Renzi è tornato “statista”: nel Pd come a sinistra, ora tutti lo amano perché vuole il governissimo

Zingaretti nell'angolo, ma prova a resistere, e chiede il voto subito.

Matteo Renzi (Ansa)
Matteo Renzi (Ansa)

“Siamo di fronte a un fatto clamoroso e nella mia veste di ex premier trovo che sia un passaggio che non va sottovalutato” - esordisce grave il senatore Matteo Renzi nella conferenza stampa convocata ieri al Senato e annunciata urbis et orbis da almeno due giorni come se dovesse assumere lui l'incarico di formare un nuovo governo - “dobbiamo difendere la democrazia parlamentare contro la deriva Papeete” (il luogo dove l'altro Matteo, Salvini, si è improvvisato deejey, senza grande fortuna).

Matteo gigioneggia: “Un'altra maggioranza è possibile”

“Avverto il bisogno – continua Renzi con toni da statista - di lanciare un appello a tutte le forze politiche. Salvini oggi scoprirà di essere in minoranza”, cosa che, poi, in effetti, puntualmente, avviene, nel voto sul calendario del Senato. Un voto che segna, di fatto, la nascita di una nuova maggioranza, quella del governissimo, appunto: 161 i no che bocciano la proposta del centrodestra, su 290 presenti, che, guardacaso, coincidono anche con il quorum che, ove tutti i senatori (321, il plenum) fossero presenti, indica la maggioranza assoluta necessaria a farlo nascere un governo. Renzi si gode lo spettacolo, urla contro e sfotte Salvini in Aula, poi punta alto, pensa in grande: “L’appello – quello che sta spaccando il Pd in modo definitivo - “mi costa molto dal punto di vista umano”. Ma “tornare alle urne – continua l'ex premier del Pd – oggi sarebbe un rischio: “Se si va a votare non so se il Pd prende il 25%, ma so che l’Iva arriverà al 25%. E così, è sicura la recessione”. 'Recessione' che, evidentemente, solo un governissimo può scongiurare.

Renzi finge di voler l'unità del Pd, ma lo ha terremotato

A Zingaretti che nei giorni scorsi “con franchezza” aveva detto “no” all’accordo Renzi, magnanimo, replica: “Il segretario del mio partito ha chiesto che ci sia unità e che sia la segreteria a gestire questo passaggio. Credo che siano richieste comprensibili e assolutamente da accogliere”. Ma trattasi di excuatio non petita, accusatio manifesta. Renzi sa che se passa la sua linea, quella del 'governissimo', il regno di Zingaretti è, di fatto, finito, polverizzato. Forse Zingaretti sarebbe persino tentato dalle dimissioni, verrebbero indette nuove primarie, Renzi non dovrebbe fare nessuna scissione ma semplicemente riprendersi quello che ritiene 'suo', il Pd. In alternativa, si aprono, per lui, scenari a ieri impensati: potrebbe fare il ministro o, perché no?, il vicepremier, del futuro governo delle 'larghissime intese', magari trattando i nuovi 'alleati' grillini – dopo anni di insulti e guerra aperta – come li trattava Salvini: cuginetti tontoloni e inesperti. Del resto, dentro il Pd, la linea di 'smottamento' pro Renzi conquista fan ogni giorno. Da Prodi, Veltroni, Enrico Letta, non si leva una parola una contro le sue spericolate giravolte – come, invece, è sempre avvenuto in passato – Franceschini loda il 'lodo Bettini' (governo di legislatura), persino Andrea Orlando, suo implacabile nemico, tentenna.

Dalla parte di Zingaretti, ormai, sono rimasti in pochi...

Con il segretario, e a favore della linea 'elezioni subito', sono rimasti in pochi: i fedelissimi, da Francesco Boccia a Paola De Micheli, e alcune teste pensanti in proprio, da Gianni Cuperlo a Marco Minniti mentre Paolo Gentiloni, che pure sta con Zingaretti, si limita a riporre – come tutto il Pd - “totale fiducia in Mattarella”. Ma solo Carlo Calenda spara a palle incatenate contro Renzi, ricordandone tutte le giravolte spericolate, il cinismo e lo invita ad “andarsene”. Ma anche e persino dentro Leu – da Bersani a Speranza, da Epifani ad Errani – hanno tutti riscoperto le 'virtù' di Matteo che dipingono come “un ottimo mediatore, gran tessitore”, dopo averlo insultato anni, al prezzo di contanta scissione.

