[Il caso] Il Parlamento in ferie tra voci di rimpasto, telefonate, pressing Pd sulla legge elettorale e ricatti su referendum

Il segretario dem Nicola Zingaretti chiama il ministro dell’Interno per spazzare via le voci sul suo arrivo al Viminale. Telefonate, però smentite, anche tra Di Maio e Salvini. L’accordo: ok al rimpasto ma dopo le regionali. I grillini lo volevano adesso per risolvere problemi di vendette interne, come quella sullo Sport e contro Spadafora. Il piano di Lamorgese sull’immigrazione tra navi quarantena e rimpatri. L’appello, tutto da ascoltare, del presidente tunisino 

Zingaretti e Di Maio
Zingaretti e Di Maio

I deputati si salutano. La Camera chiude, se ne riparla il primo settembre al netto di qualche convocazione per le Commissioni economiche che dovranno lavorare comunque su decreto Semplificazioni (sarà incardinato al Senato il 18 agosto) e sugli ulteriori 25 miliardi del decreto Agosto (sono in corso lunghi vertici di maggioranza a palazzo Chigi e il cdm previsto oggi slitta forse a domani). Occorre osservare i 5 Stelle: un anno fa, in queste ore, si facevano festose foto di gruppo intorno alla fontana nel cortile della Camera, tipo compagni di classe all’ultimo giorno di scuola. Poi, due giorni dopo, saltò il governo, hanno rischiato di tornare tutti a casa. Meglio quindi non ripetere certi riti.

La spallata estiva a cui tanto hanno lavorato Salvini e Meloni non è più argomento all’ordine del giorno. I tormenti estivi riguardano per lo più la maggioranza. La parola chiave è rimpasto (di governo). Con alcune varianti: ricambio alla guida del Movimento; ridimensionamento dei pesi interni alla squadra di governo. Una cosa sola sembra intoccabile: Giuseppe Conte che per fortuna o per capacità indossa i panni dell’astuto navigatore che viaggia nutrendosi dei limiti e delle insicurezze della sua maggioranza in balia degli eventi.

Il rimpasto

I 5 Stelle accusano il Pd di “aver preso il sopravvento” e la prova sarebbe la perdita di peso del Movimento nelle Commissioni (orizzonte un po’ limitato). Il Pd, al contrario, chiede a Conte la prova del cambio di passo nel definire priorità e contenuti dell’agenda: Mes, decreti sicurezza da cambiare e ripensare in un unico decreto immigrazione, legge elettorale, sono tanti e troppi i dossier rinviati e invece urgenti. Il Pd sta montando una campagna d’agosto sulla legge elettorale che ha sicuramente un peso istituzionale ma di non immediata comprensione. Il capogruppo Delrio ha fatto baluginare come arma di ricatto la libertà di coscienza per il referendum che taglia un terzo dei parlamentari. E che è l’indiscussa bandiera 5 Stelle. Ecco, così sta messa la maggioranza mentre il pil crolla del 12 per cento nonostante un bel rimbalzo del 15%, i disoccupati aumentano e chissà cosa succede quando sarà tolto il blocco ai licenziamenti.  Proprio su questa data, ottobre o dicembre, la maggioranza discute da ore a palazzo Chigi, sindacati che dicono dicembre, Confindustria che dice ottobre. In maggioranza Pd e Iv da una parte, M5s e Leu dall’altra. Il segretario della Cgil Landini ha pure minacciato lo sciopero generale. Una cosa è certa: dopo le regionali cambierà sicuramente qualcosa. I risultati decideranno la golden share della maggioranza per uscire dallo stallo e iniziare a fare. E quindi anche un rimpasto nella squadra di governo giudicato “inevitabile” nei conversari Pd, “in ogni caso”: vittoria, cioè 4-2 per il centrosinistra (oggi governa in quattro delle sei regioni al voto, di pareggio e di un ribaltamento 4-2 per il centrodestra”. Il Movimento non ha voluto alleanze strutturali col Pd (tranne in Liguria) e i voti delle singole liste saranno finalmente un termometro reale della situazione.

