Renzi: “Ogni giorno Giorgia Meloni dovrebbe mandare un mazzo di rose rosse a Enrico Letta”

Su Conte: “Ho goduto quando l’ho mandato a casa e al posto suo è arrivato Mario Draghi”. Su D’Alema: “Lui nel Pd non ci ha mai creduto, ma proprio mai”. Il ritorno dell’ex premier

Renzi (Ansa)
Renzi (Ansa)

A giugno, quando c’era la campagna elettorale per le comunali e Italia Viva appoggiava Marco Bucci, riuscendo ad eleggere due consiglieri nella lista civica del sindaco e conquistando sull’onda dell’ preferenze ricevute anche un assessore e un consigliere delegato nella giunta genovese, oltre che un buon numero di assessori e consiglieri nei Municipi del territorio, sulla terrazza del Galata Museo Del Mare c’erano molti vip del mondo economico e dello shipping, ma si riusciva a sedersi tranquillamente.

A settembre, qualche giorno prima delle elezioni politiche, la presidente dei senatori del Terzo Polo e plenipotenziaria renziana in Liguria Raffaella Paita optò per il più capiente auditorium dell’Acquario di Genova, che riempì quasi tutti i posti a sedere, risultato più che buono. Stavolta, per la presentazione della nuova versione de “Il Mostro”, il best seller sulle vicende giudiziarie di Matteo Renzi, Lella Paita ha scelto ancora l’auditorium dell’Acquario. Ed è un sold out assoluto, con la gente che cerca sedie persino negli uffici del più amato e bello Acquario d’Europa, si accalca sulle scale, in piedi ai lati della sala, ovunque ci sia un millimetro di spazio libero. Ecco, il fermo Immagine sulle tre venute di Matteo Renzi in meno di sei mesi funziona meglio di un sondaggio per raccontare la crescita continua del Terzo Polo e dei moderati: sono moltissimi gli ex del centrodestra e anche gli attuali consiglieri comunali della giunta Bucci, a cominciare dallo stesso sindaco in prima fila.

Il racconto della politica degli ultimi 8 anni 

Ma, soprattutto, a saltare agli occhi è la differenza con le ultime apparizioni di Renzi a Genova da segretario del Pd, sempre a pochi metri da qui: al Porto Antico per un comizio e sul treno della campagna elettorale 2018. E in entrambi i casi si respirava già aria di sconfitta, lontanissimi dall’entusiasmo del Renzi del Piazzale delle Feste, sempre lì, quando chiunque nel Pd si definiva renziano o iper-renziano, primi fra tutti alcuni che poi avrebbero fatto finta tre anni dopo di non conoscerlo nemmeno, tipo Pietro durante la Passione quando il gallo canta per la terza volta. Insomma, per raccontare gli ultimi otto anni di politica italiana basta fare cento metri di strada, da una location all’altra del Porto Antico ridisegnato da Renzo Piano per capire la parabola di Matteo Renzi.

La parabola

E parabola è assolutamente la parola giusta, anche letteralmente, perché la vita politica di Matteo è una sorta di montagna russa. E oggi siamo nuovamente dal lato del percorso che sale rapidamente e ripidamente.

Le sue visite così frequenti a Genova sono dovute anche a tutte le denunce che presenta contro i magistrati fiorentini, per cui la procura genovese è competente. “Anche se molte le mandiamo anche via pec ultimamente, la strada che porta al tribunale di Genova ha una curva molto stretta”, scherza Renzi.

E il racconto della nuova edizione de “Il mostro”, già best seller nella prima edizione, è un esilarante viaggio in tutte le incongruenze della storia dell’incontro con lo 007 Marco Mancini all’autogrill di Fiano Romano, con il particolare meraviglioso della testimonianza della professoressa che l’ha filmato secondo cui una delle due auto, quella di Renzi, sarebbe uscita dall’autogrill verso Firenze e l’altra, quella di Mancini, in direzione Roma: “Ma eravamo in autostrada, faceva un frontale”, ride l’ex presidente del Consiglio e aggiunge: “Ho letto che a Mancini hanno tolto il patentino da 007, ma forse facevano prima a togliergli direttamente la patente di guida”. 

Ormai Renzi sul tema ne sa più dei suoi avvocati e inizia ad assaporare le vittorie: un po’ di Cassazioni, 80mila euro da una querela, continui successi sul fronte dei sequestri dei telefonini. E il segreto di Stato fino al 2037 sulla vicenda dell’autogrill. Con anche un omaggio a Marco Bucci sulla surreale questione della richiesta di decadenza: “Questa è meravigliosa: c’è un sindaco che fa bene il sindaco e quindi lo mettono commissario. Poi fa benissimo il commissario, i cittadini lo rivotano e dicono che non può più fare il sindaco perché ha fatto benissimo il commissario”. Ridono tutti, ride anche Bucci.

La politica nazionale

Ma, ovviamente, c’è spazio anche per la politica nazionale. Che non risparmia Giorgia Meloni: “Da italiano mi auguro che faccia bene per il Paese, ma in realtà credo che presto emergeranno tutte le contraddizioni. Se si vuole stare contemporaneamente con Vox e con l’Europa, evidentemente qualche problema c’è”. E, complice il fatto che Lega e Forza Italia non possono restare schiacciati a lungo da un alleato così ingombrante, Renzi dà anche una data per la possibile crisi dell’esecutivo: il 2024, quando si voterà per le Europee: “Non si può essere a lungo populisti e responsabili. O uno o l’altro”.

