La riforma del catasto vale almeno sei miliardi di recupero di evasione fiscale

Nella crisi più nera dal dopoguerra, Draghi deve provare a mediare tra destra e sinistra. E c’è chi dice: “E’ una riforma politica, non può farla questo governo”. Premier inamovibile. La lunga storia della riforma del catasto. Tutti i tentativi falliti, da Monti a Renzi. Draghi vuol prima dimostrare che molti ci andranno a guadagnare

(Ansa)
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Le stime, assolutamente per difetto, dicono che con una riforma del catasto seria si recuperano subito almeno 6 miliardi di evasione. Si parla di immobili fantasma (un milione e mezzo), di ruderi e immobili “fittizi” in attesa di destinazione che in dieci anni passati da un milione e tre milioni e mezzo. Gli immobili nelle categorie fittizie non pagano la tasse. Così come ne pagano meno del loro valore di mercato alcuni monolocali mansardati nei centri storici. Mentre ne pagano assai di più  piani attici in periferia solo per il fatto di essere nuovi. A leggere i report dei vari uffici studi (molto utile quale curato da Enti locali spa) si scopre un mondo ma soprattutto il reale motivo della battaglia che infuria sul testo della delega fiscale che all’articolo 6 prevede la riforma del catasto.

Una misura di equità, trasparenza ed efficienza

La destra accusa il governo di voler scaricare sui cittadini già disperati per inflazione e i costi della guerra, una stangata patrimoniale sul bene più prezioso: la casa. Il governo ripete che “non è assolutamente vero”. Almeno fino a gennaio 2026. Ci vogliono come minino cinque anni per avviare e chiudere la revisione degli immobili e del loro reale valore di mercato in base ai metri quadrati ( e non più ai vani), alla data di costruzione e alla zona in cui si trovano. A quel punto “chi possiede immobili regolarmente accatastati  non avrà nulla da temere”. Tutti gli altri, i capanni diventati villette sul mare, e le stalle diventate centri benessere, dovranno invece farsene una ragione. E pagare quello che devono. Insomma, per dirla in maniera elegante, la riforma del catasto è un processo di equità, di trasparenza e di efficienza. Per dirla in modo più spiccio, è una misura utile a combattere un aspetto della nostra evasione fiscale. Altro che patrimoniale.

La tensione nella maggioranza è alta. Molto. Un muro contro muro serrato. E non si intravede dove possa essere la mediazione. Il testo della legge delega è sempre in Commissione Il tempo sta per scadere perché entro la prossima settimana il testo deve andare in aula. Con il mandato al relatore se la Commissione avrà concluso il suo esame e la votazione degli emendamenti. Senza, se questo non sarà possibile. Ipotecando così un voto di fiducia. Su cui, visti i numeri, non tanto alla Camera quanto al Senato il governo potrebbe andare sotto. Arrivare alla crisi di governo (e quindi al voto anticipato a giugno o a settembre) per evitare una legge che va inserita a pieno diritto nel pacchetto di norme contro l’evasione fiscale, è un concetto difficile da spiegare agli elettori.

La rogna sul tavolo di Draghi

Ora i leader dei partiti di centrodestra hanno chiesto un incontro a Draghi. Convinti che il premier - al momento irremovibile - “non abbia considerato alcuni punti che gli andremo a spiegare” dicevano ieri alcuni rappresentanti della destra. Il Presidente del consiglio ha un’agenda molto fitta in questo periodo: deve occuparsi di trovare gas e altre materie prime, tenere a bada l’inflazione, dare risorse al ceto medio-basso che non riesce a pagare le utenze domestiche, cercare comunque di dare “fiducia” al paese, scuotere i 27 e ricordare che servono risposte comuni, portare avanti il Pnrr e tenere sempre un occhio sui contagi. Ci si chiede se, con un’agenda così, un premier debba perdere tempo con le bandierine identitarie dei partiti che cercatori uscire dall’appiattimento politico della guerra e di tornare a far parlare di sé. Di fare campagna elettorale.  “Le battaglie identitarie (dei partiti, ndr) hanno come effetto collaterale - disse Draghi mercoledì sera nella conferenza stampa dopo il Cdm che aveva approvato il Def di guerra  - che le istituzioni non riescono a rispondere alle necessità del paese. E’ una questione di priorità quindi. Prima il consenso del partito o il paese? Io sono convinto che alla fine il buon senso e lo spirito costruttivo prevarranno”.

Un campo di battaglia

Mercoledì sera Mario Draghi, nella conferenza stampa post Def, chiedeva alla sua maggioranza “unità” e “capacità di esprimere un chiaro indirizzo politico ed economico” perché il paese è “disperato”, la variabili sono tante, “ad essere pessimisti si sbaglia meno che ad essere ottimisti”  e i cittadini hanno bisogno di sapere che viene guidato con responsabilità. Da una squadra di persone che cerca di fare la cosa giusta.
Un’ora più tardi la nobilissima Sala della Regina della Camera che ospita le sedute della Commissione Finanze dove è incardinata la “famosa” legge sulla delega fiscale, andava in scena l’esatto opposto di ciò che Draghi aveva testè auspicato. Microfoni divelti e lanciati così come i volumi della legge. Altri fogli fatti volare via dalla scrivania del presidente Luigi Marattin (Iv). Gli agit pro sono stati l’ex sottosegretario Alessio VIllarosa, ex 5 Stelle e ora Alternativa c’è, e il meloniano Osnato. Due tipini garbati che siedono nei banchi dell’opposizione. La colpa di Marattin? Aver rinviato le votazioni in una situazione in cui la maggioranza stava consumando una frattura che sarebbe stato poi difficile recuperare. Prendere tempo, per due partiti di opposizione come Fdi e Alternativa c’è il cui unico obiettivo ogni santa mattina e mandare sotto il governo in qualche votazione, è come dire togliere il bicchiere d’acqua all’assetato. E questo è quello che ha fatto Marattin.

