipendenti delle municipalizzate e convincerli a fare servizio di assistenza alle fermate e sui bus per limitare gli ingressi. In fondo si tratta di dipendenti pubblici che in questo anno hanno preso regolarmente lo stipendio, non hanno fatto un’ora di cassa integrazione e spesso hanno lavorato a ritmi assai ridotti. Molti, troppi, hanno scommesso sulle scuole chiuse per tutto l’anno. Il presidente Draghi toccherà oggi con mano, proprio sulla scuola, quanto debba essere riformato questo Paese. Cosa sia la burocrazia. E quante croste debbano essere tolte prima di arrivare alla materia viva.