Agli occhi dei suoi, infine, i renziani doc e ultradoc che ieri se lo mangiavano con gli occhi imentre parlava con 'tutti' i giornalisti e 'tutte' le televisioni, “il nostro vero leader”, neanche fosse Mao-Tse-Dong, è tornato, “Matteo come back”. Non uno che se la prenda “col Matteo sbagliato”.

Anche i sindacati e gli imprenditori tifano il 'governone'

Del resto, anche quello che non ti aspetti, il segretario della Cgil Maurizio Landini, 'rebelde' della sinistra per tradizione e vocazione, hapre al 'governissimo' o, meglio, al 'governo di responsabilità nazionale'. Un governo che duri, dunque, e che non si limiti a non far scattare l'aumento dell'Iva e delle accise, come dicono i renziani, cioè il governo 'no tax', ma un governo di 'lungo periodo' che faccia le 'grandi riforme'. Così recita un comunicato unitario firmato da Cgil, Cisl, Uil che fa il paio con il solito 'fate presto' degli imprenditori. Ma, al netto della sorpresa che le parole di Landini suscitano la verità è che il cerchio – o, meglio, il cappio – intorno al segretario dem, Nicola Zingaretti, che ancora si 'attarda', insieme a Salvini, a volere le urne, si fa sempre più stretto. Pesano, ovviamente, in casa dem, le prese di posizione di 'pezzi da novanta' come Romano Prodi, Walter Veltroni, Enrico Letta. Figure storiche e autorevoli del Pantheon democrat che hanno chiesto, in diverse forme, di non tornare al voto. Prefigurando, a loro volta, un governo che traguardi non solo la prossima manovra economica, ma i prossimi anni, cioè fino alla fine della legislatura, si vedono già come tre candidati in pectore per la successione a Mattarella quando, nel 2022, si voterà il nuovo Capo dello Stato. Pesa, appunto, il favor delle forze sociali e produttive. Pesa, ovviamente, la guerra aperta dichiarata da Renzi e i suoi al quartier generale del Nazareno. Da giorni, i propositi di scissione dal Pd, usciti su diversi giornali, non sono stati smentiti come pure, più volte, Zingaretti ha chiesto di fare: un modo come un altro per dire a 'Zinga' “non conti nulla”, “se vogliamo fare la scissione la si fa, decidiamo noi tutto, tu resta pure a guardare il bidone...”.

Le due strade di Renzi: scissione o riconquista del Pd

“Voglio che sia una separazione consensuale, amichevole” aveva detto, usando parole suadenti come quelle di un killer alla sua vittima, Matteo Renzi mentre annunciava ai suoi che è necessario passare subito all’azione: “Azione Civile” è il progetto – dal nome dei comitati civici radicati in tutt'Italia - che l’ex premier metterà in campo per separare dal Pd un nuovo gruppo parlamentare che sostenga il nuovo governo di 'responsabilità nazionale', cioè la sua proposta, se Zingaretti dovesse trincerarsi sulla strada del voto subito.

I renziani contano, al Senato, su numeri importanti (41 senatori su 51, a Zingaretti non resterebbero che le briciole) e, anche alla Camera, sul grosso delle truppe (70 su 111). L'altra strada è, appunto, quella di riprendersi il Pd: “Una volta che la linea di Zingaretti sarà stata sconfessata, isolata e messa in minoranza sia nei gruppi parlamentari che anche negli organismi dirigenti, dato che Franceschini è con noi, o il povero Zinga si dimette subito, dopo aver perso su tutta la linea, oppure attende qualche mese, incassa le sconfitte alle regionali in Umbria e Calabria, e si dovrà dimettere uguale” sentenzia il renziano che lo scalpo di Zinga già lo pregusta. Insomma, o il segretario resta a fare la foglia di fico, il 're Travicello' di una linea, quella del 'governone', che avversa, oppure dovra trarne le conseguenze e andersene via subito. Ergo nuove primarie e Renzi che corre ancora, per vincerle.

