Renzi prepara la scissione ma 'non subito'. Il Matteo sbagliato attira lodi e pezzi di azzurri

Tutti cercano Matteo mentre si vota la fiducia al Conte Bis. Ma non è il "capitano" leghista, gli occhi sono tutti per il segretario dem, e i suoi piani

Matteo Renzi in Senato
Matteo Renzi in Senato

"Dov'è Matteo?". "Cosa farà Matteo?". "Quando si decide Matteo?". In una giornata, quella di ieri, sonnacchiosa e poco movimentata, quella in cui il Senato vota la fiducia al governo Conte bis (risultato scontato, numeri non esaltanti) e in cui neppure i leghisti ci credono, a loro stessi, quando provocano e creano tensioni e bagarre, dentro l'Aula, tutti cercano 'Matteo', ma "quello sbagliato". Renzi, non Salvini.

La sovrapposizione dei "Mattei"

Salvini – sempre più stanco e incupito – si ferma in un angolo della Buvette e quasi nessuno, ormai, se lo fila più. L'altro Matteo, invece, ah, che spettacolo! Matteo (Renzi) – quello che diceva “ve la prendete con il Matteo sbagliato”, lui - è tornato centrale, nel dibattito politico, e dopo che tutti lo hanno preso in giro e, anche, umiliato ("Poveretto, è finito, è morto, lo odiano tutti, sta sul c. agli italiani, è antipatico, le sbaglia tutte"), cioè le stesse - identiche - frasi che oggi vengono riservate a Salvini, è tornato a essere, all'improvviso, "un genio della Politica, un condottiero, uno che ci ha sempre visto lungo". Un generale, anzi, meglio: un Capitano. E quindi "eccolo, eccolo, sta arrivando!". L'eccitazione sale, i cronisti si fanno sotto, come ai vecchi tempi: sorrisi, baci, abbracci. Matteo (Renzi) li dispensa come cioccolatini, ma - come sempre - scherza, motteggia.

La "disinformatia" del Matteo tornato grande stratega

Del resto, quando Renzi deve, davvero, dire qualcosa di solito chiama direttamente il direttore di un giornale (domenica scorso ha voluto seminare un po' di panico tra le fila dei suoi e degli altri parlando col Messaggero), o i pochi, pochissimi, giornalisti di cui si fida (Corriere, Sole, Giornale) cui trasfondere, con passione, il suo Verbo. Solo che il Matteo 'sbagliato', abituato a depistare e a fare disinformatzia, ama far circolare sia una voce che il suo contrario. E così, se sembrava, domenica scorsa, che Renzi "sta per fare gruppi parlamentari autonomi e per spaccare il Pd", ecco che, ieri, esce un'intervista al Corriere della Sera di Andrea Marcucci, capogruppo dem al Senato, in teoria renzianissimo, ma che resterà nel Pd (così ha deciso lui, Matteo, deve presidiare ‘l’altra metà del cielo’) il quale dice – serafico - "Matteo andrà via, ma non subito". Già l'intervista in sé è surreale: il capogruppo dem al Senato annuncia che un suo senatore - e di quel peso - se ne andrà, ma invece di minacciare pene severe, ne loda l'abile mossa.Renzi per un giorno tace, ma si apparta con Franceschini: in ballo stavolta c'è il sottogoverno.

Troncare, sopire: troppo tardi

Ieri, dunque, l'ordine diffuso dal Capitano (pardon, il Generale) ai suoi era il contrario di quello del giorno prima: 'troncare, sopire, sopire, troncare' è stato il mantra. L'ex premier ed ex leader dem ha scelto il low profile: non è intervenuto in aula, non si è fermato a parlare con i cronisti. In compenso, è stato visto appartarsi in un lungo colloquio con il capodelegazione dem a palazzo Chigi, Dario Franceschini, che sta mettendo a punto la squadra di 19/20 di sottosegretari che spetteranno, in quota parte, al Pd. "Insomma, questo è il governo di Matteo - ridacchia uno dei suoi fedelissimi - è normale che Matteo tratti, brighi, faccia e disfaccia anche a livello di sottogoverno. Se non era per lui, questo governo non sarebbe mai nato, ecco...". L'indiscrezione sull'offerta di succedere a Paolo Gentiloni alla presidenza del Pd viene smentita sia dal Nazareno che dai renziani, ma sulla possibilità che l'ex-segretario possa dare vita a gruppi autonomi nessuno se la sente di smentire.

