Renzi e quattro “volenterosi” salvano Conte: una fiducia piccola piccola, Iv all’opposizione. Il Colle tace

Se i renziani avessero votato contro invece di astenersi, sarebbe stato un pareggio e obbligo dimissioni. Nencini e Ciampolillo votano a tempo scaduto. I due Sì di Forza Italia

Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte (Foto Ansa)
Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte (Foto Ansa)

Il governo Conte 2 si salva solo grazie all’astensione dei renziani, due Sì recuperati fuori tempo massimo (su cui è giallo) , due vendette interne di Forza Italia e due senatori a vita che hanno viaggiato per onorare il loro ruolo. La fotografia del voto al Senato lo inchioda a 156 voti, ben cinque sotto la maggioranza assoluta (161). Decisamente troppo poco per governare. La compravendita è andata peggio rispetto alle attese di Casalino &c. Almeno per ora. Eppure stamani difficilmente Conte salirà al Quirinale. A meno che non lo convochi il Capo dello Stato che non può restare indifferente a ciò che è accaduto nelle lunghe quattordici ore al Senato. Dopo le altrettante vissute il giorno prima alla Camera. Se l’Italia ha bisogno di un governo forte e coeso  per affrontare pandemia, una vaccinazione di massa, Recovery plan e gli ultimi due anni di legislatura, non possono essere queste le premesse.

Stamani Conte dovrebbe convocare un vertice di maggioranza per fare il punto della situazione con gli alleati e decidere cosa fare. Una cosa è certa: il premier non ne vuole più sapere di Renzi e di Italia viva. O meglio, l’ultima sua speranza e del Pd è ridurlo ad un generale senza truppe. Quindi inoffensivo. Un gioco veramente sporco. Oltre ogni limite di dignità. Ma ne stiamo vedendo di ogni. Quindi mai stupirsi. Del resto “mai più Conte al governo con Italia Viva” aveva detto due giorni prima che tutto precipitasse con quella conferenza stampa di una settimana fa.

Nencini incassa e vota

“Era fuori dall’aula a trattare con il ministro D’Incà, quando hanno visto che i conti non tornavano hanno chiesto di farlo votare ma Casellati aveva già chiuso.…”. Questo raccontano alcuni senatori delle opposizioni testimoni di quanto è successo ieri sera al Senato tra le 21 e 50 e le 22 e 30. Occorre cominciare da qui, dalla fine, per raccontare una giornata al cardiopalma, ad altissima tensione, piena di tatticismi e depistaggi, drammatizzazioni e false informazioni. Tutto il Senato, dall’aula ai corridoi, passando per gli arazzi, gli stucchi e le boiserie delle tante sale di palazzo Madama, dentro ma anche fuori nel quadrilatero di vicoli e stradine che lo circondano, ieri è stato il set di un gigantesca e palese compravendita. “Dico aiutatemi alla luce del sole” aveva detto il premier.  Ma è il voto il momento della magia. Come lo fu il 14 dicembre 2010 quando Katia Polidori, finiana di ferro, “tradì” al fotofinish il neonato gruppo di Fini e passò con Berlusconi. Si parla sempre di Razzi e Scilipoti ma loro almeno lo dissero qualche ora prima.

Dunque, il voto di fiducia è avvenuto con chiama nominale e ciascun senatore, per evitare assembramenti, ha votato dal proprio banco. La chiama è iniziata alle 21 e 12 ed è stata dichiarata chiusa dal presidente Casellati alle 21 e 54. A quel punto il risultato era già noto per i cronisti che dalla sala stampa, maxi schermo puntati sull’aula, hanno seguito la chiama nome dopo nome.  Non c’era bisogno di aspettare il verbale: 140 No, 154 Sì, 16 astenuti. I sedici astenuti erano i senatori di Iv. Tra i Sì due senatrici a vita, Segre (a lungo applaudita) e Cattaneo, che vengono quando possono dunque non sempre, e due voti pescati tra i banchi di Forza Italia (Rossi e Causin) per questioni di rancori personali. Non una grande motivazione politica insomma. Se gli astenuti avessero votato No, Conte sarebbe stato confinato nel limbo di una non maggioranza al Senato. Di una risicata maggioranza alla Camera. Se i 16 senatori di Iv avessero votato No, il governo sarebbe stato automaticamente dimissionario.