Conte

Poi, ce n’è anche per Conte, ovviamente: “Ho goduto quando l’ho mandato a casa e al posto suo è arrivato Mario Draghi”. E, a proposito di un post in cui si attribuiscono a Conte anche gli 80 euro stanziati dal governo Renzi, Matteo ride: “Del resto per capire che lì si esagera basta vedere le foto dei profili di Conte postati da Rocco Casalino, una specie di Humphrey Bogart, ma più bello e affascinante”.

Il Pd e D'Alema 

Però il meglio Renzi lo riserva al Pd con cui i conti sono ancora aperti e, paradossalmente, quello che ne esce meglio è l’arcirivale di sempre, Massimo D’Alema: “Lui nel Pd non ci ha mai creduto, ma proprio mai. E quindi prima ha fatto cadere Prodi, poi ha contrastato Veltroni e quindi se l’è presa con me, nonostante fossi il segretario che ha portato il partito al 42 per cento “. E anche le ultime mosse non erano per vincere: “Zingaretti si era accordato con il Salvini del Papeete in mutande per andare alle elezioni, pur sapendo che la Lega le avrebbe stravinte. E noi l’abbiamo stoppato. Poi c’è stata la fase “Conte o morte” e noi abbiamo portato Draghi. Oggi avrebbero potuto fare politica e invece hanno preferito mandare Giorgia Meloni al governo”. Qui parte, con tanto di imitazione dei rispettivi accenti, il racconto dei commenti dopo il successo di quelle elezioni europee di Stefano Bonaccini (“Matteo, nemmeno con Enrico segretario avevamo fatto un risultato così”) che poi lascia spazio a quello di Lorenzo Guerini: “Beh, noi con Alcide sì….”.

Il poster

E Guerini è evocato anche in un siparietto sui manifesti che ciascuno di loro aveva in cameretta: “Mi piacerebbe proprio sapere che poster teneva in cameretta Guerini”, ride Renzi. Il leader di Italia Viva racconta di quando in un confronto televisivo per le primarie del Pd “in cui correvo io contro Andrea Orlando e Michele Emiliano, sì c’era anche il noto statista Emiliano, a un certo punto, per far sembrare più simpatici persino quelli del Pd, ci chiesero che poster tenevamo in cameretta da ragazzi. Ovviamente la risposta vera era: il poster di Samantha Fox, una vera popp star, una cantante di spessore….”.

Orlando 

Ma è quando arrivò la risposta di Andrea Orlando che Lella Paita mi mandò un messaggio: “Non è vero che aveva i Duran Duran, aveva Claudio Villa”. È da lì mi sono preoccupato per Lella che da ragazzina era stata fidanzata con Andrea. E qui parte un nuovo tourbillon di battute: “Andrea è stato ministro di tutto. Prima all’Ambiente, poi con me alla Giustizia, ma penso che Nordio farà meglio di lui, non è difficilissimo, e con Draghi al Lavoro dopo essere andato in tivù a dire Conte o morte e “mai con Draghi, nè con nessun altro, nemmeno Superman”. E lo apprezzo moltissimo perché ogni volta è come se facesse lui un favore a te e a tutti a fare il ministro “.

Letta 

Se Orlando è la punta dell’iceberg, l’iceberg stesso è Enrico Letta: “Vedete, in privato non è cattivo, è piacevolissimo, cioè è piacevole, oddio è normale….”. E qui Renzi è inarrestabile: “Gli proposi di non candidarmi io pur di fare l’alleanza, avremmo non dico vinto, ma certamente evitato che Giorgia Meloni diventasse premier. Lui rifiutò dicendo che io facevo perdere voti e puntò tutto sull’alleanza con Luigi Di Maio”.

Fra le risate della sala strapiena, anche per il tono, la mimica e le facce di Renzi, Matteo ride: “Credo che ogni giorno Giorgia Meloni dovrebbe mandare un mazzo di rose rosse a Enrico Letta, che è stato il vero king maker del suo successo. sarebbero bastati quindici senatori in meno al centrodestra per scrivere un’altra storia “. 

E ancora, con tanto di presa in giro della gauche caviar: “Pensate che a Parigi, a Sciences Po, Enrico insegnava strategie politiche, poveri ragazzi. Ora si parla di lui per un ruolo alla Nato e sono un po’ preoccupato perché temo di trovarmi le truppe di Putin in Spagna e Portogallo”.

Berlusconi

Scherza anche su Berlusconi, Matteo, imitandone la voce. E poi: “Nel Pd si divertono a dire che sono il suo figlio politico. Però ricordo che Berlusconi si alzò in aula in Senato a dire che lui votava il governo di Enrico Letta, una volta diede la fiducia anche a Paolo Gentiloni e ha sempre votato Mario Draghi, fino all’ultimo episodio. Insomma, l’unico a cui non ha mai dato la fiducia sono io, il suo figlio illegittimo. Che papà ingrato….”.

Il percorso

E in chiusura c’è tempo anche per declinare un percorso: “Io sono per l’uguaglianza, cioè che tutti abbiano le stesse condizioni di partenza e poi se la giocano col merito. Una certa sinistra sessantottina, che c’è anche nel Pd, dice invece che è il punto di arrivo che deve essere uguale. Questa non è uguaglianza, ma egualitarismo, un concetto molto diverso”. E i compagni di strada, qualunque sia la loro provenienza, Nordio, Moratti, Bucci, vengono di conseguenza, purchè siano bravi: “È ovvio che considero Marco Bucci uno con cui lavorare in futuro”. L’impressione è che la prossima volta a Raffaella Paita servirà una sala ancora più grande per Matteo Renzi a Genova.