Letta: “Solo propaganda”

In attesa del confronto con Draghi - ormai dopo lunedì quando il premier sarà in Algeria a cercare gas -  i leader sono al muro contro muro. “Mi fa piacere che Draghi a parole dica 'non voglio aumentare le tasse', ma la Lega e il centrodestra non possono votare un documento dove c'è scritto che potranno aumentare” ha detto ieri Salvini nelle pause del processo a Palermo sulla Open Arms. La Lega - Gusmeroli e Bitonci sono assolutamente convinti di questo - sostiene infatti che non solo le case ma aumenteranno le tasse anche risparmi, titoli di Stato, affitti. Non c’è dubbio che, trattandosi di riforma del fisco, c’è una revisione e un innalzamento di alcune aliquote. Che vengono però compensate da alcune riduzioni.

All’affondo della Lega, replica il Pd dove è tangibile la preoccupazione per una possibile crisi di governo. “Se c'è qualcuno che sta cercando di far cadere governo, va cercato a destra - ha tuonato ieri il segretario dem Enrico Letta -  Salvini che difende il cittadino da noi cattivi che vogliamo aumentare le tasse  è una balla gigantesca, propaganda costruita ad arte per evitare che si parli di Putin”. Non ci provare, ha aggiunto il segretario dem, “a rigirare la frittata”.  Proprio il Def, fotografa l’andamento della pressione fiscale: nel 2022 scende di 0,4% e così via fino al 2025 quando dovrebbe calare dell’1,6%.
Una linea dura che si scontra con l'appello all'unità e alla responsabilità fatto da Draghi a fronte delle nuove emergenze portate dalla guerra in Ucraina.

La via d’uscita

Forza Italia confida in una via d’uscita. Una mediazione che potrebbe “evitare gli aumenti sulle cedolari secche degli affitti e di Bot e CCt”. Tajani assicura che non c'è alcuna volontà di far cadere il governo ma solo di “difendere i pilastri della nostra identità”.  La riunione con il presidente del Consiglio servirà “per trovare una soluzione”.
La riforma del catasto sembra intoccabile anche se da destra e anche da sinistra (Stefano Fassina) il suggerimento  è di gettare la spugna. “Questo è un governo di emergenza, la riforma del catasto non è un’emergenza, è una scelta politica e può essere rinviata”. Come già hanno dovuto fare negli anni i governi Monti e Renzi. Ma è molto difficile che Draghi molli. Anche l’altra sera palazzo Chigi ha fatto un comunicato dove si ribadiva: “Nessuno pagherà più tasse, il governo non tocca le case degli italiani. E lo stesso sarà per affitti e risparmi.

Una lunga storia

E’ una lunga storia, questa della riforma del catasto. Che nessun leader è mai riuscito a portare in fondo. Anzi, proprio qui è iniziato a cadere. Intanto è necessario dire che al momento le nostre case sono valutate sulla base di estimi vecchi del 1988. Trentaquattro anni fa. Non c’era internet, né gli smartphone, non c’era whatsapp e neppure Netflix. Un altro mondo. Nel 2005 fece un tentativo anche Berlusconi. Non un vera riforma. Un tentativo, quello sì, di mettersi al pari degli altri paesi europei (non a caso la riforma è nel Pnrr). Fu data ai comuni la possibilità di chiedere all’agenzia delle entrate il classamento degli immobili. Il fatto è che pochi comuni si presero la responsabilità politica di richiedere variazioni che avrebbero comportato un aumento della base imponibile: solo 17 su 8000 comuni. Tra questi anche  Roma e Milano, ma, tutto sommato, le variazioni coinvolsero solo 327.649 unità immobiliari.

Poi ci ha provato Mario Monti. Il disegno di legge fu approvato dalla Camera ma non dal Senato e decadde con la fine della legislatura. Venne ripreso, in forma simile, dal Governo Letta che però cadde prima di convertire in entrambi i rami del Parlamento. Dopo qualche anno tornò alla carica Matteo Renzi. Anche lui dovette abdicare. Ora Draghi ci riprova. La sua operazione, tra tutte quelle che l’hanno preceduta, è forse la più sofisticata: faccio le nuove rendite e ti faccio vedere che molti ci guadagnano, in particolare le periferie, gli immobili più nuovi che poi corrispondono a cittadini che hanno un reddito più basso, mentre i centri storici pagheranno di più. Quando ci si renderà conto di questo sarà più accettabile e forse si potrà accettare di dare valore fiscale a queste nuove rendite. Il punto è arrivarci.