[Il retroscena] Panico Pd, Minniti lascia la corsa per la segreteria. Sospetti, tradimenti e veleni

Il ritiro “per agevolare il congresso e favorire la scelta di un segretario autorevole”. Tra i motivi, lo “scarso” impegno di Matteo Renzi sul congresso e, soprattutto, i numerosi indizi che spingono verso la scissione e la nascita di un nuovo partito, magari anche prima delle Europee. La candidatura dell’ex ministro dell’Interno consumata in sei giorni. Le candidature si chiudono il 12 dicembre. Opzione Guerini-Bellanova? Il paradosso dei capi corrente: liberarsi di Renzi e del renzismo ma ereditare il suo consenso.  Spiazzati Martina e Zingaretti: “Non è il momento di picconare e dividere”. Cronaca di una giornata surreale. Tra fakenews e profili Facebook

[Il retroscena] Panico Pd, Minniti lascia la corsa per la segreteria. Sospetti, tradimenti e veleni

Dopo giorni di veleni e guastatori, fakenews (un’agenzia Ansa taroccata su misura) e profili Facebook che diventano oracoli ma sono solo pagine private, la notizia, quella vera, arriva alle 20 e 57. “Marco Minniti, verso il ritiro della candidatura alla segreteria” dice il titolo dell’agenzia di stampa, quella vera. Fonti parlamentari del Pd, di area anche renziana, spiegano che “dopo una riflessione sofferta, al fine di agevolare il percorso congressuale del Pd e con l'unico intento di favorire l'elezione di un segretario autorevole”, l’ex ministro dell’Interno sarebbe orientato a ritirare la propria candidatura alla segreteria del Pd. Per il sempre più frastornato popolo del Partito democratico che nei territori si sta faticosamente, ma con passione, armando per il congresso e le primarie del 3 marzo, è un altro cazzotto nello stomaco. Perché è ovvio che se questo fosse veramente il destino del candidato “renziano senza dirlo” alla segreteria, i cosiddetti renziani potrebbero iniziare a chiedere – c’è chi lo fa già da un pezzo, ad esempio alla Leopolda di ottobre -   all’ex segretario di fare un nuovo partito “che tanto il Pd è una scatola vuota, una bad company utile solo a chi vuole un partitino per tenersi la poltrona”. 

Il congresso del Pd protagonista

E così, nella giornata in cui la Manovra, che sarà liquidata con voto di fiducia tra venerdì e sabato, approda finalmente nell’aula della Camera, il congresso del Pd si prende la scena e i retroscena della giornata. Forse perché la Manovra – alle 20, quando il presidente Fico apre i lavori, non c’è neppure il testo – è in realtà una Manovra-fantasma: saldi e i contenuti saranno tutti cambiati quando arriverà al Senato la prossima settimana e quando il governo avrà finalmente deciso di informare il Parlamento come ha deciso di modificare Reddito di cittadinanza e Quota 100 nell’ambito della trattativa con Bruxelles. Fatto è che Matteo Renzi, osservatore esterno ma sempre attivo, presente e puntuale in questi mesi in cui molti gli hanno chiesto di farsi da parte “per il bene del Pd”, torna protagonista. Ancora una volta al centro della scena. In quanto risorsa o in quanto zavorra,dipende, come sempre, dai punti di vista. 

I competitor

La corsa al sofferto congresso del Pd - iniziata il 5 marzo dopo la sconfitta ma ufficializzata solo il 17 novembre con l’indicazione delle primarie il 3 marzo prossimo  - ha visto un protagonista della prima ora, il governatore del Lazio Nicola Zingaretti in campo da luglio. La sua mozione ambisce a riunire il centrosinistra, esperimento che porta avanti con successo in regione anche oltre gli scissionisti di Leu, vuole rinnegare gli anni del renzismo pur senza abiure e non esclude l’alleanza con i 5 Stelle. Una “Piazza grande”, appunto. Con Zingaretti si sono posizionati da tempo Franceschini e più di recente Gentiloni. Alle primarie aperte del 3 marzo, è  molto probabile che gli scissionisti Bersani & c. possano decidere di andare a votare per ricomporre la grande famiglia.