Le mosse del Generale/1: pochi fedeli nel Misto Senato

E nessuno, appunto, smentisce. I tempi, però, non sarebbero ancora del tutto maturi per un'operazione che, si spiega, se verrà concretizzata dovrebbe avere le caratteristiche di una "separazione consensuale": non uno svuotamento dei gruppi dem, che comporterebbe un terremoto in termini di numeri dal costo 'sociale', cioè sul piano dell'immagine, pesante (40/41 senatori dem su 51 sono stati eletti, nel 2018, su precisa scelta e indicazione di Renzi), ma una 'micro-scissione' soft. L'obiettivo è di portare via, dal gruppo dem al Senato, un numero minimo e indispensabile di pasdaran (Bonifazi, Ginetti, Stefàno, un altro paio) che non devasti la consistenza del gruppo dem - dove il fidato Andrea Marcucci ne resterebbe il capogruppo di collegamento - per traslocare, armi e bagagli, nel gruppo Misto. Anche perché, a causa del nuovo regolamento del Senato, un nuovo gruppo parlamentare non può costituirsi, anche se ha il numero minimo di dieci senatori, se non si è presentato come simbolo elettorale, alle ultime elezioni politiche, e là deve finire, nella Cayenna del Misto, dove c'è di tutto di più. Ma qui scatterebbe un altro tipo di operazione, da parte di Renzi: grazie ai discreti ma consistenti apporti di Forza Italia (4/5 senatori guidati dal senatore toscano Massimo Mallegni, ex sindaco di Pietrasanta e ottimo amico personale di Renzi), un pacchetto di dieci senatori mixati tra ex Pd ed ex FI otterrebbe l'effetto di colonizzare il gruppo Misto, pretendendo di eleggerne, in proprio, un nuovo capogruppo che scalzerebbe l'attuale presidente, la Loredana De Petris (LeU), in quanto quella renziana ne sarebbe, del Misto, la sotto-componente più numerosa. Tattica parlamentare, certo, ma anche strategia. Allargare e non restringere, nelle intenzioni di Renzi, il perimetro della maggioranza di governo. E l'idea di far nascere un gruppo centrista e liberal-moderato solletica e agisce da calamita anche sui soggetti più diversi: dallo storico leader dell'Udc, Casini, all'ultimo segretario del Psi, Nencini, fino a vari ex M5S attualmente in cerca di autore pure presenti nel Misto.

Le mosse del Generale/2: gruppo autonomo alla Camera

Alla Camera, invece, un gruppo autonomo serve, e ci sarà, ma servono anche venti deputati per farlo nascere: i pasdaran renziani, quelli della mozione Giachetti-Ascani "Sempre Avanti!" sono una decina, non di più, urge pescare altrove, dentro Base riformista, l'area di Lotti e Guerini. I quali, però, di andarsene - ora che l'area è pura entrata al governo con un ministro di peso (Guerini) e presto diversi sottosegretari - non ha più alcuna voglia, se mai l'ha avuta. Ergo, un'altra decina vanno pescati sempre dentro Forza Italia e, tanto per cambiare, nella solita bolgia del Misto. Il lavoro dei ‘comitati civici’ Azione civile è in stand by. Ma la formazione di un ‘partito’ renziano non è in agenda, almeno non a breve. Gli esponenti vicini all'ex segretario sembrano concordi nel ritenere che "i tempi non sono maturi per una operazione del genere". Non che non se ne parli, ormai, da quasi un anno, anzi: è dall'ultima edizione della Leopolda, con la formazione dei Comitati di Azione Civica "Ritorno al Futuro" (una delle cui organizzatrici, Elena Bonetti, è persino diventata ministra in ‘quota Renzi’, proprio come la Bellanova), che Matteo Renzi sta preparando il terreno per il grande salto. Ettore Rosato ha affiancato Ivan Scalfarotto nell’organizzazione dei comitati e la manifestazione nazionale tenuta a Milano a luglio scorso è stata un successo.