Quattro caselle nel mirino

Da tempo le caselle di governo che ballano sono Scuola (“sarà il 14 settembre, inizio dell’anno scolastico, ben più del 20 settembre il giorno della verità” dice una fonte dem, ndr) dove alla ministra Azzolina potrebbe non bastare più la rete protettiva di Luigi Di Maio. Conte, per limitarne l’esposizionei, l’ha affiancata con il commissario straordinario Arcuri. Balla anche il Lavoro dove la ministra Nunzia Catalfo, “mamma” della legge sul reddito di cittadinanza, sconta due colpe: è “responsabile” per il fallimento totale dei navigator, quelli assunti per trovare lavoro ai disoccupati e in questo momento così difficile per il lavoro è giudicata “troppo vicina i sindacati” e “rigida” rispetto ad una nuova flessibilità necessaria nel mondo che dovrà convivere col covid.  All’Innovazione Paola Pisano potrebbe dover rendere conto del totale fallimento della app Immuni. Al Mit qualche problema ce lo ha anche Paola De Micheli, sicuramente forte dell’appoggio di Zingaretti ma costretta a fare i conti con gaffe in serie, smentite in diretta e lo stallo dei dossier. Su Autostrade, ad esempio, nonostante i proclami non è stato chiuso ancora nulla. La gestione di Alitalia lascia molte perplessità (“tre miliardi buttati senza neppure un piano industriale”). Qualcuno, soprattutto fonti Pd, ha voluto mettere in giro da un paio di mesi che anche la ministra Lamorgese, titolare dell’Interno, potrebbe essere sacrificata per fare posto al segretario dem Zingaretti, non è ben chiaro se uscente o dimissionario o in carica. 

Le telefonate 

I rumours si sono infittiti fino a ieri quando lo stesso Zingaretti ha chiamato il ministro Lamorgese. Una cordialissima e anche spiritosa telefonata in cui il segretario ha confermato al prefetto “tutto l’appoggio per l’eccellente lavoro che sta facendo al Viminale” e nell’occasione l’ha rassicurata sul fatto che “non c’è alcuna manovra da parte del Pd per sostituire il ministro dell’Interno”. Dallo staff del segretario è poi arrivato il seguente commento: “E adesso speriamo di aver chiuso una volta per tutte questo infondato tormentone agostano”. Tormentone che nasce dal fatto che è difficile fare il segretario di un partito che governa in una coalizione “senza essere né al governo né in Parlamento”. Sacrificare un ministro tecnico riserva della Repubblica deve essere così sembrata la soluzione più semplice.

Queste telefonate in realtà non smentiscono mai nulla. Le smentite, per cui Lamorgese continuerà a fare il difficile mestiere del ministro del’Interno, arrivano da fatti oggettivi. Dopo l’ubriacatura Salvini, è stato deciso di abbassare i toni del Viminale con una figura tecnica: non avrebbe senso e neppure interesse rimandarci un politico. La misura, il modo di fare (offrire soluzioni prima che polemiche) ma anche la determinazione, figlie di chi conosce la macchina dell’amministrazione, del prefetto Lamorgese hanno un ottimo riscontro in Europa. Qualcuno aggiunge anche che “toccare Lamorgese vorrebbe dire toccare il Capo dello Stato”, impossibile. Soprattutto il ministro sta facendo, in silenzio e da settimane, tutto ciò che è possibile fare. Da soli. Dal Viminale. Con il governo impegnato a fare altro. Le voci sul rimpasto al Viminale sono diventate più insistenti da quando Zingaretti ha iniziato ad incalzare Conte perchè anche sulla linea politica sull’immigrazione c’è troppa indecisione, quasi nostalgia del governo gialloverde. Figurarsi quando il premier Conte l’altro giorno se n’è uscito invocando “più rimpatri” e “linea dura”. 

Lo scontro Farnesina-Viminale

Un’uscita che non è “piaciuta” soprattutto al Viminale dove ancora devono riprendersi dall’intemerata del ministero degli Esteri Luigi di Maio. Se per il ministro dell’Interno l’emergenza barchini dalla Tunisia è un fenomeno monitorato da oltre un mese, Di Maio se ne deve essere reso conto negli ultimi giorni. Solo così, senza alcuna consapevolezza della drammatica situazione politico-economica in Tunisia, può essere “compresa” la frase: “Ho chiesto di sospendere i fondi per la Tunisia, o collaborano impedendo le partenze o tagliamo tutto”. Era il 31 luglio. Quattro giorni prima Lamorgese era stata a Tunisi, a colloquio con il presidente Kais Saied alle prese con una crisi di governo che va avanti da febbraio, con una crisi economica aggravata dal Covid (non c’è più turismo) che sta lasciando senza lavoro la classe media tunisina. Saied sta chiedendo aiuto al suo popolo e alla comunità internazionale. Domenica, in occasione del natale islamico, ha chiesto soluzioni “per creare lavoro più che per fermare gli sbarchi”, per una "diversa distribuzione del lavoro nel mondo”, per curare le cause e le conseguenze della crisi cavalcata da chi ha invece interesse a scommettere sul fallimento della democrazia tunisina.  Tutte cose che dovrebbero essere ben chiare a chi guida la Farnesina. E il governo.