Gli orari non tornano 

Mentre Casellati dichiara chiusa la seconda chiama e quindi la votazione, si sente un forte brusio dai banchi 5 Stelle: il senatore Ciampolillo, uno di quelli più corteggiati in queste ore, ha chiesto di votare. Anzi, aveva alzato la mano per votare ma nessuno lo aveva visto. Urli e strepiti. Casellati conferma di aver già chiuso dopo un breve consulto con i questori. Inizia una verifica sul cosa fare al banco della Presidenza. Alle 22 e 20, una persona dello staff del gruppo Pd arriva in sala stampa e annuncia che “la votazione è stata riaperta”. E che, “oltre Ciampolillo, ex M5s, voterà anche Nencini di Iv”. Entrambi i senatori non avevano risposto alla due chiame. Tutto questo è molto sorprendente. Alle 22 e 27 la presidente Casellati riapre i microfoni, spiega che “le registrazioni danno ragione a Ciampolillo che voleva votare ma non è stato visto e che a quel punto vota anche Nencini”. Con i due Sì raccattati fuori tempo massimo, i Sì diventano 156. In ogni caso se i renziani avessero votato No, sarebbe venuto fuori un pareggio. Che al Senato vale la sconfitta. Conte salvato da Renzi: uno dei tanti paradossi di questa crisi. 

Ma il simbolo non si tocca

E’ stata dura la trattativa con Nencini cui il premier ha voluto rendere omaggio indicandolo per nome nella controreplica, rassicurazione di una ricompensa per il suo prezioso voto. Ma ad uno esperto come il senatore socialista toscano non basta certo la lusinga dell’essereindicato per nome e cognome. Il “resto”, quello che serviva per portare oa votare, è probabilmente arrivato nella trattativa chiusa in extremis fuori dall’aula quando è stato visto con il ministro D’Incà. C’erano una volta i 5 Stelle e i voltagabbana.  “Non cambia nulla, anche altre volte ho votato in dissenso di Italiaviva e a Renzi. Ho deciso per il Sì perchè ho ascoltato le parole di Conte. Il simbolo resta ad Italia viva” ha spiegato Nencini lasciando in fretta e furia il Senato. Da giorni il senatore mandava segnali di una sua disponibilità a vedere le carte. Così funzionano le cose. 

 

Renzi determinante

Numericamente Iv resta determinante. E Matteo Renzi, dal salotto di Vespa, rimette in fila il senso della giornata. “Dovevamo asfaltarci ma non hanno in numeri. Mi sembra evidente che siamo all’opposizione. Detto ciò noi siamo disponibili a discutere dei nodi che sono ormai ampiamente noti, discutere per dare soluzioni immediati e non altre promesse”. Va bene anche un governo di unità nazionale “ma mai alleato con il centrodestra”. Renzi dunque ora guarda a +Europa, Azione, i centristi, quelle forze di centro, europeiste  già adesso all’opposizione.  La nuova partita a scacchi tra Conte e Renzi è, di fatto, già iniziata. Il premier è a un bivio e ha poche carte nel carnet: portare dalla sua i tre senatori dell’Udc (nel gruppo Forza Italia) e i quattro di Cambiamo;  svuotare Iv. Emissari sono già al lavoro e persino il capogruppo Marcucci, ex renziano di ferro, ieri ha invitato i colleghi “a tornare dove devono stare e dove sono stati eletti”, cioè nel Pd. Operazione difficile ma non impossibile. “Dobbiamo ricucire, io non vado all’opposizione” ha avvertito ieri il senatore renziano Eugenio Comincini. Comunque un dato è certo: a tarda sera  i “costruttori” per Conte sono assai meno numerosi e incisivi delle speranze. E questo è un pessimo viatico per chi era sicuro di allargare la maggioranza. “Lavoriamo a renderla più forte” è il refrain di Conte. La sua partita è in salita. Oggi un vertice di maggioranza potrebbe dare la linea. Subito dopo Conte potrebbe salire al Colle. Non per dimettersi ma per comunicare la volontà di rafforzare la maggioranza. Avrà una manciata di giorni. Il tempo di superare il voto sullo scostamento e quello sul dl ristori, sul quale - al momento - il governo può contare anche su Iv e centrodestra.

