[Il caso] Renzi in campo, tra cicatrici e proposte, per una nuova partita. Ma ancora non sa quando e con chi

La presentazione del libro “Un’altra strada” è l’occasione per capire e sentire come sta l’Italia e dove vuole andare. Decisivi, per ogni ulteriore scelta, l’esito delle primarie del Pd e quello delle Europee

Matteo Renzi
Matteo Renzi

Inizia dicendo che oggi, come allora, “non avrò mai paura di tirare un calcio di rigore”. Prosegue, quando è già salito sul palco, con: “Sono qui per parlare dei prossimi dieci anni”. Rivendica che “i dieci appena passati, non ce li leva nessuno”. Finirà, circa 80 minuti dopo, con una proposta: “Questo è un libro che vuole costruire un futuro con voi”. E una promessa che sa, per questa platea, di rassicurazione: “Noi ci siamo, non ci rassegniamo e non temiamo la nostalgia”. Che poi la nostalgia, se non la combatti, diventa anche una risorsa perchè migliora e corregge quello che è stato nella prospettiva di un prossimo futuro.

Ieri sera, Sala rossa del Palacongressi di Firenze, 1500 persone sedute, qualche centinaio in piedi o a sedere sulle scale. Tutto esaurito e anche di più. Come dieci anni fa esatti quando dallo stesso palco, come ricorda il video che scorre sullo schermo, la sera del 15 febbraio 2009 Matteo Renzi lanciò da qui la sua candidatura a sindaco di Firenze. Per la Firenze sonnacchiosa,  da anni sullo stesso fermo immagine, fu un cazzotto. Il video restituisce una faccia da ragazzino che, per parlare di sé e della sua scelta,  parte dal calcio di rigore che Roberto Baggio, ormai passato alla Juventus, non volle tirare contro la sua ex squadra preferendo uscire dal campo mentre un tifoso gli lanciava una sciarpa viola. Stasera il palco è sobrio: un leggio, due sgabelli – che non saranno mai usati – un paio di microfoni gelato che ogni tanto saltano, lo schermo che riproduce la copertina di “Un’altra strada” (ed. Marsilio) con quei quattro ragazzi in bianco e nero che corrono, sudati, felici, chissà da dove vengono. Certamente sanno dove stanno andando.  

Il settimo libro

Il libro in sé non è una notizia: è il settimo scritto da Renzi, il primo da quando è “solo” senatore  ed è solo l’ultimo di quelli arrivati in libreria negli ultimi mesi a firma di vari leader del Pd, Enrico Letta, Carlo Calenda, Paolo Gentiloni. Come rabdomanti si cerca in ciascuno  un indizio, una prova, comunque un segnale per capire cosa ne sarà del Pd. “L’altra strada” è uscito il 14 febbraio, quella di ieri è la terza presentazione – giovedì Stampa estera e piazza di Pietra, sede della Confcommercio, a Roma, entrambe affollate – e ha già quasi esaurito la prima edizione. Come si legge nella newsletter, “sono in programma e si cercano presentazioni in località piccole preferibili a grandi città”. A vedere le date, una settimana è già impegnata. Bello, brutto, interessante, ripetitivo, il giudizio è personale. Una cosa è certa e la ripetono nel pubblico del Palacongressi: “Matteo Renzi c’è, è l’unico leader possibile e noi lo aspettiamo”.

Probabilmente, chissà, questo libro era stato pensato con finalità diverse, il manifesto di una nuova competizione e di un nuovo progetto politico. Il regolamento di conti con chi gli ha “sempre fatto la guerra”. O con se stesso, quell’autocritica che tutti gli hanno chiesto per mesi, perché il Pd è passato dal 40% del maggio 2014 al 18% del 4 marzo 2018. “Il bello – ha scherzato il senatore di Firenze-Scandicci - è che il giorno prima dell’uscita, qualche giornale ha scritto,  ‘Renzi lascia il Pd, ecco la prova’. Tanto che ho chiamato l’editore e gli ho chiesto ‘oh, ma che hanno cambiato il testo la notte? ’.  

