Riforme istituzionali ed elettorali: ecco il piano. E al Senato cambia l'età degli elettori

A 18 anni si potrà votare per il Senato, ma tutti gli altri correttivi restano lettera morta. Intanto, il Pd di Letta lavora, a sua volta, su Grandi riforme ma resta l’eterno busillis della legge elettorale

(foto Ansa)
(foto Ansa)

Abbassata l’età di voto al Senato a 18 anni. Come nelle migliori tradizioni, la montagna ha – finalmente, va detto – partorito il topolino. Ieri, infatti, nell’aula della Camera dei Deputati è arrivato il terzo via libera parlamentare alla riforma costituzionale che porta a 18 gli anni (dagli attuali 25) dell'elettorato attivo per il Senato. L'Aula della Camera ha approvato la riforma con 405 voti favorevoli, 5 contrari e 6 astenuti. Si tratta del secondo via libera da parte di Montecitorio. Per l'ok definitivo manca, dunque, solo l'ultimo passaggio al Senato (la sua seconda e definitiva lettura) che si dovrebbe tenere a breve, cioè entro il mese di giugno.
Un risultato che, per chi ci crede, è addirittura ‘storico’. Nella Costituzione italiana, infatti, dal primo Parlamento repubblicano, l’elettorato attivo (l’età in cui si può votare) era fissato a 18 anni per la Camera e a 25 per il Senato, mentre quello passivo – che resta esattamente così com’è – è fissato a 25 per la Camera e a 40 per il Senato.

"La norma – spiega, in punto di diritto, il deputato e costituzionalista dem Stefano Ceccanti – provoca, con qualsiasi legge elettorale si voti, una discrasia nei risultati del voto. Sono sempre possibili, cioè, maggioranze diverse, tra Camera e Senato, anche se una coalizione vince le elezioni, perché ‘ballano’ sempre 4 milioni di voti in più (alla Camera) o in meno (al Senato). In questo modo, invece, si rendono impossibili due maggioranze diverse nelle due Camere, come più volte è successo nella nostra storia repubblicana”.

Dichiarazioni di giubilo di dem e pentastellati

Naturalmente, le dichiarazioni di giubilo, di fronte al voto della Camera, si sprecano. Il dem – senatore e presidente della Prima commissione Affari costituzionali del Senato – Dario Parrini parla di “giornata importante per le riforme istituzionali in Italia. L'approvazione in prima lettura, con il sì del 90% dei votanti, dell'introduzione della tutela dall'ambiente tra i principi fondamentali della nostra Costituzione (questo è un altro voto che si è tenuto sempre ieri, ma al Senato, ndr.) e l'approvazione del voto ai 18enni anche per il Senato, avvenuta a larghissima maggioranza in seconda lettura alla Camera. Manca adesso solo l'ultimo passaggio, al Senato. Si tratta di due risultati politici di primario rilievo che rappresentano una vittoria del Parlamento e del riformismo parlamentare”.
Dal canto suo, anche il presidente della Prima commissione Affari costituzionali della Camera, Giuseppe Brescia, sostiene che “finalmente dopo quasi otto mesi di attesa la Camera sblocca la riforma per il voto dei 18enni al Senato. Una piccola rivoluzione che riguarda circa 4 milioni di under 25! Le riforme costituzionali ripartono”.

La deputata M5s Vittoria Baldino fa notare che “modifichiamo l'articolo 58 della Costituzione per dare la possibilità ai giovani di far parte ancor più attivamente alla vita politica del Paese. Dopo una stagione politica in cui i giovani sono stati bollati come schizzinosi, fannulloni e immaturi, questo è un piccolo passo che segna però una forte inversione di tendenza. Mettiamo al centro i giovani per pensare a un Paese nuovo, nella stessa giornata in cui al Senato abbiamo approvato in prima lettura la proposta di legge che introduce la tutela dell'ambiente in Costituzione”, conclude la Baldino.

