[Il retroscena] La rottura umana tra Lega e 5 Stelle: quei sette minuti che portano alla crisi

E' chiaro che i rapporti fra il sottosegretario leghista e il ministro Toninelli non sono mai stati particolarmente idilliaci fin dal giorno in cui Siri sbagliò il nome del "suo" ministro nel salotto di Tiziana Panella de La7

[Il retroscena] La rottura umana tra Lega e 5 Stelle: quei sette minuti che portano alla crisi

Quasi per uno scherzo del destino, per iniziare a raccontare questa storia, occorre partire proprio da Armando Siri e dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, a Porta Pia. E' chiaro che i rapporti fra il sottosegretario leghista e il ministro Toninelli non sono mai stati particolarmente idilliaci fin dal giorno in cui Siri sbagliò il nome del "suo" ministro nel salotto di Tiziana Panella de La7 che giocava a dare un nome ai volti del nuovo governo. Quella volta, Siri disse del "suo" ministro: "Ma Toninelli non è ministro". E, come un Simon Pietro del Carroccio, lo ripetè tre volte prima che il gallo della pubblicità cantasse.

In quei giorni, Siri era nervosissimo: in primo luogo perchè non era stato nominato ministro, ma solo sottosegretario. E in secondo luogo perchè lui, l'inventore della flat tax che era stata una delle chiavi del successo elettorale della Lega e del sorpasso su Forza Italia, era stato dirottato ai Trasporti, mentre ambiva all'Economia, dove invece c'erano esponenti che non riteneva nè Milton Friedman, nè John Maynard Keynes.

La triplice gaffe 

Insomma, da quella triplice gaffe si capiva già molto. Poi, sempre da lì, sempre da Siri e dintorni parte la rottura umana fra Lega e Cinque Stelle, fino a quel momento garantiti invece dalla reciproca simpatia e dagli ottimi rapporti personali fra Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Con anche la "rivincita" di Giorgetti e Zaia, oltre che della delegazione ministeriale leghista quasi al completo: "Matteo, noi te l'avevamo detto...". 

Il giorno che Toninelli spedì a Parigi la famigerata analisi costi-benefici, i due esponenti leghisti del suo ministero - il viceministro Edoardo Rixi, uomo forte del Carroccio e salviniano di ferro, e per l'appunto il sottosegretario Armando Siri - vennero a saperlo dalle agenzie. E, addirittura, il tutto accadde, dopo le 18 e dopo che gli uomini del ministro avevano controllato che il numero due e il numero tre del ministero avessero abbandonato la sede di Porta Pia.

Da lì è stato un crescendo di sfiducia reciproca, culminata nelle parole di Di Maio su Siri "accompagnato alla porta" e da quelle di Salvini sulle "sentenze che fa la magistratura", con la dura presa posizione di Conte sul fatto che non sempre in politica servono sentenze definitive per trarre giudizi su qualcuno.

Il tutto abbinato al tira e molla sul "Salva Roma" e alle polemiche sul 25 aprile, da sempre un corollario indispensabile per ogni rottura di alleanza di governo, fin dai tempi del Berlusconi 1 nel 1994, quando Umberto Bossi era in trincea sulla linea della Resistenza, Berlusconi stava al centro e la componente di An ex missina ovviamente non smaniava per festeggiare la Liberazione.

Di Maio e Salvini come tutti gli ex innamorati

Come tutti gli ex innamorati, fra Di Maio e Salvini volano gli stracci e i toni sono spesso più alti del problema effettivo. Mancano i piatti lanciati, ma il resto c'è tutto.

E in questo quadro si sta rafforzando anche l'immagine di Giuseppe Conte, sempre meno "passacarte" e in continua crescita politica, anche grazie alla sua formazione giuridica e alle straordinarie frequentazioni come avvocato dello studio di Guido Alpa, fra i numeri uno in Italia e con colleghi e soprattutto colleghe - penso a una in particolare - di assoluto valore.

Conte urla sussurrando, batte i pugni accarezzando, è un Che Guevara di Palazzo Chigi, duro senza mai perdere la tenerezza. Come un Cornetto Algida del diritto: cuore di panna. Algida, non algido: il premier si sta costruendo un proprio profilo politico buono per la sua seconda vita.

"Sette minuti" e un finale aperto a tutto

Insomma, questo è il clima, ma c'è un numero cronometrato in particolare che fa infuriare i leghisti: sette  minuti. "Evidentemente nel Movimento Cinque Stelle ci sono persone che riescono ad avere le notizie giudiziarie in anticipo, come la sinistra di un tempo", dicono all'unisono ai piani alti della Lega.

La prova? "Dal momento in cui è uscito il primo lancio di agenzia sull'indagine a carico di Armando, sono passati sette minuti per arrivare alla dichiarazione di Toninelli che gli toglieva le deleghe! Sette minuti! E' chiaro che lo sapevano prima di noi". Sette minuti, come il titolo di uno splendido testo teatrale e poi cinematografico di Stefano Massini, il maggior autore teatrale italiano degli ultimi anni e il più rappresentato al mondo. Il finale di "Sette minuti" è aperto a ogni interpretazione. Sembra il finale del governo Conte.