Tutta una questione di tempi

Il timing della scissione, però, ha subito uno slittamento: la scuola politica renziana 'Meritare il Futuro', che si è tenuta ad agosto (madrina ne è stata proprio la Bonetti) avrebbe dovuto segnare, secondo il cronoprogramma, il lancio del nuovo movimento. Un movimento tutto nuovo, nell'idea iniziale, al quale non avrebbero partecipato gli attuali parlamentari renziani nel Pd. Ma la crisi da una parte e il ritardo nella selezione dei protagonisti del movimento renziano, dall'altra, hanno consigliato di attendere. Con la formazione del nuovo governo, poi, e il ritorno di Renzi in pompa magna, che è tornato a giocare un ruolo da protagonista nel panorama politico, con i gruppi parlamentari ancora a forte caratterizzazione renziana, il progetto è entrato in stand by. Dunque, la formazione dei gruppi autonomi alla Camera e al Senato "non è una cosa di oggi, non sarà una cosa di domani, vediamo tra qualche mese", spiegano fonti dem. Ma a dare una risposta 'in chiaro' alle voci e ai sospetti è proprio il presidente del gruppo al Senato, Marcucci: "Non mi risulta una cosa del genere a breve. Poi, se dovesse venire meno la logica maggioritaria", ovvero se dovesse essere approvata una legge elettorale proporzionale, "sarebbe naturale nascessero prospettive politiche diverse".

Il ritorno al proporzionale e ‘separazione consensuale’

Insomma, l’ipotesi della nascita di gruppi autonomi esiste, anzi, è sempre più solida, praticamente certa, solo i tempi non sono ancora stati decisi. L’idea è quella di una "separazione consensuale": Renzi potrebbe lanciarla alla Leopolda di ottobre o anche più in là, dipenderà dall’evolversi del quadro politico e, dato non ininfluente, dalla nascita del ‘trenino’ delle riforme che deve allungare la vita alla legislatura e, insieme, far partire il ‘cantiere’ della riforma della legge elettorale, basandone la revisione su un proporzionale semi-puro, cioè con una soglia di sbarramento fissata, a spanne, intorno al 4-5%. Una soglia che Renzi ritiene facilmente, o abbastanza, abbordabile. Del suo progetto politico Renzi per ora ufficialmente non parla, ma la spinta alla nascita dei gruppi verrebbe proprio dall'intesa di governo per il varo di una legge elettorale di impianto proporzionale. L'idea sarebbe, appunto, quella di costituire due gruppi alla Camera e al Senato a partire da un piccolo nucleo di renziani, non tutti i componenti degli attuali gruppi Dem, anche perché la gran parte di Base riformista, la corrente di Lotti e Guerini, resterebbe nel Pd. Sarebbero gruppi inseriti nella maggioranza di governo e l'idea sarebbe quella di farne un "polo di attrazione" al centro e a sinistra, "per rendere più forte la legislatura".

Il conto delle "truppe"

Sarebbero il nucleo di un "soggetto innovativo", non "neocentrista", nelle intenzioni dell’ex leader dem. E il 18-20 ottobre si tiene, a Firenze, la X edizione della 'solita' Leopolda: molti si attendono già lì il lieto annuncio. "Renzi se ne andrà?" Nel Pd nessuno si scompone. Del resto, anche nel Pd di Zingaretti fanno spallucce, non minacciano né sfracelli né anatemi. Sanno che Renzi andrà via dal Pd, non hanno mai neppure lontanamente pensato di offrirgli la carica di presidente del partito, come viene scritto, che poi sarebbe, in realtà, dell'Assemblea nazionale, carica da cui presto si dovrà dimettere Paolo Gentiloni (come pure da deputato del Pd eletto nel collegio Roma I, dove bisognerà rivotare) perché diventato commissario Ue. "Ce lo vedete - dice uno zingarettiano di provata fede - Renzi a convocare la Direzione, stilare l'ordine del giorno dei lavori, dare e togliere la parola, contare assenti e presenti, votanti e astenuti come un grigio burocrate dem?". No, non ce lo vediamo. "Nessuno di noi, tantomeno il segretario, gli ha offerto quella carica né lui l'accetterebbe", continuano gli zingarettiani. La presidenza del Pd andrà a Maurizio Martina o a Gianni Cuperlo, che non sono diventati ministri e le cui aree interne mostrano malumori: vanno ricompensati, altro che Renzi a dirigere il traffico di un partito che non vede l'ora, appunto, di lasciare. Insomma, per una volta si potrebbe creare il 'miracolo' di una separazione consensuale e non lancinante o dolorosa.