Anche il ministro ai Rapporti con il Parlamento, Federico D’Incà (M5s), esulta: “La riforma consentirà di far partecipare al voto circa 4 milioni di giovani che oggi sono esclusi dall'elezione di una delle due Camere rappresentative dei cittadini. e che ci allinea agli altri Paesi europei. Il metodo è delle riforme puntuali che ha già portato alla riduzione del numero dei parlamentari lo scorso settembre”.

Senato su base regionale e delegati regionali. ‘Mini-riforme’ che non vedranno mai la luce

Il problema è che tutte le altre ‘mini-riforme’ che dovevano corredare la ‘mega-riforma’, non vedranno mai la luce. Eppure, erano state ritenute, a detta di tutte le forze politiche, riforme indispensabili, “correttivi” da introdurre subito, dopo lo – scriteriato, a opinione di chi scrive – taglio del numero dei parlamentari (diventeranno 600 alla Camera e 200 al Senato, a partire dalle prossime elezioni politiche, contro gli attuali 945: 630 alla Camera e 315 al Senato, senza toccare, peraltro, i sei senatori a vita, che resteranno tali). Una riforma, quella del taglio dei parlamentari, targata 5Stelle ed entrata in vigore nel 2017 (si tenne, contro di essa, il referendum costituzionale nel 2019, ma perso in mano modo dai proponenti), i cui correttivi inprocastinabili e ‘urgenti’ sono però rimasti ‘nella mente di Dio’. Infatti, né il superamento dell’elezione del Senato su base regionale l’abbassamento del numero dei delegati regionali (oggi sono 58) per eleggere il Capo dello Stato, vedranno la luce. Entrambe le ‘mini-riforme’ sono ferme al Senato, in prima lettura, e non fanno un passo in avanti. Il problema è che sono legate, entrambe, a problemi ‘politici’. La prima, la base regionale del Senato, è ferma perché ancora si discute se, e come, cambiare la legge elettorale e logica vuole che la definizione dei collegi discenda da essa.

La seconda, il numero dei delegati regionali, vede l’ostilità della Lega, fermamente contraria, in quanto forza storicamente ‘regionalista’, ad abbassare il numero dei rappresentanti regionali. Ergo, non se ne farà nulla. Eppure, erano state ‘vendute’, dai partiti (tutti, tranne pochi singoli) che hanno votato, per quattro volte, il taglio del numero dei parlamentari, come ‘correttivi’ necessari per accompagnare la Grande Riforma.

Il vero ‘male’: il bicameralismo perfetto

Una ‘riforma’, quella del taglio del numero dei parlamentari, che peraltro non incide in nulla nel vero problema del sistema parlamentare italiano. Quel bicameralismo ‘perfetto’ che vuole che ogni legge venga votata e approvata, anche nelle virgole, in modo conforme tra Camera e Senato, a rischio di perenne ‘navetta’, cioè di un continuo rimpallo tra le due aule parlamentari, una ‘navetta’ e un rimpallo che, potenzialmente, può andare avanti all’infinito con risultati di lungaggini e ingolfamento dei lavori parlamentari che sono, da decenni, sotto gli occhi di tutti e che fanno in modo, di fatto, che una Camere – di solito si tratta del Senato – si riduca a mero ‘passacarte’ dell’altra – di solito la Camera – perché, specie nel caso dei decreti legge del governo da convertire entro 60 giorni (pena la loro decadenza) la lentezza dell’esame e della produzione parlamentare, cozza contro i bisogni e le necessità di prendere provvedimenti urgenti.