Non una parola sulle primarie del Pd

Nonostante Enrico Letta ieri abbia twittato “Il vero titolo del libro di Renzi è ‘Non ho imparato nulla’” e alcuni titoli di siti e giornali abbiano insistito soprattutto su “Renzi è sempre quello del 4 marzo”, cioè non fa autocritica e attacca gli altri a cominciare da Gentiloni per finire con Franceschini, “Un’altra strada” tiene dentro il passato, un po’ di autocritica, sprazzi di pentimento ma soprattutto molto futuro. Lasciando però delusi chi sperava di trovarci indicazioni sul Pd – inevasa la domanda “resta o se ne va” – sulle primarie, almeno sul suo candidato, meno che mai sul proprio ruolo nel futuro.  “Non avrete da me una parola su Zingaretti” ha tagliato corto giovedì alla presentazione a Roma lasciando delusi chi sperava di strappare una parola sul favorito alle primarie del 3 marzo e sui suoi progetti di allargamento a sinistra (con Leu e Bersani e magari D’Alema per non parlare della parte sinistra dei 5 Stelle), tutto in nome della tanto auspicata “discontinuità” con il renzismo. In sala, in piazza di Pietra, c’era Roberto Giachetti, il candidato alle primarie che rivendica invece totale continuità col renzismo, quella stagione di riforme, che non dimentica “cosa hanno fatto quelli là” e in cui molti vedono “il suo” candidato. Anche con Giachetti, Renzi non è andato oltre un’affettuosa ma complice battuta (“neanche su di lui dirò qualcosa”). Di Martina neanche a parlarne. “Voterò alle primarie – ha concesso - ma non dirò per chi. L’ho fatto una volta sola, quando la contesa era tra Bersani e Franceschini. Il giorno dopo rivelai che avevo votato Franceschini… cosa che non farei mai più. Spero solo che chiunque vinca, dal minuto dopo non venga attaccato come hanno fatto con me per ben due volte”.  Ieri sera a Firenze questi nomi non sono stati neppure pronunciati. 

Il passato

Il passato, al netto di qualche ammissione (“non ho capito la comunicazione; ho sbagliato a non insistere che sullo ius soli Gentiloni mettesse le fiducia; ai poveri noi abbiamo iniziato a pensare, potevamo, dovevano investire di più, ma il Reddito di inclusione l’abbiamo fatto noi anche se abbiamo impiegato 18 mesi per elargirlo”) è soprattutto rivendicazione delle cose fatte, come dicono i numeri, due su tutti: il surplus commerciale che inizia dopo anni a calare; quattordici trimestri con il segno più davanti alla crescita. Ora sono già due col segno meno. E’ rivendicazione delle politiche sull’immigrazione: “Sono fiero di aver salvato vite umane pur sapendo che avremmo perso voti, sono fiero di aver messo 20 milioni per recuperare un relitto in fondo al mare pieno di cadaveri”. E tutta la sala ha applaudito. “Mi assumo la responsabilità di ogni errore, faccio lo scudo umano, il referendum, ad esempio, è tutta e solo colpa mia, facciamo così, responsabilità a km zero…”. Il gusto per la battuta è più forte di ogni altra cosa. Quella più gettonata ed è già un tormentone: “Matteo Salvini è un influencer, una Chiara Ferragni che non ce l’ha fatta…”.  Anche l’altra mostra ottimo gradimento all’applausometro: “I navigator sono i forestali del terzo millennio. Voglio dire, come li assumi? Fai un concorso? Come li formi? Quali strumenti di lavoro avranno?”. Insomma, degli errori del passato se ne può anche parlare, “perché ne ho fatti” purché però “non diventi quel rito collettivo tipico della prassi comunista che era l’autoflagellazione, purchè non sia pentimento – lo si fa in chiesa e non in politica – né terapia di gruppo”. 