Dopo infiniti tira e molla, voci di rinvio e giravolte – sempre Renzi sullo sfondo da cui le altre correnti del Pd pretendono l’unica vera “analisi della sconfitta”, cioè il suo ritiro dalla politica – nelle ultime tre settimane si è completata la griglia dei competitor. Prima Marco Minniti, nome condiviso da Renzi e dalla sua truppa in Parlamento perché in linea con l’idea di riformismo che ha caratterizzato gli anni del renzismo, soprattutto il ministro dell’Interno che ha affrontato il dossier migranti riducendo drasticamente gli sbarchi. Poi, a ruota, Maurizio Martina, il segretario uscente diventato reggente dopo le dimissioni di Renzi ma che ha quasi subito messo un’ampia distanza con l’ex  segretario che l’aveva promosso ministro. Una corsa a tre, quindi, più altre due  “comparse” (Francesco Boccia e Cesare  Damiano) perfettamente compatibili con la mozione Zingaretti e con quella Martina a cui nel frattempo si è aggiunto in ticket Matteo Richetti. Due correnti “minori” ma che al momento opportuno potrebbero essere importanti per decidere l’esito del congresso.  

Il tradimento 

Fino ieri mattina Zingaretti aveva un leggero vantaggio su Minniti (partito mesi dopo) e uno scarto di circa sette punti su Martina. Percentuali fluide e tutte da giocare nei tre mesi di congresso. Soprattutto, dettaglio non secondario, tre nomi legati a tre diverse stagioni del Pci/Pds/Ds. 

Minniti ha accettato la candidatura domenica 18 novembre con due interviste, in tv ospite di Lucia Annunziata e su Repubblica, dicendo, tra le altre cose che la sua è “una candidatura  fuori dalle correnti” facendo intendere che non avrebbe gradito l’imprimatur di Renzi. Netto, però, nel dire, che la sua piattaforma sarebbe stata in continuità con il riformismo e che il Pd si deve preparare ad un lungo percorso di ricostruzione sul territorio senza cercare scorciatoie per tornare al governo.  Una su tutte: l’alleanza con i 5 Stelle. La presa di distanza da Renzi lasciò i renziani ortodossi tutti un po’ spiazzati. E nel dubbio: “Vuoi vedere - ricordava ieri uno di loro - che anche Minniti una volta eletto rinnega i voti che lo hanno eletto? Come hanno già fatto Martina, Mogherini e altri che hanno beneficiato del renzismo salvo poi ripudiarlo ora che non va più di moda”.  

Bellanova in campo?

Un altro sospetto è legato al nome di Teresa Bellanova. L’ex viceministro allo Sviluppo economico, “una ragazza di sessant’anni”, ex bracciante, poi sindacalista, una vera pasionaria del renzismo che in questi mesi ha saputo infiammare platee insospettabili, si sarebbe candidata volentieri. Unica donna “in uno scontro testosteronico”, spiegò. La sua discesa in campo sarebbe stata però troppo ingombrante per Minniti. A cui fu quindi proposto di fare un ticket, il ministro e la viceministra, sicurezza e sviluppo economico, due carte decisive nel dibattito politico. Ma Minniti ha posto il veto, il ticket con Bellanova gli deve essere sembrato una sorta di commissariamento. Nulla da fare. Anche questo non è piaciuto ai renziani doc. 

Spifferi &frizioni 

Si arriva così a venerdì della scorsa settimana. Quando la situazione inizia a registrare spifferi e frizioni. C’è tempo fino al 12 dicembre per definire le candidature. Ma ormai i giochi sembrano fatti. I sondaggi registrano il testa a testa Zingaretti-Minniti, il governatore ha un leggero vantaggio, l’ex ministro però è in pista da neppure due settimane. E però quel giorno, venerdì, iniziano ad uscire sui giornali spifferi e illazioni. “Renzi incontra i senatori di Forza Italia”, “Renzi organizza le truppe, si conta e fa il partito…”. Gli spifferi diventano voci, gli articoli a una colonna diventano aperture, dalle pagine dietro si arriva alle prima pagine. Martedì Minniti cancella alcune presentazioni del suo libro-manifesto “Sicurezza è libertà” (ma la causa è un forte mal di schiena). Da  alcune riunioni concitate alla Camera, filtrano alcune sue perplessità: “Renzi non s’impegna sulla mia candidatura….”, “Renzi sta lavorando ad un altro progetto e se i renziani non s’impegnano, questo progetto nel Pd non ha più senso”. Tra i più attivi, nei capannelli alla Camera, si notano Giacomelli e Guerini. Con posizioni opposte: Giacomelli una presa di posizione chiara; Guerini cerca di abbassare la tensione. 