La scissione per 'stabilizzare' la maggioranza di governo

Come dice lui, Renzi, a un amico e collega in Senato, "quando e se farò la scissione dei gruppi parlamentari e, dopo, il partito, l'intento è positivo: voglio stabilizzare il governo, allargandone il perimetro della maggioranza che, come si vede, è un po' asfittico (dovrebbero arrivare, a dar manforte a Renzi nei gruppi, diversi da Forza Italia, ndr.), e non per destabilizzarla. E anche il Pd ne trarrà giovamento: Bersani, Speranza e anche D'Alema potranno tornare nel Pd a vele spiegate e con tutti gli onori, accolti in pompa magna e un Pd spostato a sinistra potrà lealmente collaborare con un movimento liberal-riformista, centrista e moderato che vuole coprire il centro dello spazio politico, oggi scoperto".
Il suo movimento, appunto, servirebbe a riproporre quella "divisione dei compiti" che funzionava bene ai tempi dei vecchi Ds e Margherita. I quali scomparvero a causa del sogno prodiano e veltroniano di voler far nascere il Pd, fusione a freddo di due mondi assai distanti che D'Alema chiamava, con disprezzo, "l'amalgama malriuscito".

Le sirene del Matteo ‘giusto’ fanno presa in Forza Italia

L'ex segretario dem si dice anche preoccupato per le possibili emorragie all'interno del Movimento 5 stelle, nota come il presidente del Consiglio Conte, sia ieri che oggi, abbia fatto un intervento molto 'soft' sul programma, incisivo solo per i riferimenti sulla (e contro) la Lega. Renzi non guarda tanto al voto di oggi (la maggioranza si è fermata a 169 voti, compresi tre senatori a vita) quanto a quello che accadrà nei prossimi mesi. E Renzi, nei suoi ragionamenti, continua a spiegare e rispiegare come la possibilità di creare dei gruppi autonomi è sul tavolo non come fattore destabilizzante per la legislatura, quanto proprio per attrarre voti moderati in uscita da Forza Italia. Ecco perché c’è chi arriva ad ipotizzare a lungo andare la fuoriuscita di un gruppo di forzisti con approdo nel gruppo misto, con l'eventualità di un futuro appoggio esterno oppure di un sì sui provvedimenti più importanti varati dal governo in nome della stabilità del Paese e dei suoi conti. “Ora tutti dicono che ho fatto partire questo governo – ragiona Renzi con i suoi - ma se dovesse naufragare darebbero la colpa a me” spiega il senatore di Firenze. "Ci sono tanti di FI che non aspettano altro", sottolinea però un ministro. Diversi esponenti del gruppo azzurro, come si è visto, potrebbero uscire allo scoperto qualora Renzi dovesse accelerare. Ma al momento la strategia è quella di un confronto sulle singole leggi, assicurano da Forza Italia, dove si minimizza la possibilità di gravi perdite (“male che vada se ne vanno in quattro”, dicono, “compreso Mallegni”) mentre i renziani dicono di averne “già otto”.

Intanto, dal Pd, se n’è già andato Matteo Richetti

Matteo Richetti, ex renziano della prima ora, poi entrato in rotta di collisione con il suo ex dante causa, ha già deciso che, anche lui contrario all’alleanza tra dem e Movimento 5 Stelle, cioè ormai sulla linea quindi dell’europarlamentare ex Pd Carlo Calenda, se ne andrà, entro breve, dal Pd. Richetti non vota contro la fiducia, ma si astiene: “è uno dei giorni più difficili per me”, confessa amaro Richetti. “Andrò nel gruppo Misto – continua - per rispetto al mio gruppo e ho messo nel conto di lasciare il Pd. Non ho votato la fiducia e comincerò a costruire un nuovo spazio insieme a Calenda”, spiega Richetti ai microfoni di La 7. Ma ci si può fidare di “Pietro Gambadilegno”? Lo chiamavano così, dentro Ala, il gruppo che l’ex senatore Denis Verdini fondò per aiutare Renzi a ‘fare’ le riforme (poi bocciate nel referendum costituzionale del 2015), al prezzo di rompere l’amicizia di una vita, quella con Silvio Berlusconi. Solo che anche i verdiniani finirono buggerati perché Renzi, pensando di poter recuperare la sinistra interna – quella che, poi, comunque fece la scissione – scaricò Ala e chiuse un patto, malfermo, con la ex Ditta, prima per eleggere Mattarella, poi per fare le riforme. La cosa non funzionò, ma i verdiniani ci rimasero assai male. E, oggi, anche molti renziani che osservano le sue mosse, oltre a chiedersi se ‘vale la pena’ di seguire il Capitano (pardon, il Generale) si chiedono, intimoriti e preoccupati, “ma ci si può fidare di Pietro Gambadilegno?”. No, a naso.