Sassolini dalle scarpe

Il passato è anche levarsi qualche sassolino dalle scarpe, “visto il fango che ci hanno buttato addosso”. Su due passaggi di quei mille giorni. Il primo è all’inchiesta Consip per cui sono a giudizio i vertici dell’Arma: “Nessuno, tra le istituzioni, mi ha difeso quando è stato chiaro che un pezzo della nostra intelligence stava fabbricando prove per incastrami. E non lo dico per me, lo dico per il futuro perché il Presidente del consiglio è un ruolo che va tutelato nell’interesse della collettività”. Il secondo è sulle sue dimissioni: “I miei amici (sarcastico, ndr) hanno fatto carte false per non farmi dimettere la sera del referendum e sono gli stessi che hanno fatto di tutto per non andare a votare subito”. 

Il futuro attraverso sei fondamentali

Ma basta passato. “Un’altra strada” è soprattutto futuro.  Passando, magari, da una delle tante citazioni che si trovano nelle 240 pagine:  “Nella mia vita ho sbagliato più di novemila tiri, ho perso quasi trecento partite, ventisei volte i miei compagni mi hanno affidato il tiro decisivo e l'ho sbagliato. Ho fallito molte volte. Ed è per questo che alla fine ho vinto tutto”. Lo ha detto Michael Jordan. Il futuro è immaginato lungo sei principi, sei obiettivi, direzioni di marcia, potremmo chiamarli “i nuovi fondamentali” di una società che ha smarrito il senso di molte cose. E dunque “Europa contro i nazionalismi, cultura contro ignoranza, futuro contro paura, doveri e non solo diritti, lavoro e non sussidi, verità contro fakenews”. Sono tempi che pretendono chiarezza, non ammettono grigi, o di qua o di là. Renzi intende ripartire da qua. Che poi sono i presupposti dei Comitati civici che si stanno organizzando in Italia. La nuova direzione di marcia da cui poi far discendere tutto il resto. Che ha una sorta di Pantheon di riferimento: Steven Pinker che crede in un nuovo illuminismo e rifiuta il pessimismo; Ian Goldin che parla di un nuovo Rinascimento e di “nuova età dell’oro”. Il futuro è tutto quello che non stanno facendo Salvini “non un ministro né un leader ma solo un influencer che ha sfrutta la paura senza dare soluzioni” e Di Maio “uno che si schiera con un regime come quello di Maduro e nega la democrazia, che individua come alleato chi teorizza i colpi di stato e si mette alla guida dei nuovi luddisti 4.0”. Nei confronti dei due vicepremier va in scena un vero e proprio cabaret. Citazioni dal libro che scorrono sullo schermo, a mò di istruzioni per l’uso. “Se tu paghi la gente che non lavora e la tassi quando lavora, non essere sorpreso se produci disoccupazione”, Milton Friedman. “Leggi tutto quello che puoi, accumula cultura, più ne metti insieme e meglio è, per non cadere nel buco in cui stanno cadendo molto in questo Paese”, Fernando Aramburo. 

L’allenamento

Che fa Renzi, torna o non torna? E quando? E con chi? E’ la domanda che si sono fatti tutti in queste presentazioni e in quelle che verranno. Dove è interessante anche vedere presenti e assenti.  La truppa dei fedelissimi si è parecchio ridotta. L’entusiasmo è intatto. Come la leadership. Quello che buca, oggi come allora, è l’energia, la forza, l’entusiasmo. “Mi raccomando – ha detto a Firenze – solenne indifferenza per chi è salito sul carro e poi sceso quando non serviva più”. Applausi a non finire. Perché sono tanti quelli lì, quelli che non perdevano un appuntamento e facevano le risse pur di mettersi in prima fila. Qualcuno di questi lo considerava anche amico. “Indifferenza” è la raccomandazione. Matteo Renzi è in campo tra qualche sfogo, molte cicatrici e parecchie proposte. Si sta scaldando. Non sa ancora quale partita e quale squadra. Ha molto chiara invece la metà o la porzione del campo in cui andrà a giocare. Decisive saranno l’esito delle primarie del Pd, decisioni del nuovo segretario e i risultati delle Europee. Piuttosto, a proposito di autoanalisi, “sarebbe stato molto utile fare quella del 40%”, Europee del 2014, il centrosinistra mai così in alto.