 

Quando cadde il Conte 1

 A palazzo Madama sembra la replica del 20 agosto 2019, quando cadde il Conte 1. C'è la ressa dei momenti che contano, telecamere che spuntano ovunque nei pressi dei tre ingressi per intercettare una trattativa per un voto in più. Perchè fino all'ultimo minuto prima dell'ultima chiama le trattative sono state le vere protagoniste della giornata. Subito dopo le comunicazioni e la replica del premier e l'intervento di Matteo Renzi. Rocco Casalino ha vissuto tutta la giornata nella saletta del governo in Senato. E da qui ho mosso i suoi passi. Con un obiettivo: drammatizzare la situazione, tenere bassa la conta dei Sì, prospettare la crisi (che nei fatti non è mai stata aperta perchè Conte non si è mai dimesso), ipotizzare il voto anticipato, mettere in giro la voce che “i renziani votano contro”, tutto pur di  spingere a votare la fiducia a Conte. I senatori ex 5 Stelle sono stati convocati tutti, uno per uno. Persino Marinella Pacifico, senatrice già con un piede nella componente Italexit con Paragone, Martelli e Gianrusso. Una che certamente non ha il profilo europeista richiesto da Conte e che infatti non li ha fatti neppure parlare. Palazzo Chigi ha chiesto la presenza dei senatori a vita: hanno risposto in due, Liliana Segre e Elena Cattaneo (Mario Monti frequenta normalmente l'aula). Non ce l'hanno fatta con l'archistar Renzo Piano e il Nobel Carlo Rubbia (dato invece in arrivo fino a fine mattinata). Il presidente Napolitano non può certo correre i rischi del virus. Negli angoli del Senato come nei corridoi, davanti alla macchinetta del caffè e alla buvette, si tratta ovunque.

La rivincita di Razzi e Scilipoti   

E' il giorno della grande rivincita di Razzi e Scilipoti, i voltaggabana per eccellenza che i 5 Stelle e non solo hanno issato ad esempi del cinismo e dell'antipolitica. Si sono presentati ieri mattina nel salone Garibaldi, tra la buvette e la sala stampa. Razzi assicurava: "Date retta a Razzi, arrivano a 158". E Scilipoti: "La nostra rivincita? E' la democrazia, uno vale uno, più o meno". Persino il presidente Conte, che in mattinata aveva ripetuto l'appello ("aiutatemi") ai “liberali, popolari, socialisti con solida vocazione europea e respiro riformatore per allargare la maggioranza”, nella replica ha nominato uno dopo l'altro quei senatori in bilico nella speranza di strappare il loro Sì.  Gli ex 5 Stelle Drago e Gianrusso, alla prima ho promesso di mettere il problema della denatalità al centro del programma e al secondo, catanese con il mito dell'antimafia, ha citato il giudice Borsellino. Corteggiamenti falliti. Ci ha provato con Romani e Quagliariello. Gli unici che hanno ceduto alle offerte sono stati Ciampolillo e Nencini. Dall'astensione è passato al Sì.