La proposta di Martelli e altri: fondere Camera e Senato

Una soluzione, in realtà, ci sarebbe, ma molto ardita. L’ha lanciata l’ex vicesegretario del Psi, Claudio Martelli, in un’intervista al Corriere della Sera e poi in una conferenza stampa tenuta alla Camera dei Deputati dagli “Amici dell’Avanti!” (nel senso del giornale, testata gloriosa e storica del Psi che, proprio sotto la direzione di Martelli ha ripreso le pubblicazioni). Si tratta di fondere Camera e Senato in una sola assemblea legislativa composta da 600 membri e di elevare al rango costituzionale la conferenza Stato-Regioni. Sono queste le due braccia di una riforma costituzionale che è stata illustrata da Claudio Martelli, dal vice-presidente dei deputati di FI, Simone Baldelli, e dal costituzionalista Beniamino Caravita. Una riforma che vuole correggere le storture generate dalla riduzione del numero dei deputati e dei senatori, che entrerà in vigore nella prossima legislatura. “Mentre si predica per la difesa del bicameralismo - ha premesso Martelli - si razzola per togliergli ogni ragione e significato. Dopo il taglio dei parlamentari sono stati suggeriti dei rimedi. Non credo sia una questione di rattoppi o rammendi ma di prendere atto che il taglio dei parlamentari, non soltanto ha prodotto delle norme che sono in conflitto con la Costituzione, ma ha fatto venire meno la funzione stessa del bicameralismo. In una democrazia parlamentare o presidenziale, basti pensare agli Stati Uniti con le elezioni di mead term, è invece una regola che vi sia una differenziazione proprio per garantire l'indipendenza del Parlamento”. “E' quindi venuto il momento - ha continuato Martelli - di una riforma chiara, semplice, comprensibile che consiste nel passaggio al monocameralismo, fondendo Camera e Senato in un'unica assemblea legislativa. Un Parlamento forte assicurerebbe alla democrazia rappresentativa la centralità persa negli anni”.

Nel contempo, suggerisce il professor Caravita, alla conferenza Stato-Regioni, riconfigurata e modificata nella sua composizione, “verrebbe affidata la funzione centrale di risolvere i conflitti endemici tra Stato e Regioni”. La nuova conferenza Stato-Regioni, sarebbe “un'istituzione paritaria del Parlamento nazionale e degli organi regionali. Un'assemblea composta da 100 membri che dovrebbe essere formata da presidenti delle regioni, sindaci e in pari proporzione di parlamentari nazionali: sarebbe chiamata a dirimere le questioni e controversie tra i due livelli dello Stato, ma avrebbe anche la prerogativa di rinviare le leggi votate dal Parlamento, invitandolo, in caso di fondate obiezioni, a una seconda lettura”.

Il neonato intergruppo parlamentare “Amici dell'Avanti!” è formato da deputati italiani (tra loro Baldelli, Magi, Costa) ed europei e senatori e coadiuvato dai costituzionalisti Simone Cassese, Enzo Cheli, Beniamino Caravita, Francesco Clementi e Andrea Manzella. “E’ arrivato il momento di un'unica assemblea parlamentare” – chiude Martelli, secondo cui “l'attuale contesto di unità nazionale è il più propizio per un impegno unanime del Parlamento in perfetto spirito repubblicano” e che due anni per approvare la riforma “sono più che sufficienti”. Intanto, spiega l’ex esponente del Psi, “cerco e ho già adesioni trasversali, molte da Forza Italia e dal Pd, da Calenda a Italia viva ai Radicali. Siamo appena all'inizio, e parlerò ance con Salvini e Meloni in pieno spirito repubblicano”.

Per ora, come detto, si espone Simone Baldelli, che ha già lanciato, un mese fa, la stessa proposta. “A otto mesi di distanza dall'approvazione del taglio dei numero dei parlamentari – dice Baldelli - finalmente comincia a muoversi qualcosa sul fronte dei correttivi. Ma è paradossale che questo problema se lo pongano quelli che si sono schierati apertamente per il no, anziché quelli che la legge l'hanno presentata e votata come la madre di tutte le riforme. “Il taglio di senatori e deputati - ha ricordato Baldelli - ha determinato una serie di storture che vanno corrette. Il ‘grande pasticcio’ cucinato con la riduzione del numero dei parlamentari causerà problemi di funzionalità del Senato”. “L'assemblea nazionale è un'idea forte – dice Baldelli - Non parliamo dell'abolizione di una delle due Camere, ma di unione di due Camere”, conclude Baldelli. Una bella idea, e una bella proposta, non c’è che dire. Ma quanto realmente fattibile?Chi può dirlo.