Il piano del Viminale

Il ministro dell’Interno intanto fa: a Lampedusa è già arrivata una nave quarantena e 400 tunisini sono a bordo; una seconda nave dovrebbe arrivare a giorni; grazie ai buoni rapporti con il presidente tunisino, sono raddoppiati i rimpatri settimanali (160) possibili però solo dopo i quindici giorni di isolamento; si sta ragionando per un rimpatrio anche simbolico via nave con numeri grandi (500-600 persone). Certo, una goccia ripeto agli sbarchi che contano una media di 150-200 arrivi al giorno. Tutte gente a cui dobbiamo far fare la quarantena obbligatoria in strutture che possono essere sorvegliate.  Criticità al confine con la Slovenia dove funziona abbastanza l’accordo di rimpatrio se lo straniero viene trovato entro i 10 km dal confine ma i flussi via terra stanno crescendo con la bella stagione. Il ministro ha rinforzato la sorveglianza con i militari. E criticità si stanno creando anche a Ventimiglia dove si accalca chi vuole raggiungere i paesi europei.

E’ vero che i nuovi decreti sicurezza (si chiamerà “decreto immigrazione”) sono stati rinviati a dopo le regionali su volere dei 5 Stelle, un motivo in più per irritare i dem. Ma la situazione è così difficile che nessun politico può desiderare di metterci le mani.         

Anche Di Maio “telefona” a Salvini

In pressing per il rimpasto di governo anche i 5 Stelle “prima delle elezioni regionali”, per anticiparne eventuali contraccolpi e anche per dare segnali interni al Movimento sempre più diviso, frantumato in picco gruppi senza una leader.  Ne avrebbero parlato anche con Conte. Le caselle in bilico sarebbero sempre le stesse. “Ci serve per fare un po’ di ricambio interno e dare spazio a chi non ne ha avuto”. Ma la questione è stata smentita con fermezza. Come quella dei ritrovati contatti tra Di Maio e Salvini. Circola da giorni la notizia che i due si stiano sentendo e telefonando. Come ai vecchi tempi.  Anche nei momenti più difficili, hanno sempre condiviso un obiettivo: sostituire Conte a palazzo Chigi. Non è tollerabile che lui sia là, a Chigi, e loro fuori. In un modo o nell’altro allontanati.    

La campagna d’agosto

Se la gestione dell’immigrazione sarà lasciata quindi nelle mani del Viminale, il Pd farà la campagna d’agosto su altri dossier scomodi: il Mes, la legge elettorale.  

Zingaretti vuole subito tornare in pressing per incassare il primo via libera alla riforma entro il 20 settembre, election day con il referendum sul taglio dei parlamentari. Spingere per un sistema proporzionale che bilanci l'effetto ipermaggioritario del taglio dei parlamentari, è un modo per rispondere alle perplessità sul referendum che attraversano la sinistra e parte della base Pd. Tra i Dem si è costituito un comitato per il No e c'è chi pressa il segretario perchè vada allo strappo sulla riforma, dal sindaco di Bergamo Giorgio Gori all'orfiniano Francesco Verducci. “Il fronte del No al referendum si sta allargando” dicevano ieri fonti Pd al Senato.

Non aiuta il segretario un'uscita come quella del capogruppo Andrea Marcucci, che chiede di riparlare di legge elettorale solo dopo il referendum costituzionale. A quel punto, sottolinea, su un sistema proporzionale potrebbero convergere sia i renziani che Forza Italia (Renato Brunetta lo ha dichiarato più volte). Luigi Di Maio ha avviato sul tema una campagna martellante e, ribadendo la sponda al Pd sulla legge elettorale, punta il dito contro un pezzo di “opposizione” che rema contro il taglio dei parlamentari. Se un fronte più largo di Dem dovesse schierarsi per il No, potrebbero aprirsi - dice un pentastellato - problemi nella maggioranza. Il Parlamento chiude. Tutto il resto, come si vede, no.