I contatti tra renziani e pentastellati proseguono alacri

Ma prima di arrivare così in là, serve che nasca davvero, un 'governissimo', e che Renzi, lì dentro, possa dare le carte. Infatti, i contatti e le corrispondenze di amorosi sensi dei renziani con i 5Stelle, al di là della propaganda di Di Maio (“Mai al tavolo con Renzi”), proseguono alacri e fattivi. Di Maio, in realtà, ci vorrebbe provare a discutere direttamente proprio con Zingaretti per avere il via libera di 'tutto' il Pd. Il che non dispiacerebbe neppure al Quirinale: far nascere un nuovo governo con una scissione che distrugge il partito da cui anche Mattarella viene non è il massimo, per il Colle.

Alla base del 'patto' ci dovrebbe essere un nuovo 'contratto' che preveda, oltre alla scrittura della legge di bilancio, le riforme costituzionali, a partire dal taglio del numero dei parlamentari, ma anche varando una nuova legge elettorale.

Cosa farà, dunque, Zingaretti? Il 20 si terrà la Direzione del Pd, ma potrebbe essere proprio il colloquio tra Mattarella e il segretario dem a sbrogliare la matassa. Leu fa sapere di essere molto disponibile, i tanti peones spaventati pure. Manca, appunto, di convincere 'Zinga' e poi il gioco è fatto e, se non si dovesse convincere, occorrerà 'mandarlo a casa'.

Certo è che sono state le parole di Matteo Renzi (“Votare subito è folle. E’ in gioco l’Italia”) che hanno lanciato l’idea di un “governo di responsabilità nazionale” per “evitare l’aumento dell’Iva e per far sì che si voti in aula sul taglio dei parlamentari”. Parole che hanno avuto l’effetto di un sasso in uno stagno, nel Pd e fuori dal Pd. Ormai non passa giorno senza contatti telefonici tra esponenti di tutti i partiti – quelli raccolti intorno alla bandiera del ‘non voto’ – che, come mosche impazzite, cercano di evitare elezioni a breve.

Dario Franceschini ‘sposa’ l’idea di Renzi ma vorrebbe che ad abbracciarla fosse anche Zingaretti – il quale, invece, la nega con forza e in tutte le sedi possibili e immaginabili – e intanto pranza con il presidente della Camera, Roberto Fico. Ma fervono anche i contatti con tutti gli altri partiti, sempre sulla falsariga di quanto detto dallo stesso Renzi (“Faccio un appello a tutti: 5 Stelle, FI, sinistra radicale, Pd, etc.”). La speranza è di dimostrare a Mattarella, ‘prima’ che inizino le consultazioni di rito e dopo le dimissioni di Conte, che una ‘base’ parlamentare per tale governo ci sia. E oggettivamente, più passano i giorni e più sembra esserci.

Il lavorio spavaldo di Renzi coinvolge tutti: da LEU a FI

Da giorni, l’ex sindaco di Firenze passa le giornate al telefono per convincere e persuadere tutti, amici e nemici, alleati e avversari, che il governo dei ‘responsabili’ può e deve nascere. Sia lui che Maria Elena Boschi hanno chiamato la vicepresidente della Camera, Mara Carfagna: “Berlusconi è finito, salva i tuoi del Sud con noi...”. Lo sbocco sarebbe un partito ‘neo-centrista’ e ‘moderato’ (Renzi aveva vaticinato, nei giorni scorsi, che era già “pronto a nascere”) che unirebbe pezzi di Pd, FI, centristi. Ma un progetto simile ha bisogno di tempo e, soprattutto, di una legge elettorale proporzionale per radicarsi ed esordire: il governo dei ‘Responsabili’, dunque, è perfetto, all’uopo. La Carfagna, come molti parlamentari azzurri del Sud, ci sta seriamente pensando. L’altra faccia della medaglia, ovviamente, è il maremoto che ne nascerebbe dentro il Pd. Lorenzo Guerini, capofila di Base riformista, sostiene, parlando con un amico, che “anche Zingaretti si convincerà che questa è la sola strada percorribile” e che “il Pd resterà unito”. Poi sottolinea le parole di Goffredo Bettini, antico mentore di Zingaretti e storico fautore del dialogo con l’M5S: “Se cade la pregiudiziale verso i 5Stelle e si apre una trattativa si deve mettere in campo un’operazione limpida: concordare un programma di ferro per la rinascita del Paese, scegliere un premier di grande autorevolezza democratica”. Ma - aggiunge Bettini – “l’alleanza dovrebbe durare tutta la legislatura perché “o si dà vita a un governo di lungo respiro, con una maggioranza chiara e un programma condiviso, o meglio prendere atto, come Zingaretti, che non ci sono margini per evitare il voto”. E Zingaretti e i suoi continuano a dire che “C’è solo il voto”.