La tela di Renzi a Bruxelles

L’ex segretario tace. Fino a ieri mattina. In missione a Bruxelles con Sandro Gozi per testare le possibilità di costruire un’alleanza che possa mettere in minoranza il Ppe e scontrarsi con l’asse sovranista, quando ha parlato Renzi ha taglia corto sul congresso: “Non me ne occupo”. Un pessimo segnale per Minniti. Per tutta la giornata si inseguono voci e illazioni. Verso le 16 sulla chat dei deputati Pd viene messa in circolazione una falsa  agenzia Ansa che annuncia il ritiro di Minniti. E’ un falso clamoroso. Poco dopo spunta una pagina Facebook, un profilo Libdem con la foto di Renzi per un fantomatico Movimento liberale democratico europeista a sua volta legato ad un’altra pagina Open democrats che richiama il nome della fondazione renziana (Open). “Iniziative personali di un sostenitore di Matteo” fa sapere l’entourage renziano. Intanto Renzi a Bruxelles incontra il presidente della Commissione Jean Claude Juncker, la liberale olandese Margrethe Vestager, il socialista olandese Franz Timmermans, il commissario per gli Affari economici Pierre Moscovici. Un’agenda di incontri che parla da sola.  

Per Minniti sono tutti indizi inequivocabili che portano dritti ad una prossima scissione. Aspetta tutto il giorno una smentita sulla formazione di un nuovo soggetto politico, prima o dopo le Europee poco importa, che però non arriverà. Per l’ex ministro dell’Interno non ci sono più le condizioni. 

La Manovra “fantasma”

Alle 19 l’aula della Camera si prepara alla discussione generale sulla Manovra, una discussione finta perchè non c’è neppure il testo. L’ufficio di Guerini a San Macuto, dove presiede il Copasir, diventa il luogo dell’ultimo tentativo per convincere Minniti. Ci sono Luca Lotti, Lorenzo Guerini, Ettore Rosato, ma le loro rassicurazioni (“noi diamo la nostra parola a Minniti, noi ci fidiamo di lui ma lui si deve fidare di noi, non possiamo certo garantire per Renzi, se la devono vedere loro”) non sembrano essere sufficienti. L’unica garanzia utile è quella di Renzi che però non vuole occuparsi di un congresso che, va detto, gli ha fatto capire in tutti i modi di non volerlo tra i piedi. Osserva un renziano doc: “Il punto è che non si può dire Renzi-vattene-perchè-hai-sbagliato-tutto e però chiedere i suoi voti…”  Si fanno sentire i sindaci, sono 500 quelli che hanno firmato per la sua candidatura, tra loro Matteo Ricci e Dario Nardella. Niente da fare. Alle 21 e 32 è già tutto deciso. Con tanto di intervista per spiegare il suo punto di vista. Le sue difficoltà.

Renziani in cerca di candidato. Ma anche No 

Il punto è cosa succede adesso. Difficile che uno come Minniti possa tornare indietro, il suo profilo e la sua storia non gli consentono di giocare. Come ha spiegato, “non sono un predestinato, mi candido  per spirito di servizio, per restituire agli uomini e alle donne di questa comunità quello che mi è stato dato negli anni. Che è molto”. 

Per i renziani potrebbe tornare in auge il nome di Guerini. Magari in ticket con Teresa Bellanova. Ma anche restare a guardare, senza un proprio candidato, per vedere cosa succede nel Pd senza il famigerato Renzi in circolazione. Il punto vero è, al solito, cosa farà Renzi: un nuovo partito? Prima o dopo le Europee?  

I Comitati civici, progetto affidato ad Ivan Scalfarotto, hanno raggiunto numeri importanti in un mese e mezzo: 150 sono già fondati e operativi (con tanto di documenti di identità e iscrizione), altri 350 in via di definizione. Ma Renzi ha sempre smentito che possano diventare un partito, sono “luoghi di resistenza civile alla barbarie che stiamo vivendo”. In effetti, però, hanno tutta l’aria di essere una start up della politica.

Verso la scissione?

Certo è che una scissione adesso sarebbe un disastro per il Pd, l’inizio di una lunga agonia con esito molto incerto. Ieri erano molto preoccupati sia Zingaretti (“Spero che qualcuno non abbia deciso di distruggere il Pd. Basta con questo gioco al massacro, non è il momento di picconare e dividere”) che Martina (“Basta divisioni”).  Adesso diranno che “il solito Renzi non sa perdere e allora scappa portando via il pallone”. Il problema è che tutti i capi corrente del Pd sono  prigionieri di un assurdo paradosso: si vogliono sbarazzare di Renzi ma non riescono a fare a meno della sua leadership.