 

Conte vs Renzi

Conte e Renzi. Lo scontro su come e con chi guidare il paese è diventato un duello tra il premier e un ex premier. E la personalizzazione, questa volta, non è stata decisa da Renzi. Sono stati loro il cuore della crisi. Sono loro il cuore della giornata.  Conte ha difeso l'azione del suo governo e ha confermato che il rapporto con Iv è rotto: "Vi assicuro che è complicato governare con chi mina continuamente un equilibrio politico pazientemente raggiunto dalle forze di maggioranza. Con me non avete mai trovato la porta chiusa. Solo che a un certo punto avete deciso di andare a parlare fuori (la stanza del governo, ndr) e non più dentro. E questa non è stata la scelta migliore".  Portare fuori dalle riunioni notturne di palazzo Chigi i guai e le difficoltà del governo, averne denunciato l'inadeguatezza dopo mesi di incertezze: ecco la mossa che Conte non potrà mai perdonare a Renzi. Difficoltà non certo segrete se tutti gli interventi in aula dei gruppi di maggioranza (tranne quelli dei 5 Stelle) hanno invece denunciato tutto quello che non va, da Pierferdinando Casini a Riccardo Nencini, persino Mario Monti. "Le  questioni sono state aperte ben prima dello strappo di cui vi siete stupiti" ha sottolineato Emma Bonino.

Orgoglio Iv

L'astensione del gruppo Italia viva è stata ufficializzata da Teresa Bellanova: “Le nostre non sono state mine (cit. Conte ndr) ma proposte fatte con serietà, disciplina e onore. Invece lei, che doveva mediare e cucire, ha fatto diventare la pandemia l'unica ragione della sua esistenza” e quando il gioco è stato chiaro “lei ha cessato di essere arbitro, ha deciso di diventare giocatore e si è messo a cercare responsabili”. Matteo Renzi ha scelto di spiegare, una volta di più, il perchè della crisi che “tecnicamente non c'è perchè lei non si è dimesso”. C'è invece “una crisi politica perchè da mesi vi chiediamo, e non da soli, una svolta che non è arrivata”. Ma il momento è adesso, ha detto Renzi, “ora o mai più” perchè è adesso che sul fronte interno (per il Recovery plan) e su quello internazionale (Usa, l’insediamento di Biden, la Libia, la Turchia, i rapporti con la Cina) si stanno decidendo i destini dell'Italia e non solo. “Invece di ascoltarci e di fare politica lei ha scelto di arroccarsi, di accusare noi di essere irresponsabili, lei ha messo al centro le poltrone e non le idee”.

Il Pd resta “solo”

Se Conte vorrà andare avanti a tutti i costi (non è chiaro come) il problema sarà soprattutto per il Pd. Il volto teso e preoccupato di Dario Franceschini seduto nei banchi del governo al fianco di Conte è stato lì a ricordarlo per tutta la giornata. L'uscita di Italia viva dal recinto del governo - ma non della maggioranza visto che sono assicurati i voti chiave - lascia gli ex compagni di strada alle prese con l'abbraccio grillino e il solipsismo di Conte. Non ci sarà più Renzi o Italia viva a cui poter far fare il lavoro sporco, insistere e rompere le scatole, richiamare l'agenda e i temi quando qualcosa non va come dovrebbe, ad esempio il Recovery plan. D'ora in poi dovrà farlo il Pd, non altri.  E' stato detto e scritto più volte che questa faccenda della crisi è stata l'ennesima pagina del congresso del Pd. Ora Zingaretti e Franceschini dovranno gestire il partito senza quel “motorino riformatore”che è stato Italia viva. Dovranno essere loro a fermare la spinta statalista e assistenzialista che è stata finora almeno la cifra dei governi Conte. Dovrà, il Pd,  soprattutto fare i conti con quel partito di centro che si chiamerà “Insieme-Conte-Presidente” e che i sondaggi dicono che porterà via consenso ad un Pd che rischia di finire schiacciato a sinistra.