Le 4 ‘Grandi riforme’ che vorrebbe Letta…

Ovviamente, però, soprattutto il Pd di Enrico Letta ne propone molte altre, di ‘grandi riforme’. Volendo scegliere, c’è solo l’imbarazza nella scelta. In un’intervista al direttore dell’Espresso, Marco Damilano, in occasione del 2 giugno, Letta ha parlato dei “malsani anni Dieci per la democrazia italiana. Per questo, metto in campo quattro proposte. Una battaglia contro il gruppo misto di Camera e Senato: dovrebbe essere un faticoso purgatorio, è un paradiso per parlamentari che fanno quello che vogliono e senza alcun controllo: al suo posto, il gruppo dei non iscritti, come nel Parlamento europeo. La sfiducia costruttiva per sostituire un governo con un altro, come in Germania: non si può fare se non indichi già la nuova maggioranza. L'applicazione dell'articolo 49 della Costituzione per regolare la vita dei partiti. Una nuova legge elettorale: non entro nei tecnicismi, ma la malattia democratica si è acuita con le liste bloccate e i criteri di cooptazione e fedeltà. Il cittadino arbitro, per dirla con Roberto Ruffilli, è stato espropriato, non decide né i governi né i parlamentari. Queste le cose urgenti da fare”.

Un calendario di riforme ampio e complesso

Un calendario di riforme, dunque, assai ampio, ma anche riforme che richiedono o un consenso molto largo (la legge elettorale) o il quaduplice passaggio nelle due aule parlamentari. Del resto, il Pd aveva assicurato che dopo il taglio dei parlamentari non avrebbe lasciato tregua alle altre forze politiche in mancanza di giusti contrappesi, quindi Letta, in questo, è coerente. Il problema è che sono riforme assai difficili a farsi. Andrea De Giorgis, responsabile delle riforme nella nuova segreteria del Pd di Letta, le spiega così.

La norma anti-transfughi, una riforma utile

In primo luogo, il Pd ritiene indispensabile introdurre una norma contro la piaga dei transfughi. A furia di cambiare casacca, oggi a Palazzo Madama il gruppo Misto è composto da 46 senatori, più del Pd (38) e quasi quanti Forza Italia (51). Alla Camera il gruppo Misto ha 65 membri, con ben sette sottogruppi e 23 non iscritti a nessuna componente, e si colloca al quinto gruppo tra i gruppi parlamentari. In tutto, secondo i dati di Openpolis, hanno cambiato casacca 259 parlamentari, di cui 111 solo nel 2021 (171 alla Camera con 138 parlamentari coinvolti e 88 al Senato per 65 senatori coinvolti).

La sfiducia costruttiva, una riforma non facile

Altra riforma da mettere in cantiere è quella della sfiducia costruttiva “per sostituire un governo con un altro, come in Germania: non si può fare se non indichi già la nuova maggioranza”. E' la proposta del segretario dem, che Giorgis traduce in concreto: “C'è un testo del Pd a prima firma Graziano Delrio, a partire dal quale cercheremo di trovare una larga intesa tra le diverse forze politiche”. Ma Letta e il Pd, come già detto, puntano anche all'applicazione dell'articolo 49 della Costituzione per regolare la vita dei partiti. Due riforme, però, per le quali non basta modificare i regolamenti parlamentari, ma serve seguire l’iter classico delle riforme istituzionali: doppia lettura in ognuna delle Camere e a maggioranza qualificata o, almeno, assoluta.

