[L’analisi] Salvini vuole togliere 5 miliardi alla accoglienza ai migranti e gli sconti di pena agli stupratori. Ma attento, il Viminale è una cristalleria

Non serve entrarci con la leggerezza di un elefante. I vecchi ministri dell’Interno saggi, amavano ricordare che il Viminale è il ministero dei diritti civili e dei doveri. Che ci sono duecentomila uomini che devono garantire la sicurezza e la legalità del paese ma che ci sono anche funzionari straordinari e corpi specializzati che si occupano di garantire i diritti dei cittadini. Anche quelli stranieri.

Salvini rischio viminale

Nella vulgata leghista popolare, il nuovo governo dovrà cacciare i clandestini e impedire nuovi sbarchi. Insomma, rendere impossibile e infelice la vita dei migranti nel nostro Paese.

Non ha ancora giurato al Quirinale, e già l’eco delle sue posizioni arriva al Viminale. Ieri sera in un comizio “dalle sue parti” il futuro ministro dell’Interno, Matteo Salvini, ha rassicurato le sue genti: «Ho parlato con il ministro della economia e gli ho detto che cinque miliardi per l’accoglienza sono un po’ troppi».

E, seconda anticipazione del programma del suo ministero per garantire La sicurezza, ha chiarito: «Basta con gli sconti di pena per assassini pedofili e stupratori». 

Chissà se Matteo Salvini in questa irrituale coabitazione tra ministro dell’Interno e leader del Carroccio saprà cambiare registro, convincersi che la campagna elettorale è finita e che si devono abbassare i toni e lavorare. 

Perché il Viminale è come una cristalleria e non serve entrarci con la leggerezza di un elefante. I vecchi ministri dell’Interno saggi, amavano ricordare che il Viminale è il ministero dei diritti civili e dei doveri. Che ci sono duecentomila uomini che devono garantire la sicurezza e la legalità del paese ma che ci sono anche funzionari straordinari e corpi specializzati che si occupano di garantire i diritti dei cittadini. Anche quelli stranieri.

Il buon senso e la prassi impongono che il ministro dell’Interno come quello della Giustizia non svolgano funzioni dirigenti politiche. Ieri sera, per esempio, Salvini da ministro dell’Interno doveva sapere che stava invadendo il campo del ministro di Giustizia nel momento in cui formulava proposte di modifica del codice penale e di procedura. Occupandosi di sicurezza e giustizia, il nuovo responsabile del Viminale e il Guardasigilli dovrebbero favorire la loro terzietà nell’adempiere al nuovo incarico.

In questi mesi di Marco Minniti ministro dell’Interno, molti fascicoli aperti nell’agenda dei lavori del Viminale sono stati affrontati e risolti.

Innanzitutto l’immigrazione, che con una energica razionalizzazione delle procedure e dei mezzi di salvataggio e con una intesa con il governo di Tripoli ha visto in poco meno di un anno quasi azzerare il numero degli sbarchi dalla Libia. Quelli che arrivano ancora oggi, in gran parte salpano dalla Tunisia.

Il timore, per dirla chiaramente, è che con Salvini cambi il rapporto con la Libia, nel senso che i libici scelgano di avere un rapporto privilegiato con i francesi al posto degli italiani. Un’avvisaglia l’abbiamo avuta con il vertice di Macron a Parigi con i leader libici, dal presidente Serraj al generale Haftar. Poco importa se, come sembra, i diversi leader non hanno raggiunto una intesa soddisfacente, quello che conta è che Macron ha sostituito gli italiani in quel prezioso ruolo di mediatori.

Queste avvisaglie dovrebbero far scattare un allarme. I libici non si fidano di questo governo la cui presenza leghista lo caratterizza per l’anti islam. Anche se la Libia è cambiata, la maglietta anti islam dell’allora dirigente del Carroccio Roberto Calderoli provocò diversi morti a Bengasi.

Dunque, in assenza di sbarchi e di minacce di respingimenti in mare, che pure con il leghista Roberto Maroni al Viminale, fu una strada percorsa e sonoramente bocciata dalla Corte europea dei diritti umani, sembra di capire che la linea Maginot leghista è rappresentata oggi dal tagliare i fondi per l’accoglienza dei duecentomila migranti ospitati in Italia.

Bisogna aspettare perché siamo abituati a una politica gridata che dovrà fare i conti con il governo reale del Paese.

E naturalmente le posizioni estremistiche sull’Islam possono non aiutare la politica dell’ascolto che non contraddice la rete di prevenzione e repressione che in questi anni ha punto centinaia di estremisti radicali che facevano proselitismo per la jihad o su internet sostenevano e inneggiavano alla Guerra Santa.

C’è un terzo filone che potrebbe risentire di un cambio di clima ai vertici del Viminale, ed è quello sulla violenza politica, l’ordine pubblico e anche il terrorismo di casa nostra. 

Da tempo gli apparati di sicurezza  e intelligence monitorano ambienti radicali di sinistra ma anche della destra. Con molta cautela gli scenari che si ipotizzano hanno anche la variabile di una ulteriore radicalizzazione con nuove forme di terrorismo, a destra come a sinistra. E bisognerà tenerne conto.