“Offrire a Mattarella l'alternativa alle urne” il mantra

“Bisogna offrire a Mattarella un'alternativa alle urne” è il mantra, il tam tam, che agita da giorni i parlamentari dem. E così, oggi, l'ex leader ed ex premier del Pd, Matteo Renzi, sta dando una risposta al 'grido da dolore' che avanzano tutti i leader dei 5Stelle, da Di Maio a Di Battista, da Casaleggio a Beppe Grillo, anime perse della Sinistra come di Forza Italia, fino agli ultimi dei parlamentari peones di ogni partito che vivono nel terrore causa la minaccia delle urne. “Serve” – dirà oggi Renzi – “un governo di responsabilità nazionale” (formula che riecheggia la 'solidarietà nazionale' del triennio 1976-1979, ndr.) o, meglio,un “governo di istituzionale di garanzia” che, guidato da una personalità terza (un costituzionalista di fama, per dire, ndr.), affronti le emergenze del Paese, sia economiche (la legge di Stabilità da scrivere, le clausole di salvaguardia da disinnescare, etc.) che istituzionali (il taglio del numero dei parlamentari, ma soprattutto una nuova legge elettorale proporzionale). Il fine, esplicito, è di 'traghettare' il Paese a una fase 'normale', quando – in un futuro non meglio precisato (mesi? Anni? Non si sa...) - sarà giusto votare. Renzi, che rifiuta l'accusa di “inciucio” con i grillini e di “pensare solo alle poltrone”, come sibilano dal Nazareno, punta tutti i suoi obici contro “Capitan Fracassa” (Salvini) che “vuole pieni poteri e che vuole anche restare al Viminale per gestire lui le elezioni”.

Ma se Renzi e tutti i suoi vogliono impedire a Salvini le urne, vogliono anche impedire a Zingaretti, che le urne, invece, le persegue, in una sorta di 'patto' tacito con Salvini, di comporre, forte dei suoi numeri negli attuali organismi interni del Pd, le liste elettorali, 'sterminando' i renziani.

E così, una volta metabilizzato “il più grande spettacolo dopo il Bing-Bang” - “vedere Renzi che vuole fare un 'governissimo' con l'M5S che, fino a oggi, era il suo peggior nemico, oltre che con tutti gli Scilipoti e i Razzi di turno”, come dicono, indignati, gli zingarettiani - bisognerà capire 'quanti' parlamentari dem saranno disposti a seguire Renzi. Un governissimo potrebbe contare, dunque, oltre che sul Pd per intero (51 senatori e 111 deputati), su tre quarti di esso (40 senatori e 70 deputati, i renziani), sull'intera massa dei parlamentari pentastellati, un pugno di azzurri (20, forse), sul gruppo Misto (27+15) e – incredibile! – su quelli di LeU (14 deputati e 7 senatori), ex nemici acerrimi del renzismo. Ovviamente, al Nazareno, dove non la prendono bene: “Renzi vuole guidare, con Grillo, Fico, Bersani, Berlusconi, il partito dei morenti contro il partito dei viventi, che siamo noi”. E così, dal Nazareno, la risposta ufficiale è glaciale: “Solo 15 giorni fa la Direzione ha votato all'unanimità contro ogni alleanza col M5s”. Gentiloni e Calenda sono con Zinga e, se si arrivasse allo showdown, “i renziani dovrebbero uscire dal gruppo del Pd e andare nel Misto”. Una rottura epocale che segnerebbe, di fatto, la fine del Pd.