Legge elettorale, il vero busillis per i partiti

Ma il terreno si fa minato sulla legge elettorale. La discussione avviata in commissione Affari costituzionali della Camera è congelata. Sul cosiddetto Brescellum, dal nome del grillino e presidente della Affari costituzionali, Giuseppe Brescia, un proporzionale ricalcato sul modello tedesco con soglia di sbarramento al 5%, l'iter è fermo alla presentazione degli emendamenti. Nel frattempo, è cambiata la maggioranza, il governo, il segretario del Pd. Di fatto è stallo. Letta non è ancora entrato nel merito del modello elettorale, pur avendo all'inizio della sua segreteria invocato un ritorno al Mattarellum, che è una legge maggioritaria con il 75% di collegi uninominali.
Di certo, come erroneamente scritto anche su queste colonne, Letta non ha mai dato il suo via libera a quello che è stato definito, da noi, il Lettellum: un sistema a doppio turno con premio di maggioranza, anche se di base proporzionale. “Letta non ha mai espresso ‘congeniato’ alcun sistema elettorale e nessuno intorno a lui lo ha mai fatto” spiegano, secchi, dal Nazareno, anche se ha espresso la sua – teorica – predilezione per un sistema maggioritario e citato il Mattarellum.

Il Lettellum non esiste, la proposta del duo Ceccanti-Parrini per un maggioritario sì

Eppure, la ‘tentazione’ di restare su un sistema di tipo proporzionale è forte anche dentro il Pd, oltre che tra i 5Stelle e persino dentro Forza Italia, incontra la ferma opposizione della Lega. Il costituzionalista Stefano Ceccanti, che è capogruppo dem in commissione Affari costituzionali a Montecitorio, e Dario Parrini, presidente della Affari costituzionali al Senato, rilanciano un modello “proporzionale con premio di maggioranza alla coalizione”. In pratica, se nessuna coalizione raggiunge al primo turno il 40 dei voti si fa uno spareggio tra le due coalizioni. C'è la possibilità di apparentamento tra il primo e il secondo turno. Chi vince potrà avere un premio di maggioranza e ottenere il 55% dei seggi.

Le riforme istituzionali per Base riformista

“Mancano meno due anni alla fine della legislatura - – dicono Ceccanti e Parrini che, come esponenti di Base riformista, l’area degli ex renziani nel Pd che fanno capo a Lotti e Guerini, hanno scritto la parte delle riforme istituzionali nel “Manifesto riformista per l’Italia. Futuro, crescita e comunità dopo la pandemia”, manifesto pubblicato ieri sul giornale on-line Huffington Post e redatto da Andrea Romano - Abbiamo bisogno di un Pnrr delle Istituzioni. Nella sua intervista all’Espresso, Letta indica una strada giusta: modifica dei regolamenti parlamentari contro la piaga del transfughismo; modifica puntuale della Costituzione per dare più stabilità ai governi con la sfiducia costruttiva; due riforme, fattibili con legge ordinaria, per garantire e promuovere la democrazia nella vita interna dei partiti e per cambiare la legge elettorale in modo che i cittadini tornino sovrani nella scelta sia dei loro rappresentanti in Parlamento che della maggioranza di governo”. “Su ognuno di questi fronti il Pd ha messo da tempo sul tavolo proposte dettagliate e avanzate. Siamo pronti al più ampio confronto con tutte le forze politiche” dicono Ceccanti e Parrini. Il confronto, però, banalmente, ‘non’ parte. I partiti, infatti, sono ben lungi dal prendere in mano lo scottante dossier della legge elettorale. Se ne parlerà, se tutto va bene, dopo l’elezione del Capo dello Stato, quindi a febbraio del 2022, quando inizierà l’ultimo anno della legislatura. Male che vada resterà il sistema elettorale che c’è, il Rosatellum, che al centrodestra va bene, perché, con la sua quota pur ridotta al 36% di collegi uninominali, permetterebbe al centrodestra di ‘vincere facile’.